Sunday, 08 February 2026
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Pubblicato il 08 February 2026 alle 18:00
Olbia. Cari lettori, oggi, nel nuovo numero della nostra rubrica "Pillole di benessere e crescita personale" tratteremo un argomento che ben si presta ad essere indagato. Abbiamo realmente bisogno di parlare o, piuttosto, di ascoltare e, più nello specifico, di ascoltarci? Spesso, infatti, molte delle nostre parole sono frutto di reazioni automatiche o di bisogni infantili di approvazione e validazione esistenziale insoddisfatti. Bisogni che, se non debitamente ascoltati e accolti, possono portare ad assumere atteggiamenti e comportamenti destinati a sabotare (o comunque a danneggiare) le nostre relazioni. In queste riflessioni ci guiderà la dott.ssa Paola Gallelli, esperta di crescita personale, nonchè psicologa specializzata nel campo delle relazioni affettive.
Dott.ssa Gallelli, cosa si nasconde dietro il nostro bisogno spasmodico di parlare, chiarire situazioni irrisolte e sfogare le nostre lamentele con le altre persone?
“Ho bisogno di parlarti”. Lo diciamo spesso. A volte quasi senza pensarci. Eppure, il più delle volte, non è il cuore ad aver necessità di parlare, ma la tensione. Lo diciamo al partner, a un’amica, a un collega, a chiunque sentiamo disponibile in quel momento. Lo diciamo con urgenza, con una stretta nello stomaco, con quella sensazione che qualcosa dentro stia per esplodere se non trova subito una via d’uscita. Ci guida un movimento interiore che non riusciamo a contenere. Un “troppo” accumulato che non sappiamo dove mettere. E allora cerchiamo qualcuno fuori. Quando dentro c’è agitazione, cerchiamo qualcuno. Quando dentro c’è vuoto, cerchiamo qualcuno. Quando dentro c’è confusione, cerchiamo qualcuno. Lo chiamiamo bisogno di connessione, ma spesso è solo bisogno di scaricare un peso, un’emozione scomoda. Scaricare un rumore interno che non sappiamo ascoltare da soli. La mente è piena, l’emozione non trova spazio, così l’inquietudine cerca un orecchio dove appoggiarsi”.
Ed è sbagliato parlarne?
“Non c’è nulla di “sbagliato” in questo. È umano. È comprensibile. È il modo in cui siamo stati educati a stare con noi stessi e con gli altri. Il problema non è il parlare in sè, ma capire da che stato emotivo parliamo. C’è una verità che spesso evita di essere guardata perché può dare fastidio: gran parte del nostro parlare continuo non nasce dall’amore, bensì dall’incapacità di restare con ciò che sentiamo. Non sappiamo stare nel disagio. Non sappiamo stare nel vuoto. Non sappiamo stare nel silenzio. E allora lo riempiamo con qualunque cosa: parole, racconti ripetuti, analisi infinite, messaggi vocali lunghissimi, relazioni usate come contenitori emotivi. Parliamo non per incontrare l’altro, ma per alleggerirci. Parliamo non per condividere, ma per sopravvivere a quello che sentiamo. Usiamo gli altri come valvole di sfogo, spesso senza rendercene conto. E non perché siamo egoisti, ma perché nessuno ci ha insegnato a stare con noi stessi o con l’emozione o ancora, più semplicemente, con il nostro corpo che sente. Quando invece inizi davvero a stare con te stesso, qualcosa cambia. Non subito. Non in modo spettacolare. Ma in profondità. All’inizio è scomodo. A volte fa paura. A volte sembra di non sapere cosa fare. Poi, piano piano, accade qualcosa: non senti più quell’urgenza compulsiva di raccontarti a tutti, non hai più bisogno di spiegarti continuamente, non cerchi più qualcuno ogni volta che senti un nodo allo stomaco. Scopri che puoi stare nel silenzio senza scappare e che puoi stare solo senza sentirti abbandonato. Scopri che la presenza basta perché, anche se non risolve tutto, è in grado di reggerti”.
Cosa significa la parola “reggere” in questo contesto?
“In questo processo “reggere” diventa la parola chiave. Si tratta di reggere un’emozione senza doverla buttare fuori necessariamente, di reggere una sensazione senza anestetizzarla, o ancora di reggere una verità senza doverla trasformare subito in discorso. Quando impariamo a fare questo, non diventiamo freddi, ma reali. Ed è qui che cambiano le relazioni. Non cerchiamo più infatti qualcuno per riempire un vuoto, ma per condividere ciò che già siamo. Non stiamo più con gli altri per paura della solitudine, ma per il piacere reale dell’incontro. Non parliamo più per alleggerirci, ma per essere veri. Le parole diventano meno, ma molto più vive perché non servono più a tappare buchi, ma a creare ponti”.
Come cambiano dunque le relazioni se ci si approccia ad esse da uno stato interiore più maturo e meno “bisognoso”?
“Le relazioni smettono di essere necessarie: diventano scelte. Questa è una differenza enorme e allo stesso tempo sottile: una relazione necessaria pesa, mentre una relazione scelta è capace di respirare. Quando una relazione è necessaria, chiediamo all’altro di salvarci. Quando è scelta, incontriamo l’altro da pari. Quando una relazione è necessaria, pretendiamo ascolto. Quando è scelta, offriamo presenza. E qui arriva un altro punto delicato: molto del nostro socializzare è solo una fuga elegante da noi stessi. Sembrano concetti astratti, eppure, a chi non è capitato, almeno una volta, di sperimentare in prima persona aperitivi pieni di parole e vuoti di contatto, chat infinite che evitano il silenzio, relazioni che tengono compagnia ma non incontrano? Siamo bravissimi a stare insieme senza esserci davvero come siamo fenomenali a parlare senza ascoltare e a raccontarci senza sentirci. Perché sentire richiede lentezza, spazio. In sostanza, il coraggio di non scappare.
Cosa significa restare presenti a sé stessi senza darsela a gambe?
“Come psicologa, life coach e trainer, vedo ogni giorno persone intelligenti, sensibili, profonde, che soffrono non perché “hanno qualcosa che non va”, ma perché non sanno restare con ciò che sentono. Non sono in contatto con il corpo, con il proprio ritmo interno, con il silenzio. Ma il silenzio fa paura solo finché non lo si attraversa, poi diventa casa. Restare con ciò che si sente non significa isolarsi, chiudersi o non parlare più. Significa scegliere quando parlare e da dove. Parlare perché non reggi più o perché sei presente? Parlare per svuotarti o per condividere? Quando impariamo questo, smettiamo di chiedere all’altro di contenerci perché impariamo a farlo in maniera autonoma e più adulta. Ed è lì che nasce una connessione diversa: non basata sul bisogno, ma sulla verità. Una connessione in cui è possibile dire: “Ti parlo perché ti scelgo, non perché non so stare senza di te.”
Cosa fare per crescere e diventare più maturi emotivamente e costruire relazioni autentiche?
“Il cuore del lavoro che siamo chiamati a fare per crescere non è facile, ma allo stesso tempo è molto semplice: tornare a casa. Nel nostro corpo. Nel sentire. Nella presenza. Non per diventare “migliori”, ma per diventare veri. Perché quando impari a restare con ciò che senti, senza anestesia e senza rumore, qualcosa si allinea e le parole diventano meno, le relazioni guariscono e diventano più sane, la solitudine smette di essere un nemico. E l’incontro, finalmente, diventa reale e autentico”.
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