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Sardegna, anni Cinquanta. Il tempo sospeso di Wolfgang Suschitzky

Una fotografia pubblicata nel volume L'Italia in 300 immagini edito dal Touring Club Italiano

Sardegna, anni Cinquanta. Il tempo sospeso di Wolfgang Suschitzky
Sardegna, anni Cinquanta. Il tempo sospeso di Wolfgang Suschitzky
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 17 May 2026 alle 08:00

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C'è un modo di guardare il passato che non è nostalgia. È qualcosa di più severo e più onesto: la consapevolezza che ciò che fu non tornerà, e che proprio per questo merita di essere visto con attenzione, senza abbellimenti e senza rimpianti compiacenti. Quando oggi osserviamo una fotografia della Sardegna degli anni Cinquanta, non stiamo guardando un'isola perduta. Stiamo guardando noi stessi da una distanza che fa male quanto è necessaria. Questa immagine fu scattata da Wolfgang Suschitzky, fotografo nato a Vienna nel 1912 e morto a Londra nel 2016, dopo una vita intera spesa a osservare il mondo con quella qualità rara che distingue i grandi documentaristi: la capacità di essere presenti senza invadere, di vedere senza giudicare, di fermare un istante senza falsificarlo. Rifugiatosi in Inghilterra negli anni Trenta per sfuggire all'ascesa del nazismo, Suschitzky lavorò come fotografo e direttore della fotografia per documentari e film importanti del cinema britannico. Il suo sguardo era formato alla scuola dell'osservazione sociale europea, quella che credeva ancora che la fotografia potesse essere, insieme, arte e testimonianza.

La fotografia fu pubblicata nel volume L'Italia in 300 immagini, edito dal Touring Club Italiano nel 1956, a pagina 217, sotto la semplice dicitura: Sardegna. La località non è indicata. Non sappiamo quale paese, quale fonte, quale angolo di terra. E questa lacuna, lungi dall'essere un difetto, diventa quasi una cifra poetica: il luogo è anonimo perché potrebbe essere ovunque nell'isola, perché in quell'anno e in quel paesaggio umano, la Sardegna interna era ancora una: una nelle pietre, nei gesti, nelle vite. Nella scena, un ragazzo scalzo siede in primo piano, appoggiato a un muro di pietra, le mani appoggiate sulle ginocchia, uno sguardo laterale che non cerca l'obiettivo. Dietro di lui, alcune donne attorno a una fonte: anfore di terracotta, gonne pesanti, fazzoletti scuri sul capo. Più in alto, un'anziana che guarda verso il basso. In disparte, un bambino. La luce è forte, sarda, senza mediazioni.

Suschitzky compone con la precisione di chi ha studiato pittura senza mai volersi confondere con un pittore. C'è equilibrio compositivo, ma non c'è costruzione artificiosa: la scena è colta, non allestita. Non c'è la caricatura del folklore e i costumi tradizionali non sono esibiti come maschere, ma indossati come si indossa qualcosa di proprio. Non c'è la spettacolarizzazione della povertà. Questa c'è, è visibile nelle scarpe assenti e nei vestiti logori, ma non è il soggetto della fotografia. Il soggetto è la dignità ordinaria di una vita che non si sapeva ancora osservata. Va detto, e non è un dettaglio minore, che il Touring Club Italiano scelse di affidare la rappresentazione della Sardegna a un fotografo di questo livello internazionale. In anni in cui l'isola rischiava di essere ridotta a cartolina esotica o a problema meridionale da risolvere, qualcuno decise che meritava uno sguardo serio. Questo dice qualcosa sull'interesse culturale e antropologico che la Sardegna ancora suscitava, e forse anche su quanto siamo diventati più sciatti, da allora, nel rappresentarci.

La fonte — luogo antico di incontro, di sosta, di scambio di parole e di acqua — è qui il centro invisibile della scena. Non è il monumento, non è il paesaggio: è il punto in cui la vita quotidiana si organizza attorno a un bisogno elementare. L'acqua come asse del tempo, come misura della giornata. Chi studia le società agro-pastorali del Mediterraneo riconosce in questa scena una grammatica precisa: la distribuzione degli spazi tra uomini e donne, il ruolo del ragazzo come figura liminare tra l'infanzia e il lavoro adulto, la fonte come spazio femminile per eccellenza. Quella Sardegna non esiste più, naturalmente. La fonte è probabilmente scomparsa o dimenticata, le anfore di terracotta sono nei musei o nelle case come oggetti decorativi, i ragazzi scalzi hanno i telefonini. Ma la fotografia di Suschitzky non ci chiede di piangere su ciò che è cambiato. Ci chiede qualcosa di più difficile: di guardare con la stessa onestà, la stessa attenzione, la stessa assenza di giudizio con cui lui guardò quella mattina, in un luogo che non conosciamo, in un anno che non abbiamo vissuto.

La fotografia qui riprodotta è tratta da: Wolfgang Suschitzky, in L'Italia in 300 immagini, Touring Club Italiano, Milano 1956, p. 217. L'immagine è stata lievemente migliorata nella leggibilità con strumenti digitali, senza alterarne composizione o contenuto originari. Il volume è di proprietà dell'autore del testo.