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Un sardo caduto nella Grande Guerra: il comandante di dirigibile Federico Fenu

Con lui altri quattro componenti dell’equipaggio, tra i quali il sardo Luigi Carta-Satta di Siniscola

Un sardo caduto nella Grande Guerra: il comandante di dirigibile Federico Fenu
Un sardo caduto nella Grande Guerra: il comandante di dirigibile Federico Fenu
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 13 giugno 2021 alle 17:55

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Nell’ambito degli articoli dedicati ai sardi nella Grande Guerra, si vuole oggi ricordare il comandante di dirigibile Federico Fenu. Tra i primissimi ufficiali dell’Aeronautica italiana, ancora facente parte dell’Arma del genio, Fenu perì al ritorno di un’azione di pattugliamento, precipitando con il dirigibile U5 nei pressi di Castellina Marittima (Pisa), il 2 maggio 1918. Con lui altri quattro componenti dell’equipaggio, tra i quali il sardo Luigi Carta-Satta di Siniscola. Il nonno di Fenu, Francesco, era di Bottidda. Docente di medicina all’Università di Sassari, era morto a seguito dell’epidemia di colera del 1855, prodigandosi per le migliaia di contagiati del capoluogo del Nord Sardegna. Corsi e ricorsi della storia. Francesco Fenu lasciò orfano di soli otto anni, il figlio anche lui Francesco, nato a Sassari e padre di Federico. Insegnante e poi direttore delle scuole tecniche, Francesco Fenu (figlio) svolse il proprio lavoro girando per tutta l’Italia, come era d’uso all’epoca. Si sposò a Civitavecchia nel 1884 ed ebbe cinque figli in cinque città diverse. Federico Fenu nacque il 3 giugno 1891 ad Ascoli Piceno ma, allo scoppio della Grande Guerra risiedeva a Roma con la moglie Elvira sposata da poco, i genitori e la sorella più piccola. Laureando in ingegneria, aveva intrapreso la carriera didattica presso una scuola privata. Federico Fenu in divisa militare I Fenu, tuttavia, non dimenticarono mai la Sardegna. Subito dopo le nozze, infatti, Federico e la novella sposina si era recato a trovare alcuni parenti della Maddalena. Ecco come descrive Golfo Aranci, in una lettera scritta, dopo esservi sbarcato: «Golfo Aranci è conosciuto [anche] dagli inglesi e bisogna ben dire che è uno dei golfi più incantevoli d’Italia. Ciò non si vede scendendo dal piroscafo e montando sul treno, ma stando qui, andando per la incantevole Via del Semaforo, andando a Capo Figari, a Calamoresca, a Marinella, a Figarolo e in tanti altri luoghi se ne rimane pienamente convinti». Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria e, nel dicembre successivo, Fenu fu chiamato alle armi. Dai documenti, da noi pubblicati nel volume “Lettere dal dirigibile U5. Una tragedia della Grande Guerra nella corrispondenza di un pioniere del volo”, Caosfera, Padova, 2014, emerge la figura dell’ufficiale scomparso e, sullo sfondo, un periodo storico ormai lontano. Arruolato come soldato semplice, fu inviato al 36° Reggimento d’artiglieria presso La Spezia, ove svolse il primo addestramento. Nel marzo 1916, avendo fatto domanda per allievo ufficiale, Fenu è ammesso alla Scuola di Applicazioni di Torino e poi spostato all’Accademia Militare nell’Arma del Genio, perché laureando in ingegneria. Ottenuta brillantemente la nomina ad “aspirante” sottotenente, è destinato al costituendo Corpo dell’Aeronautica Militare, ancora parte integrante dell’Arma del Genio. Inquadrato poi nel battaglione dirigibilisti, è trasferito a Venezia per le missioni operative. Il suo reparto ha il compito della difesa della città dalle incursioni aeree; egli vi partecipa sui draken, palloni frenati che sono innalzati all’arrivo del nemico. Dalla sua corrispondenza si evince che alcuni disturbi, come insonnia, dolori addominali, spesso incubi notturni, tormentarono Federico Fenu per vari mesi; una sindrome psicosomatica che potrebbe essere riferita al presentimento della fine. Tale sintomatologia, improvvisamente scomparve, in seguito al suo progressivo riavvicinamento alla religione cattolica. Di tale riavvicinamento dà conferma con un gesto evidente, mettendosi al collo il rosario che il padre gli aveva donato prima che lui partisse soldato e che fu ritrovato sul suo corpo al momento della morte. Ottenuta la nomina a sottotenente di complemento (agosto 1916), Fenu è trasferito prima all’aeroporto di Ciampino e poi a quello di Vigna di Valle. Qui compone l’equipaggio del dirigibile P7, utilizzato per l’esplorazione sul mare, davanti alle coste tra Fiumicino e la Torre Clementina. Effettua la prima missione operativa del P7 e le successive quarantasei ascensioni, al comando del capitano Domenico Piccoli[1]. Tra il luglio e il settembre del 1917, Fenu è a bordo del dirigibile scuola ES, sempre al comando del capitano Piccoli. L’ES effettua complessivamente dodici ascensioni (comprese sei missioni operative), non sempre prive di problemi per la sua sicurezza. Alla fine è riconsegnato all’aeroporto di Ciampino per manutenzione. Contemporaneamente giunge a Vigna di Valle il dirigibile U5 (Usuelli 5), con molte difficoltà e dopo due infruttuosi tentativi di trasferimento dal cantiere milanese di costruzione. L'aeromobile era del particolare tipo definito come "dirigibile floscio". Aveva ottenuto il parere favorevole da una commissione di collaudo presieduta dal comandante del Corpo dell’Aeronautica Militare, generale Vincenzo Traniello e composta – tra gli altri - dal comandante del battaglione dirigibilisti e dall’ingegner Umberto Nobile, futuro esploratore dell’Artide con il dirigibile Italia, anch’esso precipitato sulla banchisa. Corsi e ricorsi della storia. Sempre al comando del capitano Piccoli, Fenu fa parte dell’equipaggio dell’U5; la prima missione nel Tirreno è compiuta il 20 settembre 1917 ma, già dieci giorni dopo, il dirigibile deve essere trasferito a Ciampino, dove rimane sino al 23 ottobre per manutenzione. A tale data l’U5 riparte per l’aeroscalo di Pontedera, che raggiunge dopo nove ore di volo, non privo di difficoltà dovute ai venti. Il 1° novembre 1917, il capitano Piccoli lascia il comando dell’U5. Costruttore di dirigibili e riconosciuto abile pilota, non sembra possibile che Piccoli non si sia reso conto dei difetti strutturali dell’aeronave. Il tenente Fenu aveva capito sin dalle prime ascensioni della precarietà della struttura dell’aeromobile e aveva confidato le sue preoccupazioni in una lettera a un suo amico: “L’U5 è il primo dirigibile di questo tipo entrato in isquadra. È un tipo nuovo e noi costituiamo il primo equipaggio; è molto difficile a condursi ed è una baracca dove ogni tanto ti si rompe qualche cosa. Ma non ne parliamo più”. A Piccoli, il 1° novembre 1917, succede il comandante Raffaele Senzadenari. Da una nota del “carteggio” emerge che anche il nuovo comandante evitava spesso di imbarcarsi su quella “baracca”, tanto che Fenu si trova a doverlo comandare in sua vece, pur senza aver ancora acquisito il brevetto. In ogni caso, proprio poche settimane prima del disastro, Fenu fu promosso tenente e nominato ufficialmente comandante del dirigibile U5. Il 2 maggio del 1918. il dirigibile uscì dall’hangar dell’aeroscalo della Marina militare di Pontedera per compiere una missione consistente nel servizio di osservazione dei sottomarini nemici nel Tirreno e di scorta ai piroscafi sulla linea Civitavecchia-La Spezia. La missione era motivata dal bombardamento della città di Portoferraio, effettuato da un sommergibile Austro-Ungarico il 23 maggio 1916, causando sei morti e numerosi feriti[2] Ben presto, in quota, comincia a soffiare un vento che non fa presagire nulla di buono, essendo ormai evidente che i dirigibili Usuelli non siano in grado di reggerlo, perché privi dell’armatura metallica flessibile atta a tener tesa la stoffa dell’involucro proprio in caso di colpi di vento. Evidente a chi conosceva le vicende dell’U1 e dell'U2, che erano stati trascinati dalla furia dei temporali mentre erano ormeggiati a terra; dell'U3, che era stato ritirato dopo aver subito il medesimo destino dei due precedenti, pur essendo stato recuperato intatto. Incontestabili le stesse traversie già subite dallo stesso U5, nell’attraversamento del vorticoso cielo dell’Appennino durante i tre tentativi di trasferimento dal cantiere di fabbricazione all’aeroscalo di Vigna di Valle e durante il successivo volo da Ciampino a Pontedera. Evidente da tempo anche al comandante Fenu, che insieme ai suoi compagni si era assoggettato a compiere il suo dovere ma che durante quella 69a trasvolata aveva ritenuto opportuno scendere dalla quota ideale di 800 metri a una più tranquilla di 150[3], come risulta dal rapporto della commissione d’inchiesta. Tale precauzione non sarà sufficiente. Le “particolari condizioni atmosferiche” provocano infatti il distacco del serbatoio di acqua di poppa e poi - o contemporaneamente - “un violento moto di beccheggio” dell’aeronave[4]. Immediatamente, la tela dell’involucro dell’U5, composta di un solo strato anziché di tre sovrapposti come quella degli altri dirigibili in servizio civile o militare, subisce alcuni strappi ed essendo tessuta in un solo verso, si lacera completamente in tre pezzi. Il gas che mantiene in volo la navicella fuoriesce velocemente e l’aeronave cade a terra di colpo con il tragico risultato che si conosce. Un lembo di quella tela fu poi spedito dal Presidente della Croce Rossa di Castellina Marittima al padre del comandante Fenu; quest’ultimo descrive tale lembo come una “tela trasparentissima, a un solo tessuto, spalmata di cera, somigliante alla stoffa venduta nelle farmacie sotto il nome di unguento in tela”. In una grande buca, tra le macerie del relitto, furono trovati i corpi dei cinque membri dell’equipaggio, deceduti sul colpo - alcuni ancora con il cibo in bocca - data la rapidità in cui si era svolta la tragedia. Prima di sera i cinque cadaveri, composti in altrettante casse, furono trasportati nella cappella privata dei conti Davico e l’indomani all’aeroscalo di Pontedera, dove venne addobbata una camera ardente.    La camera ardente all'aeroporto di Pontedera.  Due giorni dopo ci fu un grande funerale alla presenza delle autorità civili, militari e religiose; un anno più tardi, i feretri dei cinque giovani, coperti dalla bandiera italiana e da una grande quantità di fiori, furono traslati al Cimitero della Misericordia di Pontedera[5]. In ricordo dei caduti, sul luogo della catastrofe, fu eretto un monumento a spese del Comune. A Federico Fenu fu intitolata un’aula di ingegneria dell’Università “La Sapienza” in Roma. Alla vedova fu concessa una modesta pensione di guerra ma, come ultima e vergognosa offesa, al momento della restituzione degli oggetti personali del morto, furono sottratte 18 lire per il rimborso di un’indennità concessa per errore. Accanto alla figura del comandante scomparso, dal carteggio emerge la personalità di tutte le persone che gli sono state accanto. Il padre Francesco, soprattutto, il cui gran dolore per la perdita dell’unico figlio maschio fu attenuato dal rinvenimento, sul corpo del caduto, del rosario da lui regalatogli, segno certo della fede ritrovata. Sepolcro dei caduti presso il cimitero di Pontedera (translato a Livorno nell'anno 2000) Un cenno ai compagni di sventura del tenente Fenu. Il tenente Luigi Carta Satta risultava inizialmente proveniente dalla provincia di Nuoro ma il Sindaco di Siniscola – a richiesta – lo dichiarava sconosciuto all’archivio di stato civile di quel comune. In seguito l’aeroscalo di Pontedera indicava in Cagliari, Via Lamarmora, l’indirizzo del suo genitore, sig. Carlo Carta. Quest’ultimo, peraltro, si era trasferito in un’altra abitazione e lamentava il furto di un portafoglio rubato al figlio deceduto, contenente 800 lire, un anello d’oro e vari altri gioielli[6]. Non essendo in grado di scrivere, faceva rispondere alle note del prof. Fenu da un conoscente. Il tenente Enrico Magistris, che era stato a bordo del dirigibile U5 anche nel travagliato viaggio di trasferimento da Milano a Vigna di Valle, era di Udine. Poiché, peraltro, all’epoca dei fatti, la sua città natale era stata occupata dagli austro-ungarici, calati da Caporetto sino alle rive del Piave, nemmeno l’aeroscalo di Pontedera aveva notizie dei suoi familiari. Il caporale di marina Tommaso Perrone, lasciò la moglie e quattro figli a Rotonda (PZ) in condizioni economiche assolutamente precarie. Il pensiero della vedova, però, non era rivolto all’eventuale pensione di guerra ma alla salma del defunto marito, affinché potesse riposare nel cimitero del suo paese. Il sottocapo radiotelegrafista Michele Rosato, di Spinazzola (FG), lasciò la madre rimasta vedova appena quaranta giorni prima di perdere il suo unico figlio. Le due commissioni d’inchiesta nominate per far luce sulle responsabilità del disastro, non se la sentirono di attribuire la colpa ai collaudatori del dirigibile precipitato, essendo costoro i massimi esponenti dell’allora appena nata aeronautica italiana. Tra l’altro, uno dei componenti la prima commissione, l’ing. Umberto Nobile, aveva fatto parte anche della commissione di collaudo. Il costruttore, Celestino Usuelli, fu però colpito dalla risoluzione del contratto di acquisto degli altri dieci dirigibili della stessa serie ma il segreto militare, posto sull’intera vicenda, gli evitò un pesante risarcimento danni ai parenti delle vittime. Il suo destino, tuttavia, non fu meno cruento dei cinque caduti di Castellina Marittima. Nel 1926, scomparve prematuramente a soli quarantanove anni, schiantatosi per un incidente automobilistico sulle strade di San Germano Vercellese. La divisa del comandante Fenu, i resti del timone del dirigibile U5 e un riquadro contenente un lembo della stoffa del dirigibile in mostra a Cecina a cura della Fondazione Geiger.  Note [1] Basilio Di Martino, cit, pagg. 293-294. Domenico Piccoli (Schio 1882-Quinzano 1967). Fu il primo in Italia a dotare un aeromobile di motore propulsore costruito in Italia. Il 13 settembre 1909 effettuò la traversata delle Alpi in aerostato. Nel 1910, costruì i primi due dirigibili con materiale interamente italiano, l’Ausonia e l’Ausonia2. [2] Alessandro Schiavetti, a cura di, La Grande Guerra. Il mondo contro sé stesso, Cecina, 2015, p. 45. [3] Il rapporto recita testualmente: “contrariamente alle abitudini delle aeronavi dirette a Pontedera e alla dichiarazione fatta il giorno precedente dal Comandante del dirigibile U5, circa la convenienza di navigare, in quei paraggi e in quelle ore, a quota 800 metri…il dirigibile aveva convenienza di navigare a bassa quota, per sfuggire al vento più forte e contrario alle alte quote”. Cfr. Verbale della Commissione d’inchiesta, cit. [4] Verbale della Commissione d’inchiesta, cit. [5] Dal gennaio 1993, al Cimitero della Misericordia permane una lapide commemorativa con il timone originale dell’aeromobile, mentre le cinque salme sono state trasferite al Cimitero militare della Cigna di Livorno. [6] “Lettere..., cit.,”, sotto la data del 9 agosto 1918. Tutte le foto sono tratte dal volume dello scrivente “Lettere dal dirigibile U5. Una tragedia della Grande Guerra nella corrispondenza di un pioniere del volo”, Caosfera, Padova, 2014.   Mausoleo ai caduti sul luogo esatto dell'incidente (Castellina Marittima).