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Olbia, Aurelio Spano racconta la Gallura: tra “bolle temporali” e nuraghi nascosti

Aurelio Spano, spedizioniere doganale di professione, da una vita insegue nuraghi mai fotografati, stazzi abbandonati e i segreti dell'Olbia medievale

Olbia, Aurelio Spano racconta la Gallura: tra “bolle temporali” e nuraghi nascosti
Olbia, Aurelio Spano racconta la Gallura: tra “bolle temporali” e nuraghi nascosti
Patrizia Anziani

Pubblicato il 07 September 2026 alle 07:00

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Olbia. Ci sono passioni che nascono all’improvviso e altre che sembrano attraversare le generazioni. Quella di Aurelio Spano per la storia, l’archeologia e la memoria della Gallura appartiene decisamente alle seconde. Prima dei trekking alla ricerca di un nuraghe nascosto dalla vegetazione, prima delle fotografie agli stazzi abbandonati e delle lunghe ricerche tra libri, documenti e vecchie testimonianze, c’è infatti un bambino che osserva suo padre. Ed è probabilmente lì che comincia tutto.

Aurelio Spano, 58 anni, olbiese, classe 1968, nella vita svolge una professione apparentemente lontana dall’archeologia. Dopo una prima esperienza lavorativa a Genova nel settore delle spedizioni e delle pratiche doganali, scelse di tornare nella sua città natale. Oggi lavora per la storica Agenzia Unimare come agente marittimo e spedizioniere doganale: “Copriamo tutto il lavoro portuale, dagli sdoganamenti al seguire le navi di linea e da crociera. Io amo molto il mare, Olbia e questa zona, così come amo tanto il mio lavoro”. Un mestiere che si è fatto raro: Spano è infatti uno degli ultimi spedizionieri doganali patentati ancora in attività a Olbia. “Mi capita di sdoganare in un solo giorno una barca da due milioni di euro, con quattrocentomila euro di IVA, oppure i tender più curati al mondo, quelli destinati ai grandi yacht”, racconta, quasi a sottolineare quanto due mondi apparentemente lontani — i traffici del porto e la memoria sepolta del territorio — convivano nella sua stessa giornata.

In primo piano Aurelio Spano al campo Fausto Noce. Foto Enrico Spano 1972.

Accanto alla professione, però, c’è da sempre un’altra parte importante della sua vita: la ricerca della storia della sua terra. Una curiosità nata molto presto e alimentata soprattutto dal padre, il maestro Enrico Spano, grande appassionato della storia e dell’archeologia di Olbia e legato da amicizia allo studioso e ricercatore Dionigi Panedda, conosciuto sui banchi del liceo. È lo stesso Aurelio a indicare senza esitazioni l’origine di questa passione: “Più che il lavoro, quello che mi ha sempre attirato verso questi argomenti era la passione che aveva già mio padre. Lui era un grande appassionato di storia, di Olbia, e tra gli amici del liceo c’era anche il professor Panedda”. In quella casa, dunque, la storia di Olbia e della Gallura faceva già parte della quotidianità. C’erano i libri, le fotografie, i racconti e soprattutto il desiderio di conoscere meglio ciò che quel territorio custodiva. “Da piccolo ho sempre guardato con molto interesse i suoi libri, i libri di Panedda, quelli dei primi anni Cinquanta, e ho sempre avuto la curiosità di studiare anch’io queste cose”.

Il maestro Enrico Spano con i suoi alunni presso i ruderi dell'Acquedotto Romano di via Mincio a Olbia.

Una curiosità che negli anni si è trasformata in ricerca personale: capire come si fosse evoluta la Gallura, cercardone le tracce e provare a ricomporre i frammenti di una storia rimasta, rispetto ad altre aree della Sardegna, ancora in parte da esplorare. “La Gallura è rimasta a lungo un po’ ai margini di certi studi, quasi avvolta nella nebbia. La documentazione disponibile è più limitata rispetto a quella di altre zone della Sardegna e, per questo, molti aspetti della sua storia presentano ancora oggi diverse lacune”, spiega Aurelio Spano. Ma il legame con il padre non passa soltanto attraverso i libri. C’è un’altra eredità importante: “Mio padre condivideva la passione per la storia della Gallura con quella per la fotografia. Fin dal dopoguerra organizzava escursioni, studiava il territorio e lo documentava attraverso le immagini. A partire dal 1947 raccolse una bellissima collezione di fotografie. Ricordo che da bambino le guardavo con grande interesse e ne rimanevo affascinato”. Il passaggio da padre a figlio avviene quasi naturalmente.
 “Anch’io, da ragazzino, appena finite le scuole medie, iniziai a portare sempre con me una piccola macchina fotografica, naturalmente con il rullino sempre pronto”. Negli anni Ottanta, durante le gite e le escursioni con gli amici, Aurelio diventa così quello a cui spetta il compito di documentare e conservare i ricordi del gruppo. “Tra i miei amici ero quello che faceva i reportage delle nostre giornate: fotografavo le gite, le escursioni, i luoghi che visitavamo. In fondo, senza rendermene conto, stavo seguendo le orme di mio padre e facendo un po’ quello che aveva fatto lui prima di me”.
 Potrebbe sembrare semplicemente la passione di un ragazzo per la fotografia. In realtà, dietro quegli scatti c’era già qualcosa di più profondo: il desiderio di fermare il tempo e conservare la memoria di luoghi e momenti destinati a cambiare. “Credo fosse una questione di consapevolezza. Quando scattavo una fotografia sapevo che stavo fermando quell’immagine nel tempo e che, un giorno, avrei potuto ritrovarla. Non volevo che quei momenti andassero perduti”, spiega Aurelio, riferendosi nuovamente al padre. “Lui aveva fissato nelle fotografie i luoghi e i momenti del suo tempo e io sentivo, quasi istintivamente, la stessa esigenza. Sapevo che quelle immagini sarebbero rimaste e che, a distanza di anni, avrebbero continuato a raccontare qualcosa”. Fotografia, ricerca e archeologia finiscono così per incontrarsi. Perché anche andare alla ricerca di un sito nascosto significa, in qualche modo, salvare dall’oblio una parte della memoria del territorio. “Siamo talmente fortunati ad avere una ricchezza archeologica così grande che quasi non ce ne rendiamo conto”, osserva Spano, portando come esempio la fonte nuragica di Li Fitteddi, a pochi chilometri da Olbia, vicino al Castello di Sa Paulazza: “Credo che il novanta per cento degli olbiesi non l’abbia mai vista, né sappia che esista. In altre zone un sito così sarebbe valorizzato con un giardino, pulizia continua, foto e indicazioni. Qui, come tanti altri, viene tenuto in condizioni pessime”.

Aurelio Spano dentro il Dolmen del Nuraghe Agnu a Calangianus.

Una ricchezza che, paradossalmente, non sempre è facile conoscere. Ancora oggi esistono siti difficili da raggiungere e, in alcuni casi, persino da individuare. “Ci sono ancora tantissimi siti che non sono riuscito a visitare, anche nella zona di Olbia. Alcuni si trovano all’interno di terreni privati, altri sono poco segnalati o non lo sono affatto e raggiungerli può diventare davvero complicato”. La ricerca si trasforma allora in esplorazione, affidandosi all’esperienza, all’intuito e alla conoscenza del territorio. “A volte si va praticamente a orientamento, senza alcuna indicazione. Può capitare di camminare nella vegetazione, spostare un cespuglio e ritrovarsi improvvisamente davanti a un sito archeologico”.
Il cammino, d’altronde, è sempre stato una parte importante della sua vita. “Ho sempre amato il trekking in Gallura e nel resto della Sardegna. Da ragazzo facevo soprattutto escursioni e arrampicata: Tavolara, San Pantaleo, la zona di Arzachena, Santa Teresa, Caprera. Era un modo per vivere e conoscere il territorio”. Con il passare degli anni, però, l’escursione non è più soltanto il piacere di raggiungere un luogo, ma diventa occasione di ricerca. “All’inizio era trekking puro, poi è diventato qualcosa di più specifico, sempre più legato alla storia. Camminando vai alla ricerca dei siti archeologici, scopri gli stazzi e le tracce lasciate da chi ha vissuto in questi luoghi. Il territorio comincia a raccontarti la sua storia”.

Aurelio Spano sulla cima dell'isola di Tavolara.

Una delle scoperte che ricorda con maggiore emozione è quella del nuraghe Li Conchi, nel territorio di Arzachena. “È stata davvero una sorpresa. Si trova in una zona molto impervia, raggiungibile praticamente soltanto attraverso un sentiero aperto dai cacciatori. Sapevo che il nuraghe doveva essere da quelle parti, ma non avevo fotografie o altri riferimenti e neppure dalle immagini satellitari si riusciva a vedere qualcosa. A un certo punto stavo quasi per rinunciare”. Poi decide di cercare ancora. E finalmente, nascosto nella vegetazione, appare il nuraghe. “Quando l’ho trovato sono rimasto impressionato: è bellissimo, un nuraghe bilobato con la sua muraglia. La cosa più emozionante è stata trovarmi davanti a qualcosa che non avevo mai visto fotografato, né online né altrove. È stata una scoperta del tutto inaspettata”.

Non sono solo i siti nuragici, però, ad affascinarlo. La Gallura conserva anche un patrimonio militare imponente, tra Santa Teresa e la Maddalena, in parte valorizzato e in parte del tutto dimenticato. Proprio in quella zona Spano ha individuato tre postazioni sconosciute perfino agli appassionati di storia militare locale: “Ho trovato tre siti ormai persi nella nebbia del tempo: una batteria che si chiama Batteria Pileri, una bella vedetta in zona Malchisana, e un’altra, in territorio di Aglientu, che era stata scambiata per un semplice ovile. Ne ho segnalate due, una al Comune di Santa Teresa e una al Comune di Aglientu: non risultano ancora censite”. Della Batteria Pileri, purtroppo, restano solo i ricordi: “È andata persa. È stata chiusa dentro un terreno privato e completamente ricoperta dalla vegetazione. I nuovi proprietari hanno trasformato il vecchio stazzo accanto in una sorta di buen retiro di lusso e non gradiscono che ci si avvicini”.

Ma non sono soltanto i siti archeologici e militari più antichi ad affascinarlo. Ci sono anche gli stazzi abbandonati, testimonianze di un passato molto più vicino e, forse proprio per questo, capaci di restituire in maniera ancora più immediata la vita di chi li ha abitati. “Quando trovi uno stazzo rimasto intatto, così come è stato lasciato nel momento in cui chi lo abitava è andato via, hai davvero la sensazione che il tempo si sia fermato. Io questi luoghi li chiamo ‘bolle temporali’”.

Aurelio Spano in uno stazzo abbandonato posa dietro a due antichi bidoni del latte ( foto 2017).

Dentro può esserci ancora tutto. “Puoi trovare un calendario del 1974 o magari del 1955, gli attrezzi da lavoro, il letto, le coperte, gli indumenti. Ogni cosa è rimasta al suo posto e ti restituisce l’immagine di quel momento, come se il tempo si fosse fermato proprio lì”. Sono testimonianze sempre più rare. Il tempo, i crolli, la vegetazione e il passaggio delle persone finiscono inevitabilmente per trasformarle. Quando invece uno stazzo conserva ancora ciò che apparteneva alla vita dei suoi abitanti, la sensazione è completamente diversa. “Entrare in uno di questi luoghi è un po’ come entrare in un piccolo film”.

In uno stazzo abbandonato nella zona di San Giovanni, Spano ha trovato qualcosa che ancora oggi ricorda con particolare emozione: il diario di un pastore. “Era un piccolo block notes sul quale questo pastore annotava, giorno dopo giorno, quello che faceva. Raccontava quando prendeva la corriera per andare ad Arzachena, quando comprava il sacco di cereali, gli incontri con gli amici, le sue abitudini. Attraverso quelle poche righe potevi ricostruire la sua giornata e, in qualche modo, entrare nella sua vita quotidiana. È stata una scoperta bellissima”.

"Olbia romana una città multiculturale 226 d.C." render IA Gemini porposto sui social da Aurelio Spano con prompt: Plastico città del Museo Archelogico di Olbia

Render del cimitero vecchio di San Simplicio a Olbia proposto sui social da Aurelio Spano con l'aiuto di IA Gemini.

Negli ultimi anni l’interesse di Spano si è concentrato anche sull’Olbia medievale, una delle fasi della storia cittadina meno immediatamente visibili agli occhi di chi oggi percorre le vie della città. Lo affascinano le fonti antiche, le mura, le porte, gli edifici scomparsi e soprattutto la possibilità di provare a immaginare l’aspetto di quella Civita medievale di cui oggi rimangono testimonianze e tracce da ricomporre. “Tra le ricostruzioni che ho realizzato, quella che mi ha dato maggiore soddisfazione è proprio quella di Civita, del suo borgo medievale”. Per arrivarci, Spano parte sempre da un dato concreto: “Ho preso come base la foto del centro storico di Olbia, perché se ne conosce il perimetro: passa davanti alla piazza, segue la curva di via Piccola, costeggia via Asproni, passa dietro l’abside di San Paolo e si unisce a via delle Terme”. A guidarlo sono anche le fonti d’archivio e le testimonianze raccolte. Anche le nuove tecnologie, intelligenza artificiale compresa, sono diventate uno strumento di lavoro: da una fotografia dell’affresco di San Simplicio ha provato a farsi restituire, con l’aiuto di un software, un’idea di come poteva apparire l’originale. Spano tiene però a distinguere sempre ciò che può essere documentato da ciò che rimane una sua ipotesi: la tecnologia può aiutare a rendere visibile e comprensibile il passato, ma non può trasformare una ricostruzione ideale in una certezza storica. Non tutte le sue proposte, del resto, hanno raccolto consenso unanime. Sul sito di Molara, dove sorgevano la chiesetta intitolata a San Ponziano e un monastero, la sua ricostruzione ha suscitato qualche critica, ma Spano precisa: “La chiesetta esiste, il sito esiste: non è un’invenzione. Se c’era un monastero, doveva avere anche un dormitorio, una cucina, un luogo per viverci tutto l’anno: non erano monaci che stavano in una grotta”. Il suo metodo, in fondo, è racchiuso in poche parole: “Vado sempre alle fonti”.

Chiesa di San Ponziano e monastero nell'isola di Molara (Olbia) ipotizzati in un render ideale 3d elaborato da Aurelio Spano con l'aiuto di ChatGPT.

Leggere, confrontare, verificare. È forse questo uno degli aspetti che meglio raccontano il suo modo di vivere questa passione: la curiosità non separata dal rigore della ricerca e il confronto con gli specialisti del territorio. Dietro la sua ricerca c’è anche un desiderio più ampio, quello di un riconoscimento che, secondo Spano, a Olbia manca ancora: “Vorrei che Olbia avesse il riconoscimento che merita, sia dal punto di vista economico che da quello storico”. Una convinzione che lega alla geografia stessa del territorio: “Le città sono nate sul mare o vicino ai fiumi per una ragione precisa: Olbia, come Cagliari e Oristano, è stata scelta dai Fenici e dai Greci perché offriva acqua e un porto naturale. Non è un caso, è una scelta di natura”. Non nasconde una certa insofferenza per il campanilismo che talvolta ancora incontra: “C’è chi non accetta la storia di Olbia. Io cerco di fare a mio modo divulgazione anche per questo, per far capire che qui si celebrava la messa con un vescovo ottocento anni prima che ci fosse un vescovo a Tempio. La storia della Gallura non nasce nel Settecento”. Ma c’è anche il desiderio di trasmettere quella stessa curiosità agli altri, di spingerli a guardare un luogo apparentemente familiare con occhi diversi e a domandarsi che cosa ci fosse prima e quali storie possano ancora nascondersi dietro un muro, sotto la vegetazione o lungo un sentiero.  Per ora, tra un sopralluogo e l’altro, Spano coltiva anche l’idea di un progetto più ambizioso: “Può darsi che, quando andrò in pensione, mi venga voglia di scrivere una sorta di libro- guida del territorio gallurese. Per ora è solo un’idea, non ho ancora messo le fondamenta”.