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Golfo Aranci, presentato il libro "Racconti sparsi. La cura americana e altre storie"

L'intervista all'autore Marco Agostino Amucano

Golfo Aranci, presentato il libro
Golfo Aranci, presentato il libro
Ilaria Del Giudice

Pubblicato il 06 September 2026 alle 18:00

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Golfo Aranci.  Una serata molto partecipata, capace di suscitare curiosità e interesse attorno a un libro nel quale la Gallura non è semplicemente lo sfondo delle storie, ma diventa essa stessa protagonista. Ieri sera si è conclusa con successo la presentazione di “Racconti sparsi. La cura americana e altre storie”, il volume di Marco Agostino Amucano, pubblicato da Paolo Sorba Editore nella Collana Larathanos, protagonista ieri, 5 settembre, del Festival Golfo Aranci Letteratura e Solidarietà. Tredici racconti nei quali memoria, storia e invenzione si rincorrono tra Olbia, Calangianus e diversi luoghi della Gallura. Ma è proprio Golfo Aranci ad avere nel volume un posto particolare.

La presentazione del libro di Amucano si è inserita nella prima serata del Festival condotta dal giornalista Davide Mosca, aperta dai saluti istituzionali del sindaco Giuseppe Fasolino, dall'intervento della delegata all'Istruzione e Sanità Stefania Frau e dall'ideatore del festival . Sebastiano Nata. Spazio poi alla solidarietà, uno dei due fili conduttori della manifestazione, con Martino Montanarini, che ha presentato il progetto Busajo, e Cecilia Brighi, intervenuta per illustrare il progetto dell'Associazione Italia-Birmania.

La parte letteraria della serata ha visto quindi alternarsi sul palco Pier Paolo Di Mino con Lo splendore, in dialogo con Sebastiano Nata; Marco Agostino Amucano con Racconti sparsi, intervistato da Elisabetta D'Andrea; lo stesso Sebastiano Nata con Esercizi di Salvezza, in dialogo con Davide Mosca; e infine Bibbiana Cau con La Levatrice, presentata attraverso il dialogo con Francesca Trivellin.

È proprio all'interno di questo ricco programma che Racconti sparsi ha trovato uno spazio particolarmente partecipato, anche per il forte legame dell'autore e delle storie narrate con il territorio. Al termine della presentazione, dopo aver risposto alle domande di Elisabetta D'Andrea davanti al pubblico del Festival, Marco Agostino Amucano ha concesso un'intervista a Olbia.it, entrando più nel dettaglio nella genesi del volume, nei luoghi che lo hanno ispirato e nel rapporto profondo che lega i suoi racconti alla Gallura e a Golfo Aranci, paese nel quale insegna ormai da quattordici anni.

Professor Amucano, nel libro ci sono Olbia, Calangianus e molta Gallura. Presentarlo proprio a Golfo Aranci deve aver avuto un sapore particolare.

"Sì, direi che Golfo Aranci è uno dei luoghi privilegiati del libro, insieme a Olbia e Calangianus. Non poteva essere diversamente: insegno qui da quattordici anni e ormai mi sento uno del posto, e c'è anche qualcos'altro. Frequentare quotidianamente un luogo significa lentamente imparare a guardarlo al di là della sua immagine più evidente".

Ed è proprio dietro quell'immagine conosciuta in tutto il mondo che lo scrittore va a cercare ciò che più lo interessa. Spiega infatti: "Golfo Aranci non è soltanto mare, turismo e paesaggio: possiede una memoria che il turismo non registra, fatta di persone, vicende minori, qualche mistero taciuto. È la parte che i dépliant non raccontano, ed è la sola che mi interessa". 

Nel libro troviamo “Un bunker per amico”, “Zinzìa, la pecora che non volle essere pecora”, “Il mistero di Terrata” e infine “La cura americana”. Quattro racconti molto diversi. Che cosa li tiene insieme?

"Il territorio, certamente, ma soprattutto il modo in cui il territorio conserva le storie. Il bunker di Tonino Ena a Cala Moresca è una vicenda reale, quasi una storia di ostinazione civile: un uomo che per anni combatte con carte, uffici e burocrazia per recuperare, praticamente da solo, un manufatto della Seconda guerra mondiale. Diverso è il punto di partenza del Mistero di Terrata. Questo parte da un segreto familiare tramandato per quattro generazioni e collocato in un luogo precisissimo, la Terrata del 1901. Con Zinzìa e La cura americana il meccanismo cambia ancora. In questi casi la realtà è soprattutto il punto di partenza. Poi la narrazione prende la propria strada. Il metodo, in fondo, resta lo stesso: cambia solo cosa si scava".

Quanto c'è di vero e quanto, invece, appartiene all'invenzione?

"Dipende dal racconto. Alcuni sono strettamente legati a fatti, persone, testimonianze o documenti; altri partono da un nucleo reale che diventa quasi un pretesto narrativo. Non ho mai sentito il bisogno di stabilire una percentuale tra realtà e invenzione. Mi interessa piuttosto ciò che accade quando un ricordo viene affidato alla scrittura".

Ed è qui che emerge anche l'altra anima di Amucano, quella dell'archeologo: "Ho lavorato un po' come faccio da archeologo, raccogliendo frammenti, documenti, testimonianze, ricordi, cercando di ricomporli e non sempre so dire dove finisca il ricordo e cominci la ricostruzione. Uno scrittore, però, a differenza dell'archeologo, a un certo punto può permettersi di aprire una porta che nella realtà non esiste".

Tra i personaggi più curiosi c'è Zinzìa, una pecora che decide di non accettare il destino delle altre pecore. È una favola?

"Forse sì, ma non soltanto. Zinzìa nasce pecora e scopre progressivamente che qualcuno ha già deciso quale debba essere la sua vita. Lei, semplicemente, non ci sta". Il racconto prende spunto da elementi reali legati alla transumanza verso Capo Figari e Figarolo, ma presto assume un significato più universale. "Si tratta di una storia sulla libertà, sul rifiuto dei confini che altri stabiliscono per noi - continua il professore - Non a caso nel libro la definisco “la pecora che non volle essere pecora”. Mi diverte che a sostenere un tema così serio sia proprio una pecora. Forse gli animali, qualche volta, riescono a raccontare gli uomini meglio degli uomini".

“La cura americana” è invece il racconto più lungo e forse anche il più enigmatico. Possiamo parlare di realismo magico?

"Sì, credo che in questo caso la definizione sia appropriata. La cura americana nasce anch'essa da un piccolo nucleo di realtà, ma poi se ne allontana decisamente. C'è un paese, c'è un misterioso medico, c'è una terapia americana quasi miracolosa e soprattutto c'è una comunità che vuole disperatamente credere".

È proprio qui che il confine fra ciò che è accaduto e ciò che potrebbe essere accaduto diventa volutamente incerto. Evidenzia infatti Amucano: "A quel punto realtà, memoria e invenzione cominciano a confondersi. Il lettore non deve più chiedersi soltanto se ciò che sta leggendo sia vero: dovrebbe cominciare a chiedersi perché tutti abbiano bisogno che sia vero. È lì, credo, si trovi il cuore del racconto".

Un tema che, nelle parole dell'autore, va persino oltre la vicenda narrata: "Nel libro parlo di inganno collettivo, ma non di un inganno semplicemente imposto dall'alto: è la comunità stessa che desidera una versione rassicurante della realtà. Una comunità che non cerca di essere ingannata, ma che tuttavia cerca chi la inganna, senza accorgersene. E c'è dell'altro: alcuni significati rimandano anche al nostro presente, e quelli non li spiego. Se spiegassi tutto io, toglierei al lettore la parte più interessante del gioco".

Dopo l'incontro del Festival, cosa significa aver riportato queste storie proprio qui, davanti al pubblico di Golfo Aranci?

"Presentarlo a Golfo Aranci ha per me un significato particolare proprio perché non arrivo da ospite. È un paese nel quale lavoro da quattordici anni, nel quale ho conosciuto generazioni di ragazzi e famiglie e al quale devo anche alcune delle storie di questo libro". 

Una presentazione che assume così quasi il significato di un ritorno?

"Sì, è un po' come riportare i racconti nel luogo dal quale alcuni di essi hanno avuto origine".

E dopo “Racconti sparsi”? Dobbiamo aspettarci un altro libro?

Amucano sorride, perché di storie nel cassetto sembrerebbe averne parecchie. "Materiale non ne manca - rispone - nel computer avrò una cinquantina di racconti, e tra avere cinquanta racconti e avere un libro c'è una bella differenza. Bisogna scegliere, riscrivere, tagliare, controllare, lasciare riposare e poi ricominciare. Ci vorrà tempo, molto tempo".

Infine, il professore, conlcude con una battuta che racconta forse meglio di tante spiegazioni il suo rapporto con la scrittura: "Sono un maledetto pignolo, e temo che ormai sia troppo tardi per guarire". 

Un'opera scritta con la convinizione che tramandare sia, in qualche modo, un atteggiamento "rivoluzionario" con cui affrontare temi importanti quali memoria, inganno e libertà. Concetti cardine, questi, di un libro scritto in chiave antropologica capace di far riflettere su tematiche sociali importanti a partire da situazioni concrete, racconti di animali ma lasciando spazio anche all'immaginazione.