Sunday, 12 April 2026
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Pubblicato il 12 April 2026 alle 08:00
Olbia. C'è una soglia, nei riti, che non si attraversa da spettatori. Lo sa bene chi ha studiato le feste del fuoco nelle culture mediterranee e sarde: il carnevale barbaricino non si osserva da fuori, si abita. E Antonio Satta, fotografo olbiese, lo ha capito presto, non per intuizione romantica, ma per metodo.
La mostra "Su fogu 'e Satt'Antoni", promossa da Il Politecnico Argonauti con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Olbia e inaugurata lo scorso 6 febbraio, è il risultato di un percorso iniziato negli anni Novanta, fatto di studio, viaggi ripetuti, e una pazienza che oggi si misura in decenni. Allestita negli spazi della Società dello stucco in via Cavour 43, la mostra propone ventinove fotografie, quasi tutte a colori e su pellicola, che documentano i fuochi di Sant'Antonio Abate e le maschere dei carnevali di Ottana, Mamoiada e altri paesi della Barbagia.
Il titolo porta già dentro di sé una dichiarazione d'intenti: nel gioco fonetico tra Satt'Antoni e Sant'Antoni, il nome del fotografo si fonde con quello del santo. Una sovrapposizione non narcisistica, ma quasi programmatica: come a dire che lo sguardo, per essere autentico, deve identificarsi con ciò che racconta.
Il punto di partenza è una lacuna. "Nei libri si parlava dei fuochi come dell'inizio del carnevale barbaricino", osserva Satta, "ma non c'era quasi nessuna fotografia che mettesse insieme fuoco e maschere". Da questa assenza nasce la scelta compositiva che attraversa l'intera mostra: il fuoco non è scenografia, è soggetto. "Mi sono messo in testa che dovesse esserci sempre: diretto oppure nel riverbero. Ma doveva esserci". Non è un vezzo estetico. È, nel senso più letterale, una scelta antropologica: il fuoco di Sant'Antonio è la soglia temporale del carnevale, il momento in cui il tempo ordinario si sospende.
La tecnica rafforza questa lettura. Satta fotografava senza flash, con la sola luce ambiente: "Non usavo il flash, mai. Bisognava lavorare con quello che c'era". Le pellicole degli anni Novanta, nei contesti notturni dei fuochi rituali, imponevano una disciplina severa. Il risultato è una fotografia che non addomestica la scena, ma la riceve: corpi, fiamme e fumo restituiti nella loro materia grezza, senza la mediazione artificiale del lampo.
Ma la scelta tecnica è anche, e soprattutto, una scelta etica. Satta non entra nelle comunità barbaricine come documentarista esterno: studia, si documenta, partecipa. Alla messa, per ascoltare le omelie su Sant'Antonio Abate. Ai fuochi di Ottana, dove ai forestieri vengono anneriti i volti con il sughero bruciato: "All'inizio ti facevano due segni», racconta, «poi negli anni è stato un crescendo. Alla fine ti ritrovi con la faccia completamente nera. È un modo per entrare". Non è folklore. È la logica del rito, che non ammette osservatori neutrali.
Il percorso non è stato privo di ostacoli. La prima esperienza alla Sartiglia di Oristano si concluse con un rifiuto: "Mi impedirono di entrare sebbene fotografo de L'Unione Sarda. Me ne tornai a casa in lacrime. Però quella esperienza mi è servita". La difficoltà come formazione: un principio che attraversa tutta la sua vicenda umana e professionale. "È una cosa che ho fatto da solo", dice. "Ho cominciato a documentarmi, ad andare in libreria, a chiedere cosa c'era sui carnevali, a leggere. Poi ho detto: devo andare sul posto".
Questo metodo — studio, immersione, traduzione visiva — produce un archivio di straordinaria densità. Trentasei anni di lavoro, centinaia di migliaia di fotografie: "Se fai cento foto al giorno per trent'anni, arrivi a circa un milione di immagini, il conto è presto fatto". Un patrimonio che aspetta ancora di essere interamente valorizzato, e che va molto oltre i carnevali: cronaca, trasformazione urbana, vita quotidiana della Sardegna.
La mostra sui fuochi però, ha un'ambizione più immediata e, a suo modo, pedagogica. "Mi interessa soprattutto suscitare curiosità", dice Satta. "Vieni a vedere la mostra, magari ti incuriosisci e poi vai a vedere i carnevali sul posto. Se resti a casa, non li capisci". In una città come Olbia, geograficamente e culturalmente distante dalla Barbagia, queste parole hanno un peso specifico. Proporre ai cittadini uno sguardo su quella Sardegna — non esotica, non folkloristica, ma viva e complessa — è già un atto culturale di per sé.
La Società dello stucco ha fatto da cornice appropriata: uno spazio raccolto, con le sedie da teatro che affiancano il tavolo antico, il giradischi vintage nell'angolo, le fotografie illuminate con misura. Un allestimento che lascia parlare le immagini senza sovrastarle.
"Su fogu 'e Satt'Antoni" è ancora visitabile. Vale la pena andarci, anche solo per ritrovare — in quelle fiamme riverberate su volti anneriti di sughero — qualcosa che le immagini patinate del turismo sardo non mostrano mai: la Sardegna che brucia nel senso antico della parola, quella che si rinnova attraverso il fuoco. Articolo in collaborazione con Marco Agostino Amucano che si ringrazia.
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