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Arzachena e gli Stazzi Galluresi: Giuseppe Contini ne svelala memoria

Sessant'anni di storia in un libro a tutela dell'architettura che ha fondato un popolo

Arzachena e gli Stazzi Galluresi: Giuseppe Contini ne svelala memoria
Arzachena e gli Stazzi Galluresi: Giuseppe Contini ne svelala memoria
Laura Scarpellini

Pubblicato il 19 February 2026 alle 07:00

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Arzachena. C’è un tempo, non troppo lontano, in cui la geografia della Gallura non era tracciata dalle mappe turistiche, ma dai profili rettangolari delle case di granito: gli stazzi. Questi insediamenti, nuclei di una civiltà orgogliosamente autosufficiente, oggi sembrano ferite aperte nel paesaggio, sentinelle silenziose che si sgretolano sotto il peso dell’abbandono. Giuseppe Contini, nel suo nuovo libro “Il Sentiero degli Stazzi”, compie un’operazione che è al contempo chirurgica e sentimentale: recuperare le macerie di quella storia per trasformarle in eredità.

Il racconto di Contini è lo specchio di una generazione. È la cronaca di un’epoca in cui la Costa Smeralda appariva come un miraggio di modernità, una promessa di stipendio fisso che spingeva i giovani a fuggire da quei terreni aspri e pietrosi, allora considerati senza valore. Contini stesso ha vissuto questa metamorfosi, scalando le gerarchie delle cucine più prestigiose della costa. Eppure, proprio tra i fuochi degli hotel di lusso, ha compreso che il vero "oro" non era solo nel turismo d'élite, ma nelle radici profonde di quei luoghi lasciati alle spalle.

Trent’anni di ricerca fotografica hanno permesso all'autore di mappare una civiltà che sta scomparendo. Ogni scatto è un atto di resistenza contro il crollo, un modo per trattenere la memoria visiva di un mondo dove la vita era scandita dai cicli della natura e dalla solidità della pietra.

Se oggi guardiamo agli stazzi con "simpatia e nostalgia", la realtà dei fatti ci mette di fronte a un'urgenza politica e sociale. L’Unione Europea riconosce e tutela, attraverso finanziamenti mirati, l’eredità culturale dei popoli; un alveo nel quale lo stazzo gallurese rientra di diritto come architettura rurale unica al mondo.

Il libro di Contini non è solo un diario di memorie, ma un invito perentorio alle autorità Comunali, Provinciali e Regionali: approfondire il discorso normativo e strategico prima che l'ultimo tetto crolli. Integrare la cultura degli stazzi con il turismo esperienziale e la produzione locale non è solo un omaggio al passato, ma un’opportunità economica per il futuro.

Giuseppe cosa racconta nel suo libro “Il Sentiero degli Stazzi”?

"Il Sentiero degli Stazzi è un’opera che nasce dal desiderio di preservare e raccontare la civiltà degli stazzi galluresi, un sistema di vita che rappresenta una delle espressioni più autentiche della cultura rurale della Sardegna e dell’Europa mediterranea. Attraverso una narrazione che intreccia memoria, riflessione e racconto, il libro conduce il lettore dentro un mondo in cui l’uomo viveva in equilibrio con la natura, seguendo i ritmi della terra e fondando la propria esistenza su valori essenziali come il rispetto, il lavoro, la famiglia e la dignità.Gli stazzi non erano semplicemente abitazioni rurali, ma rappresentavano un modello di civiltà fondato sull’autosufficienza, sulla conoscenza del territorio e su un profondo senso di appartenenza. Il libro non è solo una testimonianza del passato, ma una riflessione sul presente e sul futuro, e su ciò che l’uomo moderno rischia di perdere allontanandosi dalle proprie radici".0

Giuseppe, il suo libro sembra il punto d'arrivo di un lungo cammino interiore. Qual è stata la scintilla, il momento esatto in cui ha capito che trent'anni di scatti e memorie dovevano trasformarsi ne Il Sentiero degli Stazzi?

"L’idea di questo libro nasce dalla mia vita, dal fatto stesso di essere nato in un tempo in cui la civiltà degli stazzi era ancora presente, anche se già nel suo lento declino. Durante la mia infanzia, quel mondo non era ancora completamente scomparso. Gli stazzi non erano per me ruderi silenziosi, ma presenze vive nel paesaggio, luoghi che appartenevano alla normalità della mia terra. Anche quando non li comprendevo pienamente, ne percepivo il significato profondo, come si percepisce qualcosa che ci appartiene senza bisogno di spiegazioni.Questa appartenenza si è trasformata, nel corso degli anni, in una ricerca consapevole.Per oltre trent’anni ho condotto una ricerca fotografica degli stazzi galluresi. All’inizio era uno sguardo istintivo, guidato dall’esigenza di fermare il tempo, di conservare ciò che stava lentamente scomparendo. Ogni fotografia era un tentativo di trattenere una traccia, una testimonianza.Ogni stazzo che incontravo non era solo una struttura in pietra, ma una presenza viva. Le pareti, i silenzi, il paesaggio che li circondava raccontavano una storia fatta di lavoro, sacrificio e dignità.Nel tempo ho compreso che non stavo solo documentando degli edifici, ma una civiltà intera. La fotografia mi ha insegnato a osservare, ma a un certo punto ho sentito che non bastava più. Ho sentito il bisogno di dare voce a ciò che avevo visto e custodito per tutta la vita. Questo libro rappresenta quindi la naturale evoluzione della mia esistenza, della mia infanzia e della mia ricerca. È il tentativo di preservare un mondo che mi ha formato e che continua a vivere dentro di me".

Un'opera di questa profondità non nasce dall'oggi al domani. Considerando i trent’anni di ricerca fotografica che ne costituiscono l’ossatura, quanto è stato lungo e articolato il processo di trasformazione di questo immenso archivio nella sintesi narrativa che leggiamo oggi?

"La realizzazione del libro è stata un processo lungo, maturato nel corso di diversi anni.Non si è trattato solo di scrivere, ma di comprendere, riflettere e dare forma a pensieri che affondano le loro radici nella memoria e nell’esperienza. La scrittura è stata preceduta da un lungo periodo di osservazione e riflessione, durante il quale il progetto ha preso forma fino a diventare un’opera strutturata".

Qual è l'emozione o la consapevolezza più grande che spera di scuotere in chi legge il suo libro oggi?

"Il messaggio principale del libro è la consapevolezza del valore delle nostre radici. La civiltà degli stazzi rappresenta un esempio di equilibrio tra uomo e natura, un modello di vita basato sull’essenziale, in cui il valore dell’esistenza non era determinato dal possesso, ma dalla consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Ma il libro non guarda solo al passato. Esso pone una riflessione concreta anche sul futuro della Gallura, evidenziando come il recupero degli stazzi possa rappresentare non solo un atto culturale, ma anche una reale opportunità economica.La mia esperienza professionale come chef di cucina mi ha permesso di osservare direttamente questo aspetto. Nel corso della mia carriera ho lavorato in strutture alberghiere della Costa Smeralda, dove un singolo hotel acquistava mediamente circa 700.000 euro annui di prodotti alimentari, in gran parte importati. Se anche solo una parte di queste risorse venisse prodotta localmente, si genererebbe una filiera economica capace di creare occupazione e restituire valore al territorio. Il recupero degli stazzi, affiancato allo sviluppo di produzioni agricole genuine e locali, potrebbe rappresentare una nuova forma di equilibrio tra turismo e territorio. Il libro invita quindi a riflettere sulla possibilità di costruire un futuro che non cancelli il passato, ma lo integri, trasformandolo in una risorsa viva".