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Bianca, Cronaca

Rubrica "Pillole di crescita": il prezzo del senso di colpa

Quando essere "buoni" diventa un tradimento verso sè stessi

Rubrica
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Ilaria Del Giudice

Pubblicato il 30 August 2026 alle 09:00

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Olbia.“Non posso dirgli di no, ci rimarrebbe male.” “Preferirei non andare, ma non posso deluderli.” Quante volte abbiamo pronunciato o pensato queste frasi? Dire di sì quando dentro di noi urla un no è una dinamica comune, ma quando questa modalità smette di essere un’eccezione e diventa una regola silenziosa, il prezzo da pagare in termini di benessere psicologico si fa altissimo. Per capire come uscire dalla trappola dell’accondiscendenza e ritrovare un'autentica libertà emotiva, ne abbiamo parlato con la coach Paola Gallelli.

Paola, partirei da quelle frasi che diciamo tutti i giorni. Tenere conto degli altri è sbagliato?
"Assolutamente no. Vivere in relazione significa fare compromessi, esserci quando sarebbe più comodo non farlo e, qualche volta, rinunciare a qualcosa per noi importante. Il problema nasce quando questa modalità diventa una regola automatica: diciamo sì pur sentendo un no, rimaniamo dove non vorremmo più stare o ci assumiamo responsabilità non nostre solo perché non riusciamo a sostenere la possibilità di deludere qualcuno".

Spesso però non ci accorgiamo nemmeno che a guidarci è il senso di colpa. Come mai?
"Perché può essere talmente antico da non essere più percepito come un’emozione, ma come un’etica personale. Diventa il sistema attraverso cui definiamo cosa è giusto: "una brava figlia non farebbe questo", "una madre non può pensare prima a sé stessa". A quel punto non pensiamo più di agire per evitare la colpa; pensiamo semplicemente che sia giusto farlo. È qui che il confine diventa sottilissimo".

Il senso di colpa è quindi sempre un nemico da abbattere?
"No, di per sé ha una funzione importante. Se ferisco qualcuno o tradisco un mio valore, la colpa mi aiuta a fermarmi e a riparare. Ma esiste un’altra forma di colpa: quella che compare non perché abbiamo sbagliato, ma perché abbiamo fatto qualcosa che l’altro non avrebbe voluto — come mettere un confine o prendere una decisione diversa dalle sue aspettative. Associamo il suo dispiacere all'idea che la nostra scelta sia sbagliata. Ma non è così: deludere qualcuno non significa fargli del male. Occorre fare una dissociazione tra colpa e responsabilità. Invece che pensare "Ho sbagliato io, devo annullarmi", possiamo iniziare a dire "Rispetto la sua emozione ma mantengo il mio limite."

Da dove nasce la difficoltà nel dire di no?
"Spesso ha radici lontane. Possiamo essere cresciuti imparando che essere amati significava essere bravi, accomodanti e non creare problemi. Un bambino si adatta per proteggere la relazione, ma quella strategia rischia di accompagnarlo anche da adulto. Inoltre, c'è l'immagine che abbiamo di noi stessi: vogliamo conservare la reputazione di essere "quelli che ci sono sempre".

Dire di no mette in discussione l'identità che abbiamo costruito. Chi ha sofferto in passato sembra fare ancora più fatica a mettere confini. C'è un legame?
"Sì. Chi conosce la sofferenza diventa molto sensibile a quella altrui. Se sai cosa significa la solitudine o il rifiuto, farai di tutto per non far sentire così gli altri. È un’empatia preziosa, ma diventa disfunzionale quando sfocia nell'idea di essere responsabili del dolore dell'altro. Posso comprendere la tua delusione senza per questo dover cancellare la mia scelta".

Cosa succede al nostro corpo quando non riusciamo a dire ciò che pensiamo?
"Il corpo partecipa attivamente: un no non detto si trasforma in un nodo alla gola, una tensione allo stomaco, agitazione. Dire di no richiede di sostenere l'impatto emotivo che quella frase provoca. Quando continuiamo a dire sì per evitare il disagio, col tempo accumuliamo rabbia trattenuta, frustrazione e stanchezza. Finiamo per credere che gli altri pretendano troppo, senza accorgerci che siamo stati noi a non mostrare i nostri limiti".

Come si trova il giusto equilibrio senza cadere nell'egoismo?
"Prendersi cura di sé non significa fregarsene degli altri. La differenza sta nella libertà con cui facciamo una scelta. Quando un sì assomiglia a un no, proviamo a chiederci: “Se sapessi con certezza che questa persona non ci rimarrà male, farei comunque questa scelta?”. La risposta ci dice molto. Se abbiamo ferito qualcuno, ripartiamo e chiediamo scusa; ma se il nostro unico "errore" è aver messo un confine, dobbiamo imparare a sostenere il disagio di non essere, per una volta, ciò che l'altro avrebbe voluto".

Qual è il primo passo per uscire da questo schema?
"Iniziare a porsi una domanda diversa. Sostituiamo “Come faccio a non farlo rimanere male?” con “Come posso rispettare l’altro senza abbandonare me stesso?”. Diventare adulti significa rinunciare alla necessità di essere sempre "i buoni" nella storia di qualcun altro".

In conlusione, riportiamo un un esercizio pratico di consapevolezza propostoci dalla coach.
Prima di rispondere all'ennesima richiesta che ti crea disagio, fermati per qualche secondo e fai attenzione ai segnali del tuo corpo:
- ascolta la risposta fisica: Senti una contrazione allo stomaco o un peso al petto? È il corpo che ti avvisa di un obbligo subìto;
- usa la pausa strategica: sostituisci il "sì" immediato con una frase cuscinetto: "Ci penso un attimo e ti aggiorno dopo";
- fai la domanda guida: Quante volte, per evitare che qualcun altro rimanesse male, sono rimasto male io?