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Bachisio Bandinu non lascia risposte. Lascia le domande giuste

Negli ultimi anni aveva scelto di vivere a Terrata, in comune di Golfo Aranci

Bachisio Bandinu non lascia risposte. Lascia le domande giuste
Bachisio Bandinu non lascia risposte. Lascia le domande giuste
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 23 June 2026 alle 13:00

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Olbia. Con la morte di Bachisio Bandinu scompare una delle figure più originali e profonde della cultura sarda contemporanea. Antropologo, giornalista, scrittore, osservatore acuto dei mutamenti della società isolana, Bandinu aveva scelto di stabilirsi nel villaggio di Terrata, in territorio di Golfo Aranci, affacciato su quello stesso mare e su quella Gallura che per decenni erano stati oggetto delle sue riflessioni più intense. Nato a Bitti il 22 febbraio 1939, laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Cagliari, formatosi successivamente alla Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali dell'Università Cattolica di Milano, collaboratore del Corriere della Sera dal 1973 al 1985 e direttore de L'Unione Sarda tra il 1999 e il 2001, Bandinu è stato uno dei più autorevoli interpreti delle trasformazioni della Sardegna del secondo Novecento. Pochi ricordano che il suo legame con la Gallura affondava radici lontane, quasi un presagio. Bambino, Bandinu frequentò la terza elementare nella scuola di Aratena, in comune di Telti, tra quelle stesse colline galluresi alle quali, molti decenni più tardi, sarebbe tornato per restare. La Gallura era entrata nella sua vita prestissimo: a essa avrebbe fatto ritorno, da studioso e da uomo, come a un richiamo mai sopito. Esponente non accademico della Scuola antropologica di Cagliari, allievo di Ernesto De Martino e Alberto Mario Cirese, vicino per formazione e sensibilità a Giulio Angioni e Placido Cherchi, ha dedicato la sua ricerca ai grandi temi dell'identità, della lingua, della memoria e del rapporto tra tradizione e modernità. Ma il suo contributo più originale è stato forse quello di aver osservato con lucidità e spirito critico ciò che stava avvenendo proprio in Gallura.

Nel 1980, con Costa Smeralda. Come nasce una favola turistica, colse prima di altri la portata delle trasformazioni antropologiche, economiche e culturali che avrebbero cambiato per sempre il volto del nord-est della Sardegna. Non una critica ideologica o nostalgica, ma il tentativo di comprendere quali modelli di vita, quali valori e quali forme di relazione stessero sostituendo un mondo antico che si andava dissolvendo. Già nel 1976, insieme a Gaspare Barbiellini Amidei, aveva pubblicato Il re è un feticcio, un'opera destinata a diventare un classico per comprendere l'impatto della civiltà dei consumi su una società pastorale millenaria. Negli anni successivi avrebbe continuato a interrogarsi sui temi dell'ambiente, del turismo, della lingua, dell'industrializzazione, delle basi militari e della formazione, convinto che la vera sfida per la Sardegna fosse quella della conoscenza e della capacità di interpretare il proprio tempo. Anche nelle ultime apparizioni televisive emergeva la sua cifra intellettuale. Ospite del TGR Sardegna circa un anno fa, intervistato da Maria Spigonardo, aveva affrontato la piaga degli incendi e l'incapacità, almeno di una parte della Sardegna, di rispettare la natura e l'ambiente. Ma, fedele al proprio metodo, non si era fermato alla condanna né all'invocazione di pene più dure: aveva preferito porre una domanda. A chi appicca il fuoco, diceva, avrebbe chiesto soltanto: chi sei, cosa vuoi, cosa cerchi davvero. Qual è, cioè, l'intenzione dietro il gesto, che cosa si vuole ottenere. Perché il dramma è proprio questo: interrogarsi sul perché di un atto simile. "Se uno l'ha capito — precisava — non lo giustifico, però lo capisco". E l'inquietudine nasce proprio dal fatto che una risposta vera non c'è, se non quella di un sistema vendicativo o invidioso. L'invidia, osservava, è un sentimento universale; ma in Sardegna assume un significato più profondo e radicale: quella forma estrema per cui non si sopporta che un bene appartenga ad altri, fino a preferire che vada distrutto piuttosto che vederlo in mani altrui. Una forma di parlare, di pensare e di fare che tradisce una pulsione negativa, difficile da elaborare e da sciogliere.

Da lì il ragionamento si allargava, come sempre, fino al fondo della questione: perché non abbiamo stima di noi stessi? Perché non rispettiamo l'ambiente in cui viviamo, che calpestiamo ogni giorno e di cui pure godiamo l'ombra, l'ossigeno, la vita? Perché non abbiamo stima della nostra storia, della nostra lingua, della nostra appartenenza? Perché questa forza distruttiva non riusciamo a elaborarla? Dietro i fatti, Bandinu cercava sempre le radici culturali e antropologiche dei comportamenti.
Negli ultimi tempi, pur limitato dalle condizioni di salute, aveva mantenuto un rapporto vivo con il territorio. Come ha ricordato l'assessora alla Cultura Stefania Frau, la sua presenza rappresentava per Golfo Aranci motivo di orgoglio e un costante punto di riferimento. Sempre disponibile verso le iniziative culturali, partecipava con discrezione, senza mai far pesare il proprio prestigio.
La Sardegna perde oggi una voce libera e spesso controcorrente. Una voce che non ha mai smesso di interrogare la modernità, i suoi miti e le sue contraddizioni. E forse non è casuale che abbia scelto di trascorrere gli ultimi anni della sua vita proprio qui, davanti al mare di Terrata, nel cuore di quella Gallura che aveva osservato, studiato e raccontato con una profondità che oggi appare ancora più preziosa. Le sue pagine restano. E continuano a porre domande che la Sardegna non ha ancora finito di ascoltare.