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In viaggio con Jagu Iscriccia - racconto di Federico Bardanzellu

Racconto tratto da “L’irrazionale irrequietezza del vivere”, libro edito dalla casa editrice MontEdit

In viaggio con Jagu Iscriccia - racconto di Federico Bardanzellu
In viaggio con Jagu Iscriccia - racconto di Federico Bardanzellu
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 31 May 2026 alle 17:00

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La sera del 28 agosto, festa di Sant’Isidoro, patrono della vicina Tempio Pausania, venni avvicinato da tale Giacomo Careddu Scriccia, meglio noto come “Jagu Iscriccia”, che era semplicemente conosciuto, in paese, con l’appellativo di “Su bandidu”. Questo per il semplice motivo che aveva trascorso buona parte della sua vita o in carcere o in latitanza. Nel suo curriculum vi era già un duplice omicidio, avendo fatto fuori prima il suo capo di rapine e subito dopo un vecchio mendicante che viveva da solo in una specie di capanna. Il vegliardo, per sua sfortuna, aveva visto Jagu pulire l’ascia con cui aveva ucciso il suo capo ed era diventato un pericoloso testimone. Pur fingendo il vecchio di essere a tutt’altre cose affaccendato, a Jagu la cosa non era sfuggita.

Nel cuore della notte “Su bandidu” aveva bussato alla sua porta e alla richiesta di chi fosse aveva risposto: «Ehja, ja non este zente mala!» (Non è gente cattiva). L’anziano mendicante aprì la porta e Jagu, con la stessa ascia, gli spaccò la testa in due.

Oltre agli omicidi, Jagu fu nuovamente processato per aver lanciato una bomba a mano ai piedi di un cugino che, a suo dire, si era impossessato del suo letto durante una precedente detenzione. Al giudice che lo interrogava chiedendogli i motivi di tale comportamento, rispose: «Vostro onore, volevo vedere se alla sua età fosse ancora capace di saltellare…» e si beccò altri tre anni di prigione.

In Alta Gallura, però, godeva di grande popolarità. Piaceva alla gente perché era un bandito alla mano ed anche un po’ arruffone. Con me fu propositivo: «Chicco, io lo so dov’è Tonino Serra!».

Ingenuamente risposi: «Denunciamolo ai carabinieri…».

«Ma quali carabinieri! Tu hai un conto aperto con Serra, ed anch’io ne ho uno con lui. Andiamo con la mia macchina a prenderlo. Se non lo troviamo, la benzina resta a carico mio. Se invece lo troviamo, prima gli diamo una lezione, poi lo consegniamo all’Arma e tu mi rimborsi metà della benzina».

Sapevo che Jagu era privo di qualche rotella ma, da vero padrino locale, mi aveva fatto “un’offerta che non potevo rifiutare”. Salii sulla sua macchina. Si trattava di un furgoncino Alfa Romeo trasformato in camioncino. Lui si mise al volante ed io a fianco.

Anche se ultracinquantenne, Jagu girava con il foglio rosa. Non aveva avuto modo di prendere la patente, perché quasi sempre latitante o detenuto in carcere. Quindi, si portava sempre dietro l’indispensabile accompagnatore che, nella circostanza, stanziava dietro, sul pianale del camioncino. Mi spiegò che, secondo suoi informatori, Tonino Serra era nascosto in uno stazzo dalle parti di Bassacutena, sulla strada di Santa Teresa di Gallura. Partimmo allora diretti a Tempio percorrendo una strada polverosa.

Era già buio e la guida di Jagu iniziò in maniera alquanto rilassata. Ma, come detto, era la festa del patrono locale Sant’Isidoro che veniva festeggiato negli stazzi con le cosiddette “tradotte”. La tradotta era una festa di tipo orgiastico, nella quale si ballava e si beveva a volontà. Le donne si scatenavano più di tutti. Quando trovava uno stazzo dove si svolgevano i festeggiamenti, Jagu si accostava, scendeva e vi si avviava imperturbato. Iscriccia era noto ed ammirato, avendo “banditato” da quelle parti. Veniva quindi sempre accolto con brindisi a base di “filu ‘e ferru”: un’acquavite sarda che spesso supera i quaranta gradi. Ogni volta che tornava in macchina era sempre più ubriaco. La sua guida, quindi, col trascorrere delle ore notturne, cominciò a diventare oltremodo spericolata.

A un certo punto, in una discesa tutte curve, stavamo quasi per uscire di strada e finire in una specie di burrone. Mi buttai d’istinto sul volante e riuscii a controsterzare per non precipitare a valle. In compenso sbattemmo nella controcurva. Allora scendemmo tutti e riportammo la macchina in strada.

L’autista-accompagnatore si fece coraggio: «Babbai Jagu, lasci guidare a me…».

«Perché, non ti fidi?».

«Non è per questo, Babbai, è che non siete pratico di queste strade e poi si è fatto buio e uno dei fari si è rotto…».

Jagu replicò senza mezzi termini: «Bene, allora tu aspetta qui ché ti prendo al ritorno…». E lo lasciò per strada.

Ripartimmo in quarta. Jagu andava sempre più veloce. Era anche arrabbiato ma sempre “cavalleresco”: «Quando lo prendiamo, ad Antonio Serra non gli facciamo niente. Lo leghiamo solo per un piede al paraurti posteriore e lo strascichiamo sino a Luras. Quel che resta di lui lo regaliamo ai carabinieri…».

Ci stavamo avvicinando alla meta.

«Da questo momento dobbiamo stare molto attenti».

Al bivio di Bassacutena c’era un tizio che ci attendeva. Non ci volle molto a capire che era stato compagno di “collegio” di Jagu. Salì anche lui in cabina dove, da quel momento, fummo in tre. Il nuovo arrivato ci indicò la strada da seguire. Lentissimi e con un faro spento, percorremmo una stradina campestre. Arrivammo ad uno stazzo che sembrava un fortilizio messicano. Sotto la luna piena si stagliavano le bianche mura che circondavano la fattoria.

«Tonino Serra è lì», affermò laconico il nostro informatore.

Jagu Iscriccia valutò la situazione e poi drastico decise: «Qui ci vuole gente. Torniamo a Luras a prenderla…».

Saranno state le due di notte. Facemmo dietro front e ripartimmo. Volammo nel polverone e arrivammo dove avevamo lasciato l’autista-accompagnatore. Jagu si fermò un attimo e gli urlò, risentito: «Se non ero buono in discesa, non sono buono neanche in salita! A piedi te la fai… Sono soltanto una ventina di chilometri!».

Il motore del vecchio furgoncino Romeo rombò come un tuono e lo lasciò nuovamente a piedi.

Jagu Iscriccia guidava e bestemmiava. Continuava ad imprecare contro l’autista e contro Tonino Serra. A un certo punto ebbi la sensazione che, anziché la strada seguisse con la guida un lungo muro bianco che stavamo costeggiando alla nostra destra. Infatti appena la strada curvò per imboccare il ponte di un fossato, ci rovesciammo e, dopo cinque o sei balzi, vi finimmo dritti.

Il motore girava ancora, quando Jagu, a testa in giù, finalmente lo spense. Potemmo uscire solo dal parabrezza che, per fortuna, era ridotto in mille pezzi.

Risalimmo sullo stradone ed esclamai sconsolato: «E adesso, cosa facciamo?».

«Niente paura, sistemo subito tutto. Vieni con me…».

Ci avviamo a piedi verso Tempio. Il terzo passeggero rimase di guardia al relitto. Il folle mi spiegò che lì vicino c’era una vecchia cantoniera, ancora abitata. Infatti, dopo un paio di chilometri, la vedemmo.

Erano passate le quattro di notte e tutti dormivano profondamente. Jagu bussò urlando. Finalmente uno rispose: «Chi è?».

«Ehja, ja non este zente mala!».

«Babbai Jagu, cosa fate da queste parti?».

Su Bandidu spiegò cosa ci era successo e tutti si mobilitarono. Vennero in sei-sette a darci aiuto. Fra di loro un anziano con il braccio ingessato che, con la mano buona, portava un secchio. La cosa ci tornò utilissima perché una volta rimessa la macchina sulla sede stradale ci accorgemmo che usciva acqua dal radiatore. Lo riempimmo e Jagu rimise in moto declamando: «Ajò, Chicco, che noi abbiamo altro da fare…».

Senza neanche dirgli grazie, ripartimmo a tutta birra. Mi girai e vidi i nostri soccorritori disposti a semicerchio che ci guardavano sconsolati e allibiti. Il vecchio con il braccio ingessato sembrava il più deluso di tutti.

Nuova corsa sfrenata.

Vero “Blues Brother” dell’Alta Gallura, Jagu travolse anche una transenna di lavori in corso. Io sanguinavo dalla fronte, ferita dal famoso parabrezza.

Finalmente, quasi alle sette del mattino, arrivammo a Luras. Il barbiere era già aperto e Jagu mi consegnò a lui: «Io vado a cercare gente, tu Becceddu disinfetta a Chicco».

Becceddu mi sistemò e poi mi disse: «Non sarai mica matto a ripartire con Jagu? Dove credete di andare? I casi sono due. O non lo trovate a Tonino Serra, ed allora il viaggio è inutile. Se invece lo trovate, quello vi fa fuori in un attimo».

In quel momento Jagu suonò a distesa il clacson. Mi affacciai: sul cassone c’erano una decina di amici suoi, tutti con il fucile da caccia fra le gambe.

Do retta a Becceddu: «Jagu, non posso venire, debbo andare dal dottore…».

«Vai, che ci pensiamo noi...».

La spedizione punitiva non sortì alcun effetto, ma sul fatto che Tonino Serra si fosse nascosto a Bassacutena, Jagu Iscriccia aveva avuto dai suoi informatori una notizia giusta. Infatti, poco tempo dopo, il fuggitivo-assassino fu catturato proprio in quel paese.

Per quanto riguarda il sottoscritto, dopo poche ore ero già diventato l’“eroico nipote di Roma” e come tale sono ancora conosciuto dai più anziani fra i luresi.

 

©Federico Bardanzellu

Il racconto fa parte della raccolta “L’irrazionale irrequietezza del vivere”, libro edito dalla casa editrice MontEdit, collana “i Salici” ed acquistabile su internet (Amazon, IBS etc. oltre che sul sito della casa editrice  https://www.clubautori.it/federico.bardanzellu)

Il volume sarà presentato alla Sala Convegni della Città dell’Altra Economia, in Roma c/o ex Mattatoio di Testaccio, giovedì 11 giugno ore 18.00.