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Tra Sardegna e Corsica, la lunga durata dei cognomi: la lezione di Salvatore Moreddu a San Teodoro

Terzo viaggio “Da Capo Corso a Oviddè”

Tra Sardegna e Corsica, la lunga durata dei cognomi: la lezione di Salvatore Moreddu a San Teodoro
Tra Sardegna e Corsica, la lunga durata dei cognomi: la lezione di Salvatore Moreddu a San Teodoro
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 28 April 2026 alle 15:00

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San Teodoro. C'è un modo di fare storia che assomiglia all'archeologia: si scava in verticale, si va a cercare lo strato che spiega quello sopra. È esattamente questo che ha fatto Salvatore Moreddu il 24 aprile a San Teodoro, negli spazi del MaST – Museo Archeologico di San Teodoro, all'interno del progetto Casa Cumuna, promosso dall'associazione culturale Realtà Virtuose. Un contesto non casuale, perché la tre giorni “Da Capo Corso a Oviddè” nasce con l'obiettivo di costruire un ponte tra Sardegna e Corsica attraverso storia, lingua e ricerca.
L'intervento dello studioso affondava le radici in anni di indagine archivistica, confluita nel monumentale Oltre il mare di Sardegna. Storie di mercanti e patroni tra il XVII e il XIX secolo — oltre ottocento pagine che restituiscono una Sardegna tutt'altro che chiusa su se stessa, ma stabilmente inserita nei circuiti del Mediterraneo moderno.
Il punto non è la ricostruzione dei traffici, pure dettagliatissima. Il punto è che dietro ogni merce c'è un uomo, e dietro ogni uomo c'è una rete. Moreddu lo sa, e sceglie di raccontare quella rete.
Tra Seicento e Ottocento, nel passaggio dalla dominazione spagnola a quella sabauda, la costa orientale della Sardegna — Siniscola, Orosei, Santa Lucia — si configura come una zona di contatto: marginale rispetto ai grandi centri regi, ma strategica per i traffici. In questo spazio interstiziale si muovono i mercanti corsi, in prevalenza provenienti da Brando e, in una fase successiva, da Bonifacio.

Non sono semplici intermediari, e ridurli a tale ruolo sarebbe un errore. Sono operatori economici strutturati, alfabetizzati, capaci di leggere un contratto, gestire il credito, organizzare reti di distribuzione interna. In un contesto segnato da forte analfabetismo e da un’economia di sussistenza, la loro presenza costituisce una discontinuità antropologica prima ancora che commerciale. Un elemento particolarmente significativo, richiamato dallo stesso Moreddu, riguarda il modo in cui queste presenze hanno lasciato tracce anche nel paesaggio. Il toponimo Cala Brandinchi, oggi tra le spiagge più note e frequentate del territorio di San Teodoro, rimanda direttamente ai Brandinchi, cioè ai mercanti provenienti da Brando. In origine, si trattava di un approdo utilizzato per operazioni di carico e scarico — spesso al di fuori dei circuiti ufficiali e dunque legato anche a pratiche di contrabbando — ma proprio da questa frequentazione ha preso nome il luogo. È un dettaglio solo in apparenza marginale: in realtà dimostra come la presenza di questi gruppi non si sia limitata alle reti commerciali o familiari, ma abbia inciso persino nella denominazione dello spazio, lasciando una traccia stabile e riconoscibile fino a oggi.

Ma ciò che Moreddu mostra con rigore — ed è qui che la ricerca cambia scala — è il processo di integrazione. Questi uomini non restano corpi estranei. Si stabiliscono nell'interno: Nuoro, Dorgali, Orani, il Goceano. Aprono botteghe, contraggono matrimoni, diventano padrini di battesimo, amministratori di confraternite. Si fanno interlocutori delle parrocchie, figure di riferimento nelle comunità. Nel giro di poche generazioni cessano di essere percepiti come "stranieri". Diventano sardi.
E lasciano tracce. Tracce precise, documentabili, ancora leggibili oggi nell'onomastica della Sardegna: Filippi, Piumini, Duranti, Guidoni, Nizzi, Renzi, Semidei, Fioravanti, Donzelli, Pietri, e molti altri. I cognomi non sono residui anagrafici: sono la memoria lunga di un innesto riuscito. Sono la prova che l'integrazione reale — quella che non si proclama ma si realizza — avviene lentamente, per stratificazione, e lascia segni biologici e culturali insieme.
Moreddu lo suggerisce senza forzature, ma il dato è netto: in comunità caratterizzate da scarsa mobilità, l'apporto esterno interrompe circuiti chiusi, introduce variazione, agisce anche sul piano demografico. La storiografia tende a sfiorare questo punto. Qui emerge con una chiarezza difficilmente aggirabile.


Se si sposta lo sguardo verso la Gallura, il quadro si fa ancora più denso. L'area indagata da Moreddu non coincide pienamente con quella gallurese, ma i segnali sono evidenti. La presenza di cognomi di origine corsa — provenienti da Brando e Bonifacio come poli principali dell'area corsa — è diffusa e radicata. Resta aperta la necessità di estendere in modo sistematico questo tipo di indagine alla Gallura, replicando per metodo e profondità il lavoro condotto per il Nuorese. Non per costruire genealogie di superficie, ma per comprendere davvero i processi di formazione del tessuto sociale contemporaneo. La conferenza del 24 aprile ha avuto un merito preciso: ha restituito concretezza a una storia che rischiava di restare astratta. Ha mostrato che dietro la parola "scambi" si nasconde un fenomeno complesso di circolazione di uomini, capitali, modelli culturali.
E ha ricordato, senza retorica, una verità elementare: le identità non sono mai immobili. Si costruiscono nel tempo, per accumulazione lenta, spesso invisibile. Sono il prodotto di stratificazioni che nessun atto fondativo ha mai deciso.
Il lavoro di Salvatore Moreddu non è solo ricerca storica, ma è uno strumento per leggere il presente, e per diffidare di chi lo racconta in modo troppo semplice.