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Olbia, la città dei "grandi eventi" senza radici: perse tre manifestazioni storiche

Tanto affanno per riempire l'estate, ma le tradizioni locali arrancano

Olbia, la città dei
Olbia, la città dei
Angela Galiberti

Pubblicato il 20 February 2026 alle 07:00

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Olbia. Ci sono molti modi di raccontare di come il tessuto cittadino olbiese si sta lentamente sfilacciando: c'è la questione del disagio sociale, di cui vi abbiamo parlato nell'editoriale della scorsa settimana; c'è la turistificazione con la conseguente bolla immobiliare che sta mettendo a dura prova i quartieri e di cui vi abbiamo parlato spesso in questi ultimi mesi; ma c'è anche l'annosa questione degli eventi.

Avete letto tutti del pasticcio date e location riguardante Jovanotti e Notre Dame de Paris. Olbia è una città ormai talmente satura di eventi che è diventato complicato gestire un problema come quello sorto per la location individuata vicino al parco del Padrongianus (benché ampiamente prevedibile e senza toccare la protezione ambientale e il greenwashing). Ma cosa c'entra, direte voi, l'estate piena zeppa di eventi con lo sfilacciamento del tessuto sociale? C'entra, c'entra: a guidare questo cambiamento è stata l'amministrazione comunale, cioè è stata una scelta politica. 

A oggi, abbiamo una città che - appena parte la stagione turistica - entra in un vortice di eventi nazionali e internazionali che non si ferma mai (almeno fino a settembre, settimana più o meno) e che - oltre a far girare l'economia (quanto e come, però, non è dato sapere) - crea notevoli disagi a chi non vive di questa giostra a ciclo continuo. Di per sé gli eventi non sarebbero un problema, se non fosse che questi cambiamenti profondi investono (letteralmente) anche gli equilibri "socio-culturali" di una comunità.

Quanti di voi si sono accorti che Olbia ha perso alcune manifestazioni storiche? Anche qui: non è tutta colpa delle scelte politiche dell'amministrazione comunale, ma è chiaro che si sono create delle condizioni tali per cui alcune tradizioni stanno sbiadendo e con esse quel senso di comunità, di appartenenza, che esse cementificavano.

Mentre San Simplicio resiste (e difficilmente verrà mai meno, merito della coesione del Comitato), altri appuntamenti storici si sono persi o comunque non vengono organizzati da anni.

Una delle feste più importanti, San Giovanni e la Madonna del Mare, è letteralmente scomparsa. Moltissimi non la ricorderanno nemmeno, ma era una festa estremamente suggestiva che prevedeva anche la processione a mare. Qualche video, datato 2018, si trova ancora su Facebook. Anche la Remata de Sos Carreras, il vero e unico "palio" olbiese, è ormai un lontano ricordo dopo un breve revival. Per chi non la conoscesse, la Remata de Sos Carreras è una sfida in velocità a bordo dell'imbarcazione tipica, il chiattino, e a sfidarsi erano i quartieri della città. 

Infine, il carnevale: il grande assente silenzioso. A Olbia si è sempre fatta la sfilata con i carri allegorici, si sono sempre organizzate feste in maschera (quella di Mariotti è l'unica sopravvissuta) e - per quel che ricordo personalmente - c'è sempre stata la frittellata in piazza con annessa la consumazione di fave e lardo in Piazza Crispi.

Non parliamo di eventi spettacolari che muovono le folle, ma di tradizioni locali che cementificavano le relazioni tra pari e il senso collettivo della comunità.

Ognuna di queste feste è sparita per motivazioni diverse, vuoi perché nascono contrasti nei comitati, vuoi perché i comitati si sciolgono, vuoi perché non si ha il tempo materiale per organizzare. Ma i cambiamenti socio-economici che stanno travolgendo Olbia sono uno più che uno sfondo in questa crisi, se vogliamo, di identità.

Se non ci sono materialmente le persone che vogliono mandare avanti questo tipo di tradizioni, non è solo per una mancanza di tempo o perché è faticoso (sì: è molto faticoso). Più probabile che le nuove generazioni (a cominciare dalle generazioni Millennial e Z) stiano ridefinendo il concetto stesso di "olbiesità", ma senza le radici (perché non le conoscono e se una cosa non si conosce, non si può apprezzare né sostenere). Non solo: molti olbiesi sono costretti a emigrare per lavoro fuori dalla Sardegna o a trasferirsi nei Comuni limitrofi perché a Olbia non si trova casa a prezzi umani (e per umani s'intende: non oltre 1/3 della retribuzione), mentre molti non-olbiesi si trasferiscono in città per lavoro o anche in virtù di investimenti immobiliari e/o maggiore disponibilità economica.

Lentamente, il tessuto sociale sta cambiando. Cambiano le abitudini, cambia la cultura sociale condivisa. Il Comune non organizza comitati, ma non può neanche limitarsi a essere solo un bancomat o uno spettatore passivo, come non può limitarsi a pensare solo a grandi eventi. L'amministrazione ha uno grande strumento a sua disposizione, uno strumento che non ha mai sfruttato come si deve, perché non nasce per adulare chi sta al governo della città, ma per pungolare e collaborare: i comitati di quartiere.

Neanche i comitati di quartiere possono sostituirsi ai comitati delle feste tradizionali, ma li possono affiancare, coccolare, aiutare, sostenere. Dato che non tutto è perduto e che una tradizione si può riportare in auge, il mio personale auspicio è che la prossima amministrazione, non importa di quale colore, crei le condizioni per far rinascere alcune di queste tradizioni, dia gambe anche a tutti quegli eventi che non ti portano al TG1 delle 20 e che contribuiscono a costruire la comunità. Magari non sarà facile, ma la nostra città ha le risorse (umane e non) per fare tutto. Olbia corre veloce, ma non può continuare a perdere pezzi e a lasciare tanti cittadini indietro.