Sunday, 20 September 2026

Informazione dal 1999

Olbiachefu

Golfo Aranci, dal successo del Festival agli “Esercizi di salvezza”: intervista a Sebastiano Nata

Sebastiano Nata racconta la prima edizione del Festival Golfo Aranci Letteratura & Solidarietà

Golfo Aranci, dal successo del Festival agli “Esercizi di salvezza”: intervista a Sebastiano Nata
Golfo Aranci, dal successo del Festival agli “Esercizi di salvezza”: intervista a Sebastiano Nata
Patrizia Anziani

Pubblicato il 20 September 2026 alle 20:00

condividi articolo:

Quattro serate, sedici autori e un pubblico capace di sorprendere gli stessi organizzatori. Sebastiano Nata racconta la prima edizione del Festival Golfo Aranci Letteratura & Solidarietà e, attraverso il suo ultimo romanzo, apre una riflessione sulla ricerca della salvezza, sul rapporto con gli altri e su quel viaggio dall'ego all'anima che attraversa anche la sua vita.

Golfo Aranci. Quattro serate, sedici autori e un pubblico numeroso che ha seguito gli incontri con attenzione e partecipazione, senza lasciarsi distogliere neppure dal grande spettacolo dei droni che, nelle prime giornate, richiamava migliaia di persone sul lungomare. La prima edizione del Festival Golfo Aranci Letteratura & Solidarietà, svoltasi dal 5 all'8 settembre 2026, si è chiusa con un successo che è andato oltre le presentazioni letterarie trasmettendo interesse ed entusiasmo anche tra i giovanissimi (leggi qui, qui qui). A emergere, sera dopo sera, è stato un disegno preciso. Ogni autore sembrava prendere idealmente per mano quello successivo, lungo un filo invisibile capace di collegare libri e sensibilità differenti attraverso alcuni grandi temi: la fragilità, la memoria, la fede, lo sradicamento, la ricerca di sé e il bisogno, profondamente umano, di trovare una propria forma di salvezza.

Tra i protagonisti del Festival Sebastiano Nata, nome d'autore di Gaetano Carboni, noto scrittore e profondo conoscitore della letteratura, che del Festival è stato non soltanto uno degli ideatori e protagonisti, ma quasi il regista di una lunga trama di idee, parole e sentimenti. Il suo legame con Golfo Aranci viene però da molto più lontano. Attraversa oltre mezzo secolo della sua vita e tiene insieme mondi apparentemente distanti: il ragazzo che nuotava a livello agonistico, l'atleta arrivato alle Olimpiadi, il manager, lo scrittore. E l'uomo che oggi vede nella letteratura e nella solidarietà due strade diverse capaci di condurre nello stesso luogo: quello in cui si può provare a diventare esseri umani migliori. È proprio da questo intreccio tra libri, vita, solidarietà e appartenenza che parte la nostra conversazione.

Sebastiano Nata con l'assessora alla Pubblica Istruzione Stefania Frau.

La prima edizione del Festival ha avuto una risposta importante dal pubblico. Che cosa vi ha sorpreso di più e che cosa vi lascia questa esperienza pensando già al futuro?

“La cosa che ci ha sorpreso maggiormente è stata la grande partecipazione delle persone del territorio, di Golfo Aranci, Olbia e dei dintorni. Ci aspettavamo, forse un po' ingenuamente, soprattutto l'interesse dei villeggianti e invece l'adesione di chi vive qui è stata molto superiore alle nostre aspettative. Credo abbia funzionato anche l'incontro tra scrittori locali, autori sardi e scrittori provenienti dal resto d'Italia. E poi c'è stata l'attenzione del pubblico: vedere tante persone seguire gli incontri per ore senza distrarsi, senza stare continuamente sul telefonino, mi ha davvero sorpreso. Forse esisteva anche una sorta di fame di un appuntamento culturale di questo tipo. Pensando al futuro mi viene in mente una frase di papa Francesco: ‘La verità è un incontro’. Noi abbiamo visto che anche una verità letteraria e umana può emergere, in maniera sorprendente, dall'incontro tra scrittori provenienti da esperienze diverse e le persone che erano lì ad ascoltarli. È qualcosa da cui ripartire e a cui, nella prossima edizione, vorremmo lasciare ancora più spazio”.

Sul palco da sinistra: Davide Mosca, Ciriaco Offeddu Antonio Spadaro, Romana Petri, Marco Lodoli e Sebastiano Nata.

Sedici autori, esperienze e libri molto diversi, eppure, sera dopo sera, sembrava emergere un filo comune. Quanto era stato pensato e quanto, invece, è nato dall'incontro tra le persone?

“Non era stato pensato affatto. Gli abbinamenti tra gli autori sono nati soprattutto dalle loro disponibilità: qualcuno poteva esserci un giorno e non quello successivo. Eppure, in ogni serata, sia gli intervistatori sia, soprattutto, gli autori finivano in qualche modo per riprendere qualcosa che era stato detto prima. Così si è creato spontaneamente quel filo tra temi diversi – la fede, le ferite, la ricerca di sé – che ha attraversato tutto il Festival. È stata una bellissima sorpresa e, forse, anche la conferma di una cosa molto semplice: quando si incontrano persone partecipi, animate dalle stesse passioni, succede sempre qualcosa di bello”.

Nel nome stesso del Festival avete unito letteratura e solidarietà. Che cosa hanno davvero in comune questi due mondi?

“Letteratura e solidarietà sono due ambiti che normalmente vengono trattati separatamente e che noi abbiamo voluto mettere insieme. Il legame, per me, è molto forte: sia la letteratura e la cultura, sia la solidarietà sono attività che possono renderci persone migliori, esseri umani migliori. E c'è anche un'altra analogia. Quando si scrive un romanzo è importante la struttura, ma sono importanti anche ogni singola frase e ogni singola parola. Nella solidarietà accade qualcosa di simile: serve una visione ampia, serve un progetto, ma poi è fondamentale ogni singola azione, ogni rapporto con le persone, ogni momento nel quale ci si aiuta a vicenda. E vorrei sottolineare proprio questo: la solidarietà non è un rapporto a senso unico, è sempre uno scambio alla pari. Credo che sia questo uno dei legami più profondi tra i due mondi che abbiamo voluto unire nel Festival”.

Davide Mosca e Sebastiano Nata. 

"Esercizi di Salvezza"

Ed è proprio qui, nell'incontro con l'altro e nella possibilità di cambiare attraverso le relazioni, che il racconto del Festival incontra quasi naturalmente quello dell'ultimo romanzo di Nata. “Esercizi di salvezza”, edito da Frassinelli nel 2026, è stato presentato nella serata inaugurale del Festival, quando lo scrittore ne ha discusso con il giornalista Davide Mosca.

Lei ha definito gli “esercizi di salvezza” delle “pratiche di resistenza”. Da che cosa cerchiamo di salvarci e, soprattutto, siamo davvero noi a scegliere la strada attraverso la quale farlo?

“Le strade possiamo sceglierle. Possiamo decidere quali percorrere, ma non possiamo scegliere il momento nel quale la salvezza ci arriva. I personaggi del romanzo comprendono lentamente che le vie sono essenzialmente due. La prima, e forse la più importante, è capire che la salvezza passa attraverso il prenderci cura gli uni degli altri: questo è il primo esercizio di salvezza. L'altra strada è mantenere viva una dimensione spirituale. Nel caso dei protagonisti è cristiana, ma potrebbe essere buddista o anche laica: ciò che conta è che la coscienza rimanga viva. Quello di cui anch'io sono stato testimone è che puoi percorrere queste strade, prepararti, cercare, ma la salvezza arriva quando non te l'aspetti. È come una scossa, quella che i mistici potrebbero chiamare un'illuminazione improvvisa. Ti sorprende. Però, quando arriva, la riconosci”.

In “Esercizi di salvezza” la salvezza sembra arrivare proprio quando i personaggi smettono di cercarla nella direzione che avevano immaginato. È questo il cuore del romanzo?

“Sì, perché credo che la salvezza non possa essere programmata. Noi possiamo predisporci, possiamo percorrere delle strade, ma poi accade qualcosa che non avevamo previsto. Anche i protagonisti del romanzo arrivano progressivamente a questa consapevolezza. Non li porto realmente dentro la salvezza: li accompagno fino alla soglia. La vedono, ne vengono quasi investiti, in parte la comprendono e in parte ancora no. Ed è proprio lì che li lascio. Il romanzo si conclude con la ricerca di un nuovo incipit, non soltanto per il reportage sul centro di recupero per i bambini dell'Etiopia che il protagonista sta scrivendo, ma per la sua stessa vita. La salvezza, dunque, non è tanto un punto di arrivo quanto la possibilità improvvisa di cominciare diversamente”.

Lei ha definito il libro “un viaggio dall'ego all'anima”. Che cosa significa e quanto della sua esperienza personale c'è in questo viaggio?

“C'è moltissimo della mia esperienza personale. Nella mia vita c'è stato un percorso che mi ha portato da una concentrazione su un ego che definirei ipertrofico, e che molto spesso mi faceva soltanto soffrire, verso qualcosa di diverso. L'ego ipertrofico non si accontenta mai: vuole sempre più successo, più potere, più denaro. È un ciclo infernale, perché qualsiasi cosa tu raggiunga non è mai abbastanza. Andare verso l'anima significa invece andare verso una vita spirituale e verso gli altri. E ho scoperto che questo può donare felicità. Esistono dolori che non possiamo evitare: la morte di una persona cara, la perdita del lavoro. Ma molti altri dolori nascono proprio dall'ego, perché un ego frustrato produce sofferenza. Questo è qualcosa che non ho soltanto pensato o scritto: l'ho vissuto sulla mia pelle”.

È interessante allora tornare al suo primo romanzo, “Il dipendente”, ripubblicato trent'anni dopo (Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025). Rileggendolo oggi, quanto c'era già di questo conflitto tra ego e salvezza che ritroviamo nel suo ultimo libro?

“C'era moltissimo, anche se quando lo scrissi non me ne rendevo conto. “Il dipendente” rispecchia un'esperienza che avevo vissuto personalmente nel mondo del lavoro. Ero passato da una realtà associativa bancaria, che apparteneva in qualche modo a un vecchio mondo, a Mastercard: per me fu uno shock assoluto. Il romanzo racconta alcuni giorni nella vita di un manager, Michele Garbo,  convinto di avere raggiunto il cielo e che poi si ritrova in una sorta di caduta libera. Rileggendolo oggi, a trent'anni di distanza, vedo chiaramente in quel personaggio tutti i contorcimenti dell'ego. Avrebbe potuto sganciarsi da quell'inferno, ma non riesce neppure a contemplarlo come possibilità: quell'orizzonte per lui semplicemente non esiste. Rimane chiuso lì dentro finché quell'inferno non lo inghiotte. Ed è esattamente il contrario di ciò che accade in “Esercizi di salvezza”. Nell'ultimo romanzo non porto comunque i protagonisti dentro la salvezza: li conduco fino alla soglia. La intravedono, ne vengono colpiti, forse iniziano a comprenderla. “Esercizi di salvezza”, in questo senso, rappresenta la conclusione di un lungo percorso, mio personale ma anche mio come autore”.

Dopo questi giorni di incontri, libri e relazioni, e dopo oltre mezzo secolo di rapporto con Golfo Aranci, possiamo dire che anche questo luogo sia diventato uno dei suoi “esercizi di salvezza”?

“Golfo Aranci occupa un posto molto importante nella mia vita. La nostra casa qui fu costruita dai miei genitori nel 1972, quando frequentavo ancora il liceo. Mio padre era chirurgo e desiderava quel terreno sul mare: fece a lungo la corte al proprietario, Tamponi, che non voleva vendere, finché alla fine riuscì a convincerlo. Quella fu una delle prime case costruite in questo lungo tratto di lungomare e io sono praticamente in bocca al mare, con tutto il golfo davanti. Io sono forse meno capace della media di godere della bellezza naturale, ma Golfo Aranci per me è un'eccezione, perché è talmente bella. E allora sì, può essere uno dei miei esercizi di salvezza. Anzi, forse qui non devo neppure fare un esercizio: la salvezza, come spesso succede, mi viene addosso”.

Alba su Golfo Aranci foto di Luigi Sanna