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I due acquedotti romani di Olbia

I due acquedotti romani di Olbia
I due acquedotti romani di Olbia
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 06 dicembre 2020 alle 12:18

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Olbia, 6 dicembre 2020- Dentro Olbia corre il luogo comune - non sempre confermato -che dovunque fai un buco salta fuori “roba archeologica”. Andrebbe aggiunto semmai che ovunque scavi trovi l’acqua. In effetti, dai Greci in poi, non c’è epoca che non abbia restituito i suoi pozzi, le sue vasche, le sue cisterne, e relative condutture (1). Lo sanno bene gli archeologi, e meglio ancora lo sapevano i nostri nonni, che fecero della piccola Terranova Pausania una groviera di pozzi presenti in ogni cortile e giardino.

Se si tratta però di approvvigionamento idrico della città romana, non si può non parlare del suo acquedotto, che segnò le campagne e la città di età imperiale con un’imponenza – come ora vedremo – ben superiore a quanto gli studiosi abbiano finora congetturato.

Un articolo uscito su Gallura Oggi il 22 novembre scorso (leggi qui) riprende l’affascinante argomento, ma – limitandoci ai contenuti - quanto ivi riportato è ormai abbondantemente surclassato dagli studi recenti. Dico recenti, e nemmeno recentissimi. Infatti le nuove, rivoluzionarie acquisizioni sull’importante monumento simbolo della civiltà di Roma vennero anticipate nel maggio 2018 in un’avvincente conferenza tenutasi in occasione di Monumenti Aperti. Nella gremitissima sala del Museo Archeologico di Olbia il dott. Francesco Carrera, con tono di voce misurato e sicuro, presentando un’incalzante sequenza di nuovi dati unita da un attentissimo e competente riesame dei ruderi, dimostrò come il nome del nostro acquedotto fosse stato fino a quel momento coniugato con il numero sbagliato. Perché è il plurale che andava usato: gli acquedotti, infatti, erano stati due e non uno, anche se bisognerebbe più correttamente parlare di due fasi dello stesso monumento, che comunque ebbe dei radicali mutamenti. Le immagini di quella conferenza dal sobrio titolo L’acquedotto romano di Olbia: nuovi dati, ci sono state concesse integralmente e con rara liberalità dal relatore, il quale ci ha anche concesso una lunga intervista sul tema, integrandolo di ulteriori novità di straordinario interesse quanto già precedentemente esposto.

Genovese (“di nascita e cultura”, ci precisa, e il suo stile discreto, il suo understatement ce lo confermano), laureato in Topografia antica e dottore di ricerca in Archeologia medievale, da tre anni esatti è funzionario archeologo della sede staccata della SoprintendenzaArcheologia, belle arti e paesaggio per le province diSassarie Nuoro. Da quando lo storico direttore Rubens D’Oriano è andato in pensione, è rimasto lui il solitario capo del glorioso ufficio, protagonista della rivoluzione conoscitiva dell’archeologia olbiese degli ultimi decenni.

Francesco Carrera durante una ricognizione di archeologia subacquea

IL PRIMO ACQUEDOTTO DI I-II SECOLO

“Già vedendo i resti dell’acquedotto a Solladas – Via Canova, (davanti al vecchio ospedale) quelli con il doppio specus ( ossia il canale all’interno del quale scorreva l’acqua n. d. r. ) sovrapposto, non concordai con quanto interpretato fino a quel momento dai colleghi, che cioè si trattasse di un errore di calcolo subito riarrangiato alla meglio. Mi parve molto strano che i Romani, grandi costruttori, commettessero errori così marchiani.
Scavando poi in Via Papandrea, accanto alla Locanda del Conte, nell’anno 2018, i miei dubbi si rivelarono fondati. Controllammo lo scavo, perché sapevamo che l’acquedotto passava lì. E infatti saltarono fuori due pilastri dell’acquedotto, tuttavia –sorpresa! – i due piloni non erano stati impostati alla stessa quota, erano reciprocamente distanti due metri, e uno divergeva nettamente rispetto all’altro. Se consideriamo il tracciato comunemente noto per l’acquedotto di Olbia. Il pilone divergente è inoltre più antico, afferente al I-II sec. d. C., come dimostrano inoppugnabilmente i dati di scavo. L’altro pilone invece, impostato ad una quota più alta sul piano di campagna, è stato datato dalle “ceramiche fiammate” al III-IV secolo dopo Cristo. Non c’era dubbio alcuno: c’erano due acquedotti diversi con andamenti diversi, almeno nell’ultimo tratto urbano.
Non basta. Anche osservando la cosiddetta “cisterna”, visitabile sotto la Locanda del Conte Mameli, già a prima vista dissi chequella non era una cisterna, ma lo specus di un acquedotto romano. Non poteva però essere lo speco dell’acquedotto che tutti conoscevamo, perché questo, con precedenti scavi, si era visto che saliva ad una quota decisamente più alta, ovvero in cima a Via Papandrea, là davanti al vecchio caseificio. Quindi lo specus sotto la Locanda del Conte Mameli, la cd. “cisterna”, ripeto, dimostra che c’era un primo e più antico acquedotto, che passava ben due metri sotto rispetto a quello di epoca successiva. Ecco dunque che quando Tamponi e Panedda ci segnalavano tegole col timbro di Actes (la concubina di Nerone esiliata a Olbia quando cadde in disgrazia n.d.r.) che coprivano il tratto sotterraneo di acquedotto presso Cabu Abbas, avevano visto bene. Anzi, è molto probabile che le fabbriche di mattoni di Actes fossero servite per finanziare i grandi lavori edilizi che interessano la città in quel momento.

Il grande specus del primo acquedotto romano oggi visitabile sotto la Locanda del Conte Mameli



ANCORA LEI, ACTES, L’ESILIATA DI LUSSO

"Molto probabilmente fu Actes a costruire il foro davanti al porto, in età flavia. Una grande operazione di evergetismo, che doveva garantirle l’appoggio della popolazione tutta. Là verso il porto gli scavi rivelano grandi cambiamenti edilizi a metà del I sec. d. C. tra l’epoca neroniana e l’età flavia. Actes allora non solo fece costruire il foro, ma l’avrebbe servito d’acqua con le fontane per la parte pubblica. Sarebbe proprio lei, dunque, la ex schiava ed amante di Nerone, la sponsor della costruzione del primo acquedotto”.

Actes – rifletto tra me e me - dovette amare molto la sua città di esilio, se tutto questo fece per essa. Ma forse la necessità di un appoggio di tutta la popolazione, vista la sua posizione diventata difficile, le era necessaria, come soggiunge Francesco Carrera.

IL SECONDO ACQUEDOTTO DI III-IV SECOLO

Ma veniamo adesso al “secondo acquedotto”, quello ricostruito nel III-IV secolo. La prima domanda è: perché è stato necessario edificarlo? In fondo dal I-II secolo e il III-IV non è passato così tanto tempo e la grande edilizia pubblica dei Romani, come è ben noto, non teme i secoli.

“Una possibile spiegazione verrebbe riguardando i vecchi scavi. Grazie soprattutto ad una tomba databile al II-III secolo d. C., che finì completamente riempita di fango - una cosa veramente impressionante -si deduce che ci fu un’alluvione gigantesca, perché per riempire di sedimento una tomba in quella maniera ci dovevano essere sopra almeno due metri d’acqua! Potrebbe essere che in quella circostanza (tutt’altro che insolita nella nostra città n. d. r.) il primo acquedotto abbia ceduto e che pure la città abbia cambiato conformazione.
Ricostruito il secondo acquedotto nel III-IV secolo, come detto questo aveva alla fine un’altezza decisamente superiore al primo di circa due metri e mezzo. Quello che tutti vedono nel giardino della villa di Via Nanni (Casa Panzicca n. d. r.) sono poi i resti del pilone di una torre piezometrica, sormontata da una vasca da cui partivano dei tubi a pressione per portare l’acqua fino all'edificio termale che si trovava in corrispondenza delle scuole medie di Via Nanni. Si vedono molto bene le tracce. Questa torre piezometrica fa parte della seconda fase. Pertanto il primo acquedotto, che correva sotterraneo nell’ultimo tratto, venne obliterato e in parte trasformato in cisterna, la “cisterna” visitabile della Casa Mameli che abbiamo sopra considerato. Nell’ultima parte, in Via Nanni (e siamo già dentro la cinta muraria urbana antica) il secondo acquedotto doveva arrivare a superare abbondantemente i 9 metri di altezza, l’equivalente di tre piani di un palazzo. Si tratta certamente di un’opera di ragguardevole impegno monumentale”.

Il doppio specus sovrapposto nei resti di Solladas-Via Canova
Restituzione congetturale della sopraelevazione del secondo acquedotto, come si deduce dai ruderi di Solladas. Nel suo punto più alto, l'acquedotto superava i nove metri di altezza.



Chiediamo se subirono delle modiche anche le parti più a monte dell’acquedotto, sia cioè quelle sotterranee che partivano dalle sorgenti del caput aquae, l’inizio delle acque, da cui l’attuale coronimo Cabu Abbas, e quelle del primo tratto monumentale di Sa Rughittula.



LE FONTI DI CABU ABBAS E IL PRIMO TRATTO DELL’ACQUEDOTTO


“Da Cabu Abbas partivano diversi condotti sotterranei, che dovevano confluire in una sorta di castellum aquae, il quale precedeva l’unico tratto interrato finale scavato da Antonio Sanciu negli Anni Ottanta, e che confluiva nella vasca di decantazione oggi visitabile. Da qui partivano le arcate dell’acquedotto. E va anche detto che le arcate arrivavano fino ad Olbia. Il lungo tratto di muro pieno che ad un certo punto vediamo a Sa Rughittula, vicino alla ferrovia, si vede bene non era così all’origine. Gli archi vennero riempiti in un successivo momento, forse a causa di un cedimento parziale delle arcate”.

L'inizio del tratto monumentale finale dell'acquedotto di Olbia in loc. Sa Rughittula. Evidenziata in giallo la cisterna.
Le arcate dell'acquedotto romano in loc. Sa Rughittula in una foto del 1966
(autore Antonio Amucano)



LA GRANDE CISTERNA DI SA RUGHITTULA



E la grande cisterna che si trova sempre a Sa Rughittula, quella tradizionalmente datata al III secolo d. C. e che si pensa relativa ad una villa?

“Fa senz’altro parte dell’acquedotto, e non solo, molto probabilmente prende acqua da un’altra sorgente ubicata in direzione sud-est. Dirò di più: la cisterna è coeva al primo acquedotto di I secolo, e va interpretata come una soluzione di emergenza. Nel caso in cui le fonti di Cabu Abbas non avessero buttato acqua a sufficienza, sarebbe entrata in funzione questa riserva d’acqua che veniva pompata meccanicamente e portata verso l’acquedotto attraverso una sorta di “acquedottino” minore, i cui piccoli piloni ho riconosciuto in foto d’archivio. Facendo una complessa ricostruzione in 3D mi sono accorto della necessità di apportare nuove interpretazioni come questa. Alcuni nuovi, interessanti dettagli della struttura sono stati rilevati, anche all’esterno di questa ci sono importantissimi elementi che meritano ulteriori approfondimenti, per meglio comprenderne gli originari funzionamenti. Presto tireremo fuori le strutture adiacenti alla cisterna, perché ci sono, e vedremo molto meglio cosa si potrà aggiungere”.

Interno della cisterna romana di sa Rughittula



LA DISTRUZIONE DELL’ACQUEDOTTO

“Molto probabilmente si può supporre che l’acquedotto sia stato abbattuto alla metà del V secolo d. C., forse durante l’assedio dei Vandali che Olbia ha sicuramente subito. Infatti la prima cosa che questi facevano era di buttare giù l’acquedotto per tagliare gli approvvigionamenti idrici alla città. Questo è ancora tutto da provare, ma diversi dati di scavi recenti in ambito urbano confortano questa ipotesi”.


Le grandi navi onerarie incendiate nell’antico porto, tirate fuori nello “scavo nel tunnel” del 2000 sono la prova ad oggi più evidente di queste azioni distruttive operate dai Vandali. Finisce in anticipo, l’Evo antico, in Sardegna, ed inizia anticipatamente l’età dei “secoli bui” dell’Alto medioevo. Ma questa è un’altra storia, cui dedicheremo altro spazio nell'immediato. Promesso.



1 Vedasi un’utile sintesi dei ritrovamenti in G. PIETRA, Olbia romana, Sassari 2013, pp. 42 ss.