lunedì, 12 aprile 2021

Informazione dal 1999

Olbiachefu

L'amore al tempo del Covid-19 - di Angelo Dettori

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez, vi racconto una storia che non si svolge a Cartagena de Indios ma nella città di Olbia

L'amore al tempo del Covid-19 - di Angelo Dettori
L'amore al tempo del Covid-19 - di Angelo Dettori
OLBIAchefu

Pubblicato il 14 marzo 2021 alle 16:30

condividi articolo:

Olbia. Parafrasando il titolo di un famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez, vi racconto una storia che non si svolge a Cartagena de Indios ma nella città di Olbia.

6 Marzo 2020, venerdì.

Ore 16:30 - Sono appena rientrato in ufficio. In tre, presidente, vice e io, siamo usciti poco prima delle 12:00 per adempiere ad un dovere inderogabile, l’estremo saluto ad un portuale che fu anche console della Compagnia Portuale Filippo Corridoni di Olbia. La salma ci attende, esposta dai suoi cari al cordoglio della gente, nella camera mortuaria del nosocomio olbiese. Per un attimo la circostanza mi riporta indietro nel tempo, un déjà-vu. Sergio, questo è il nome del console, era molto amico di Salvatore, mio padre, anch’egli portuale di Olbia ma deceduto il 14 gennaio di 37 anni prima, all’età di 52 anni. Per me, a quel tempo poco più che ventenne, studente universitario tanto inquieto quanto demotivato, la vita sarebbe cambiata di lì a poco. Infatti, un patto tra uomini, non scritto e non pronunciato ma fatto di sguardi e di accenni del viso prevedeva che, così come avviene nelle successioni dinastiche, alla morte del padre sarebbe subentrato il figlio maggiore a ricoprire il posto di lavoro lasciato vacante dal genitore. Ed eccomi qua, a rappresentare la Filippo Corridoni di Olbia, oramai uno tra i più anziani della compagine sociale. Tutto sarebbe stato all’insegna della normalità, usualità e ordinarietà in quella gelida stanza del commiato -  aspetti che presuppongono scambi di abbracci, strette di mani e pacche sulla spalla - se non fosse per il profilarsi di una grave crisi sanitaria conseguente alla comparsa del Coravid-19, virus che uno scienziato cinese - decisamente sfigato - probabilmente  morso da un pipistrello in un non meglio precisato laboratorio di WAN, avrebbe trasmesso ad un terzo con una energica stretta di mano, di fatto innescando l’impellente pandemia. Teniamo le distanze gli uni dagli altri, almeno un metro, no strette di mani, no abbracci tantomeno baci. Chi indossa la mascherina chirurgica è un privilegiato, le FFP2 sono un miraggio e i guanti di lattice sono a divenire. Improvviso mi scappa un abbraccio con zia Costantina, lo so di aver trasgredito ma è 50 anni che ci conosciamo, speriamo bene per entrambi.

Un forte mal di denti – maledetto dente del giudizio – mi aveva tenuto sveglio fin dall’alba dello stesso giorno e adesso che son seduto alla mia scrivania continua imperterrito a pulsare, estendendo le sue martellate fin dietro la nuca. Non ce la posso fare, devo abbandonare il luogo di lavoro anzitempo. Cerco di mettere in ordine le carte, è venerdì, per me ultimo giorno lavorativo della settimana. Lunedì potrò ricominciare da dove ho lasciato in sospeso ma abbandono l’intento, l’ennesima fitta mi provoca un mugolio che stringo tra i denti. Si, vado via ma dove? Sono allergico a molti farmaci e a quasi tutti i più comuni antidolorifici, la tachipirina mi fa un baffo e giungo alla conclusione che il fine settimana sarà particolarmente snervante.

Ore 17:00 - Sono in auto e mi avvio, ma mi avvio per dove? Ancora non so bene. Riepilogo mentalmente: lo studio odontoiatrico del mio amico è chiuso, farmaci a mio rischio e pericolo… Ma certo, mi dico, come ho fatto a non pensarci prima? Digito il numero del fisso e attendo. Uno, due, tre squilli e oltre. Non è possibile, borbotto tra guance e denti, ogni volta che ti chiamo non rispondi o è occupato oppure la cornetta è fuori posto.  Do un pugno di stizza sul cruscotto – adesso mi duole anche il polso – e annullo la chiamata. Vado direttamente da Lei, mi dico, e quando arrivo mi sente, gliene canto quattro. Vuoi vedere che è giù in giardino? Sicuramente sta innaffiando la camelia che in questi giorni è in fiore. Le ho detto mille volte di non scendere giù per quelle ripide scale. Macché! Da quell’orecchio non ci sente. 

Ore 17:15 - Percorro via Dei Lidi e poi su in cima al cavalca ferrovia mi fermo, c’è un po’ di fila e ne approfitto per riformulare il numero. Mentre il telefono squilla libero, una, due, quattro, dieci volte, ascolto distrattamente un giornale radio che parla di confinamento, racconta anche di contagi e di terapie intensive come pure di numerosi casi di morte in un minuscolo e sconosciuto paesino del Nord Italia. Niente, riattacco. Questa volta do una manata sul sedile del passeggero e una nuvoletta di polvere si alza disperdendosi qua e là nell’angusto abitacolo della mia Fiat 600, classe 2005. Mi scappa un risolino e mi viene in mente Lei che il fine settimana precedente mi aveva chiamato per comunicarmi che il suo frigo “piangeva”. Il messaggio, decodificato, stava per “vieni a prendermi che devo fare la spesa”.

La durata dell’intero ciclo di approvvigionamento prevede un impegno di circa tre ore ed include: la ricerca di idonei sacchetti della spesa nello sgabuzzino al piano terra, l’accompagnamento sottobraccio dall’uscio di casa fino all’auto, la scelta del supermercato più idoneo -  c’è quello per i generi alimentari e c’è l’altro per i detersivi - la capatina alla macelleria di fiducia per le fettine di vitello e le sovracosce di pollo e infine il rientro a casa con lo scarico e trasporto delle sette o otto buste della spesa nonché la sistemazione degli svariati prodotti nella dispensa.  Bisogna mettersi l’animo in pace, s’ha da fare. Quando arrivo, in genere sempre in ritardo rispetto all’orario concordato, Lei è già in giardino che mi  aspetta. Capelli in ordine, occhiali trasparenti anti polvere, borsetta al braccio, cappottino blu con risvoltino in velluto intorno a maniche e collo, niente ori – cosa direbbe la gente – unica trasgressione la fede al dito, quella non può mancare mai. Prima di accomodarsi in auto stende un lenzuolo candido e profumato sul sedile alla mia destra e ha inizio un primo battibecco. "Ti sembra questa l’ora di arrivare? - mi sgrida e continua - è più di un’ora che ti aspetto, stavo già per risalire a casa e cambiarmi di abito". Io incasso e ribatto "Bel modo di ringraziare chi è venuto a prenderti e poi che ci fai con questo lenzuolo bianco? Manco ci fosse la peste su quel sedile". 

"La peste?- dice Lei - Magari ci fosse soltanto la peste, chissà quante malattie ti porti appresso su quel sedile. Sporcaccione!". Le schiocco un bacione sulla guancia, l’auto sbanda, Lei fa finta di spaventarsi e giù a ridere come due fidanzatini che hanno appena fatto pace. Nel tragitto mi racconta di cose, di zia Gilda la vicina di casa, qualche novità sui parenti di Taranto, la bolletta dell’Enel sempre più cara, una lampadina da sostituire e il rubinetto che gocciola. La pressione che ieri era un poco alta, dopo una doccia si è regolarizzata e la glicemia che sale e scende come se fosse un ascensore. Insomma, pare tutto normale. Al supermercato le infilo, non senza difficoltà a causa del suo dito mignolo rimasto bloccato all’insù per l’artrosi, il guantino trasparente in polietilene, poi srotolo dieci sacchetti per la frutta e parte un altro battibecco. Infatti, tutte le pere e tutte le mele vanno tastate, esaminate e valutate una per una, prima che la migliore divenga la prescelta. Ma il meglio deve ancora venire. Mi allontana, mandandomi a pesare alcune mele che per lucentezza e perfezione farebbero invidia alla regina Grimilde mentre Lei, convinta di non essere osservata, netta sedani e finocchi come se niente fosse, poi si solleva in punta di piedi allungando il braccio osteo-artrosico più in alto che può, fino a raggiungere quell’ultimo pomodoro dell’ultima cassetta posta più in alto di tutte le altre come se il “verdulero” andaluso glielo avesse posizionato lì, apposta per Lei. Soddisfatta, lo esamina più da vicino con l’occhio buono, un’ultima valutazione olfattiva e poi lo ripone nel sacchetto trasparente non senza averlo privato del picciolo. 

"Adesso me ne vado e ti lascio qua" minaccio e Lei dapprima mi sfida "provaci, voglio vedere se hai quel coraggio, abbandonarmi al supermercato" e poi cercando una logica giustificazione dice "Signore mio, secondo te io dovrei pagare quello che non si mangia? Una povera pensionata come me". Beh! Il discorso fila, come dargli torto? Meglio sorvolare.

 

Ore 17:20 - Sono in via Talete, davanti al cancello della sua casa. Mi aspettavo di vederla tra le piante del giardino nell’intento di incespicare su qualche radice sporgente dal terreno, invece non c’è. Però vedo dei panni stesi sotto il portico a sventolare, dunque, come pensavo era in giardino e non ha sentito il telefono. Il cordless?  Ma a che serve? Quando sale al secondo piano lo lascia al primo e quando è giù… lasciamo perdere. Vuoi vedere che sta lavando le scale, quei quaranta scalini di marmo bianco che portano su fino al secondo piano della palazzina in cui ho vissuto dall’età di 17 anni e fino al giorno del mio matrimonio? Percorro il lungo viale cementato che attraversa il giardino. Le fresie, il pesco giapponese e la vecchia camelia sono in fiore. Un nugolo di api ronzanti preannunciano, in quel piccolo giardini dell’Eden, la fine impellente dell’inverno. Ancora qualche giorno e sarà primavera, tutto si rinnoverà, i fiori saranno frutti, le rondini torneranno al tetto, e se alzerai gli occhi al cielo vedrai quel particolare colore azzurro “de le ciel d’Italie” che tanto ci invidiano i transalpini. E mentre un merlo chioccolante vola via dal fitto alberello di alloro, mi accorgo che la chiave del portone di ingresso, abitualmente inserita nella serratura, oggi non lo è.

Credo di aver capito tutto, l’irritazione scema via, non è in casa. Mia sorella l’avrà accompagnata da Granuzza, il suo coiffeur di fiducia dove tutti la coccolano e la chiamano zia Melina, oppure l’avrà portata a casa con sé per un pomeriggio alternativo coi nipoti. In ogni caso, entrambe le eventualità mi infastidiscono, il tutto è avvenuto senza che ne fossi al corrente, lo metterò in conto per le rimostranze. Prendo coscienza che per il mio mal di denti sarà necessario escogitare un piano B. Faccio per andar via ma ci ripenso, ho la copia delle sue chiavi, l’aspetterò su in soggiorno. Una bibita per gli ospiti c’è sempre, un po’ di TV, divanetto, copertina e un tentativo di relax, chissà che nell’attesa il mal di denti si addolcisca tra le braccia di Morfeo.

 

Ore 17:25 – Mi richiudo dietro la porta e noto le sue chiavi appese al solito chiodino. Sorrido. Ogni dubbio si dissipa, le toglie quando è stanca e vuole riposare in santa pace.  Man mano che salgo le scale sento sempre più nitido un vociare. C’è un ospite, una delle sue figliocce o zia Gilda? No, è la TV. Apro la porta del soggiorno, cerco di farlo pian pianino, voglio farle una sorpresa ma la maniglia cigola ferruginosa, accidenti l’avrò svegliata? No. Eccola finalmente, mi dà le spalle. Ha posizionato il suo candido divanetto a due posti davanti alla TV, si è seduta sul lato destro e guardando quel noioso programma del pomeriggio che tanto le piace si è adagiata sul lato sinistro per un meritato sonnellino. Mi avvicino con passo leggero, so già cosa mi dirà, “ho appena chiuso gli occhi”.  La sua guancia è poggiata a sfiorare un cofanetto di cioccolatini a forma di cuore che qualche anno prima le regalai per una qualche ricorrenza e che Lei ha trasformato in porta “ago e filo” dove riporre rocchetti colorati, fettucce e bottoni. Ha in grembo un cuscino dal quale pendola, all’estremità di un lungo filo da imbastire, un ago lucente.

 "Mà" la chiamo, "Mamma!" insisto più volte alzando il tono. Melina non si sveglia, la sua vita terrena si è conclusa con quell’ultimo punto di cucito, il suo ago non pendola più.

 Quante volte avevamo pensato insieme, scherzandoci su, a questo momento e quante volte ci aveva dato precise e indeclinabili disposizioni. Ma io non accetto la realtà delle cose. La chiamo ancora come farebbe un agnello da latte impaurito dai lupi che cerca l’improbabile aiuto della madre. Quella quercia dalle lunghe fronde che ci ha tenuti stretti, uniti e indenni dalle intemperie, non può non essere più. Sono impietrito, smarrito, mi sento perso.

9 Marzo 2020, lunedì.

Ore 15.00 – A quanto pare il pericolo che una pandemia potesse velare l’azzurro “ciel d’Italie” era stato sottovalutato da tutti indistintamente. Il virus dalle lunghe ali ha volato più veloce dell’immaginato e in pochi giorni ha sparso le sue spore nella penisola italiana dove gli uomini muoiono con la stessa dinamicità delle mosche. Il resto dell’Europa sta a guardare, minacciando di chiudere le frontiere come se il virus fosse una faccenda tutta italiana. Poveri e boriosi ebeti, ben presto prenderanno coscienza che il male gli serpeggia in casa già da tempo. 

Oltre i parenti stretti, solo pochi eroici ed incoscienti amici salgono le scale di marmo bianco della palazzina di via Talete, dove Melina li attende composta ma impaziente di compiere il salto che la riporterà, dopo 37 anni di lontananza, tra le braccia del suo agognato amore, quell’olbiese dagli occhi verdi che marinaio nella città dei due mari dapprima le rapì l’anima e poi se la portò nella città felice. 

E’ un vero peccato che per Lei le porte delle chiese restino chiuse. Proprio per Lei a cui la chiesa aveva indicato la via, per Lei che tanto contava in quell’ultimo abbraccio, quel pubblico “nulla osta” per l’altro mondo. E mentre al camposanto un prete guardingo ed equidistante, recitata una breve giaculatoria, sparisce furtivo oltre il confine che separa a stento il mondo dei più da quello dei vivi, resto convinto che non saranno quei sedani nettati di soppiatto a sbarrarti la strada per il mondo di pace che meriti. Vai Melina, le sussurro, vai tranquilla dove haI sempre creduto che fosse la tua vera casa.

Un anno dopo. 6 Marzo 2021, sabato.

Ore 17:25 – Sono in auto, percorro Via Vittorio Veneto e rimugino. Mi piacerebbe che a distanza di un anno le campane suonassero e la città si fermasse per un minuto così come accade a Hiroshima ogni 6 di agosto in segno commemorazione. Nel mentre, suonano le campanelle del passaggio a livello, le sbarre si abbassano e mezza città  - volens aut nolens - si ferma, non per uno ma per dieci minuti. Mi rifletto nello specchietto retrovisore e stringo gli occhi in un mezzo sorriso, penso a cosa avrebbe detto Melina, “chi si accontenta gode, figlio mio”. Oggi, sabato, sarebbe stata sicuramente la giornata del frigo piangente e inconsciamente poggio la mano sul sedile alla mia destra quasi a cercare un'improbabile presenza. In realtà, da un anno a questa parte la sua assenza è divenuta una presenza pressoché costante nei miei pensieri, il suo silenzio un continuo vociare di storie antiche, di parole rassicuranti, saggi consigli e insegnamenti di cui fare tesoro. Spesso la sogno che mi abbraccia stretto, a volte il sogno sembra talmente vero che riesco a sentire le sue ossa spigolose e il suo profumo. Mi chiedo se tutto ciò sia normale.

Forse è il rimorso a far parlare i sogni, mi ricorda ciò che avrei dovuto fare a tempo debito. Sono stato un buon figlio per Lei? Se quel giorno fossi andato via dal lavoro mezz'ora prima, chissà? Credo si capisca bene, nonostante la mia età adulta, Melina mi manca e la circostanza mi provoca un angoscioso senso di smarrimento che non ho timore di ammettere perché, in fondo, sono semplicemente un figlio che al tempo del Covid-19 ha perduto il suo primo grande amore.

Un ripetuto suono di clacson mi desta, nel mentre la fila si è mossa, innesto la prima e vado avanti, la vita continua.

Angelo Dettori