Sunday, 30 August 2026
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Pubblicato il 30 August 2026 alle 12:00
Olbia. Ci sono persone che custodiscono la memoria di una città senza averne mai ricevuto formalmente l'incarico. Lo fanno raccogliendo una parola in dialetto, una vecchia fotografia, una ricetta, il nome di un pescatore, il modo di armare una vela o di preparare una lenza. Lo fanno perché sentono che quelle piccole cose, se nessuno se ne prende cura, prima o poi possono scomparire. Angelo Dettori, per lungo tempo responsabile amministrativo presso Compagnia Portuale Olbia, nell' ultimo anno stava lottando contro un tumore insidioso. Si è spento nel cuore della notte di oggi, 30 agosto, all'età di 66 anni. Con lui Olbia perde uno dei più appassionati custodi della propria cultura marinara, un uomo curioso, capace di trasformare continuamente i suoi interessi in occasioni di incontro, studio e divulgazione. Il mare era il filo che teneva insieme buona parte del suo mondo. Il golfo di Olbia non era per Angelo semplicemente uno spazio da attraversare o contemplare, ma un grande archivio della memoria. Dentro c'erano uomini, barche, mestieri, parole, sapori e storie che sentiva il bisogno di salvare dall'oblio.
Grande appassionato di vela latina, nel 2001 aveva contribuito alla nascita dell'Associazione della Vela Latina di Olbia. In qualità di presidente dell'associazione aveva promosso regate, raduni, restauri e iniziative dedicate alle antiche imbarcazioni in legno, ma soprattutto occasioni di approfondimento sulla cultura marinara mediterranea. Angelo sapeva bene che quelle barche non erano semplicemente oggetti belli da conservare. Dietro una vela latina c'erano tecniche di costruzione, termini, gesti e conoscenze tramandati per generazioni. Vedeva con preoccupazione quel patrimonio assottigliarsi con il passare degli anni e aveva più volte richiamato l'attenzione sulla necessità di sostenerne la salvaguardia.
In una lunga intervista realizzata nel 2019 da Marco Agostino Amucano (leggi qui), aveva raccontato che la sua prima barca era stata una vecchia lancia in legno degli anni Quaranta, appartenuta anche a zio Mirìa “Tracculeddu”, che con quella imbarcazione andava a pescare cannolicchi alla foce del Padrongianus. Angelo l'aveva acquistata nel 1997 e ribattezzata “Lavinia Mia”, dedicandola alla figlia. Poi era arrivato il “Salvatore Padre”, la piloga dedicata al padre. E proprio nella figura di Salvatore Dettori, Angelo aveva finito per riconoscere l'origine più profonda della propria passione. Raccontava di quando Mario Putzu, “Gess”, vecchio amico del padre, gli regalò una fotografia in bianco e nero scattata nel porto di Olbia nel 1953-54. Nell'immagine il giovanissimo Salvatore era in piedi sull'antenna di un grande barcone a vela latina. Guardando quella fotografia, Angelo disse di aver preso coscienza che tutto ciò che aveva fatto e continuava a fare per la vela latina fosse in qualche maniera “scritto nel mio DNA”. Forse è proprio qui una delle chiavi per comprendere il carattere e l'animo di Angelo Dettori.
Non era nostalgia fine a se stessa. Era piuttosto il bisogno di impedire che ciò che aveva conosciuto e amato venisse dimenticato. E cercava continuamente un modo per trasformare il passato in qualcosa da consegnare al futuro. Da questa volontà erano nati appuntamenti come il Trofeo Re di Tavolara e i convegni “Dalla vela quadra alla vela latina”, capaci di portare a Olbia studiosi ed esperti della navigazione tradizionale. Angelo studiava e raccontava anche la saurra, l'antica attività legata al trasporto del pietrame da Tavolara verso i forni della calce e della sabbia prelevata dal Padrongianus. Ma amava altrettanto la dimensione più popolare e scanzonata della sua città. Quella dei pescatori, delle gare dei chiattini nelle acque di Tilibbas, delle tavolate, delle parole in olbiese e delle ricette tramandate nelle famiglie.
Nel 2015 aveva dato vita ad “A Mossu in Bula”, manifestazione organizzata dall'Associazione della Vela Latina di Olbia insieme al comitato di Nostra Signora di Cabu Abbas, nata con l'intento di recuperare e tramandare ricette, tecniche di pesca e tradizioni marinare olbiesi. Lo scorso 8 agosto Angelo aveva voluto esserci anche per la decima edizione di “A Mossu in Bula”. Per lui quella manifestazione non doveva però esaurirsi in una giornata di festa. C'era un progetto al quale teneva particolarmente e che avrebbe voluto legare proprio al traguardo della decima edizione: raccogliere in un libro le ricette realizzate negli anni di “A Mossu in Bula” con il pescato del golfo di Olbia. Ne avevamo parlato insieme già lo scorso anno. Angelo sentiva la necessità di mettere nero su bianco quel patrimonio prima che potesse disperdersi. Perché dietro una ricetta non vedeva soltanto ingredienti e preparazioni: c'erano il pesce del golfo, i modi di cucinarlo, le parole utilizzate per indicarlo, i gesti imparati dai pescatori e tramandati nelle cucine delle famiglie. C'era, ancora una volta, un pezzo della storia popolare di Olbia da custodire.
Non ha fatto in tempo a realizzare quel libro. Resta uno dei suoi progetti incompiuti e forse uno dei più belli da raccogliere: un timone che Angelo lascia idealmente nelle mani degli amici e dei soci dell'Associazione della Vela Latina di Olbia, con l'auspicio che qualcuno scelga di proseguire la rotta da lui tracciata e trasformare quel desiderio in realtà. In qualche modo, però, Angelo quel lavoro aveva già cominciato a farlo. Pochi giorni prima dell'ultima edizione di “A Mossu in Bula”, il 3 agosto, aveva consegnato alla scrivente quello che sarebbe diventato uno dei suoi ultimi contributi: un testo dedicato alla "pesca del calamaro nel golfo di Olbia". Anche quelle pagine raccontano bene chi fosse. Non gli bastava ricordare che una tradizione esisteva. Voleva raccontare come si facevano le cose e conservarne, possibilmente, persino le parole.
Scriveva della pesca “a pechino” e “a struscio”, dei movimenti della lenza e degli antichi fusi di piombo che un tempo venivano rivestiti con strisce di lardo. Di uno di quei fusi conservava personalmente, e con orgoglio, un esemplare vecchio di oltre cento anni. Poi arrivava alla cucina, alla differenza tra calamaro e totano e alla maggiore versatilità del primo nelle preparazioni tradizionali. E alla fine non rinunciava alla sua ironia, lasciando al lettore una piccola provocazione tutta olbiese: perché diciamo “andamusu a TOTANARE” quando, in realtà, stiamo andando a pescare calamari? Forse quelle pagine avrebbero potuto trovare posto proprio nel libro che immaginava. Perché in Angelo scrivere significava soprattutto lasciare una traccia: fermare sulla carta ciò che il tempo rischiava di portarsi via. E non valeva soltanto per il mare, per le barche o per le tradizioni della sua Olbia.
Dietro l'organizzatore di eventi, il portuale e l'appassionato di cultura marinara c'era infatti un Angelo molto più intimo, profondamente legato agli affetti. Anche quella parte di sé, ogni tanto, la affidava alla scrittura. Nel racconto breve “Hamburger e patatine”, pubblicato da Olbia.it nel 2020 (leggi qui), una scena apparentemente normalissima – un padre seduto con la figlia davanti a un hamburger e a delle crocchette di pollo – diventava una riflessione sull'amore paterno e sulla paura del tempo che passa.
Angelo osservava la figlia ancora giovane e si domandava quali difficoltà avrebbe incontrato nella vita e se le sue ali sarebbero state abbastanza forti per affrontare il mondo. Nel silenzio di quei pensieri arrivava a desiderare per lei un angelo custode che potesse camminarle accanto quando lui non avrebbe potuto farlo. Quando la ragazza si accorgeva dei suoi occhi arrossati, Angelo nascondeva l'emozione dietro la scusa delle sue allergie. E il racconto, dopo tanta ironia e tenerezza, si chiudeva con due parole semplicissime: “figlia mia”. Rilette oggi, quelle pagine assumono inevitabilmente un significato diverso.
E c'è un altro scritto che permette di entrare ancora più profondamente nella sensibilità di Angelo. Il 14 marzo 2021 raccontò la perdita della madre Melina, avvenuta il 6 marzo dell'anno precedente, proprio mentre sull'Italia stavano per abbattersi i giorni più difficili dell'emergenza Covid( qui l'articolo). Anche lì la memoria passava attraverso le piccole cose: le commissioni fatte insieme, i battibecchi al supermercato, il frigorifero che “piangeva” quando era arrivato il momento di fare la spesa, il lenzuolo candido che Melina stendeva sul sedile dell'automobile del figlio prima di accomodarsi. Poi il ritorno nella casa di via Talete. Angelo salì le scale e trovò sua madre sul divano, apparentemente addormentata, con il cucito ancora in grembo. La chiamò più volte. Melina se n'era andata così, in silenzio. Un anno dopo Angelo tornò con la memoria a quel pomeriggio.
Era in macchina e percorreva via Vittorio Veneto quando si abbassarono le sbarre del passaggio a livello. Pensò che gli sarebbe piaciuto vedere Olbia fermarsi almeno per un minuto in ricordo di sua madre. Le sbarre, quasi esaudendo quel desiderio, fermarono invece mezza città per una decina di minuti. Angelo sorrise immaginando la risposta di Melina: “chi si accontenta gode, figlio mio”. Poi appoggiò inconsciamente una mano sul sedile accanto, quasi a cercarla ancora lì. Scrisse che, dopo un anno, l'assenza della madre era diventata una presenza costante nei suoi pensieri e il suo silenzio un continuo riaffiorare di storie, parole, consigli e insegnamenti. E non ebbe timore di confessare che, nonostante fosse ormai un uomo adulto, gli mancava terribilmente quella che definì “il suo primo grande amore”.
Il mare, una ricetta, una vecchia tecnica di pesca, la figlia, il padre Salvatore, la madre Melina. Cambiavano i protagonisti dei suoi racconti, ma forse non cambiava mai davvero ciò che spingeva Angelo a scrivere: trattenere sulla carta ciò che amava perché non andasse perduto. Una fotografia del padre. Una barca chiamata “Salvatore Padre”. Un'altra dedicata alla figlia Lavinia. Il ricordo della madre. Un attrezzo da pesca vecchio di cent'anni. Una parola in olbiese. Una ricetta. Una vela latina. Il racconto di un vecchio pescatore. E, sopra ogni cosa, la memoria della sua Olbia.
La malattia ha interrotto la sua instancabile attività, ma non cancella ciò che Angelo ha lasciato. Rimangono le iniziative, gli studi, le fotografie, gli scritti, le barche, i ricordi condivisi e soprattutto quella convinzione ostinata che anche la più piccola testimonianza meriti di essere custodita, perché quando una comunità perde le proprie storie perde inevitabilmente una parte di se stessa. Nel suo ricordo della madre, fermo davanti alle sbarre del passaggio a livello, Angelo concludeva con una scena semplicissima. I clacson delle auto lo riportavano alla realtà, la fila ricominciava a muoversi e lui scriveva: “Innesto la prima e vado avanti, la vita continua”.
Oggi quelle parole fanno male. Ma forse sono anche il modo più bello per salutarlo. Olbia perde Angelo Dettori. Ma non perde tutto ciò che Angelo ha fatto perché Olbia non dimenticasse se stessa.
Angelo lascia la moglie Vanna Solinas e due figli: Salvatore e Lavinia. I funerali si svolgeranno domani, lunedì 31 agosto alle ore 17:00, presso la Basilica di San Simplicio, con partenza dalla Casa funeraria La Pax Braccu di via Bazzoni Sircana.
Tutta la redazione di Olbia.it esprime le più sentite condoglianze ai familiari.
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