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Olbia e la sicurezza: il grande assente dal dibattito è il disagio sociale

Dopo i gravi fatti del 10 febbraio serve qualcosa in più

Olbia e la sicurezza: il grande assente dal dibattito è il disagio sociale
Olbia e la sicurezza: il grande assente dal dibattito è il disagio sociale
Angela Galiberti

Pubblicato il 13 February 2026 alle 07:00

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Olbia. Ciò che è avvenuto il 10 febbraio nella nostra città, Olbia, è più di un sintomo: chi conosce bene il territorio (e per territorio non intendiamo solo il lungomare), sa che in città serpeggia un fantasma che sia paura di nominare. Si chiama disagio sociale e, se vogliamo essere precisi, dovremmo chiamarlo disagio socio-economico.

Ci piace raccontarci come una locomotiva che corre, scalpita, traina indomita la Sardegna a dispetto della Cagliari matrigna. Ci piace raccontarci come un posto sfavillante, a metà strada tra Miami e City Life di Milano, ci diciamo che Olbia è "il posto più bello del mondo", ma dietro questa patina dorata fatta di aperitivi a tutte le ore, una quantità infinita (a volte poco spiegabile) di macchinoni che fanno il carosello tra il centro e piazza Crispi, di intere palazzine trasformate in "residenze turistiche", c'è una città molto meno brillante e molto meno raccontata perché non è utile a questa narrazione.

Eppure è una città che esiste, che corre anch'essa, che lotta per rimanere in sella tra stipendi bassi (e a volte precari, soprattutto se si lavora nel turismo), affitti improponibili, quartieri periferici abbandonati e un tessuto sociale che - piaccia o meno a chi investe in residenze turistiche - si sta sfilacciando nel nome del dio denaro e della turistificazione.

Ai margini di questa città che arranca e fatica, c'è tutto un mondo di espedienti, micro-criminalità, spaccio, sfruttamento della prostituzione e della tratta, di violenza, di aggressioni, di paura. Un mondo di mezzo in cui si innestano storie e vissuti molto diversi: accanto a chi "arrotonda" spacciando (sì, esistono anche loro), c'è tutta quella varia umanità che sbarca pensando di trovare il paradiso e invece trova l'irregolarità burocratica e sostanziale. E questa irregolarità è perfetta per ottenere manovalanza per lo spaccio, ma anche per altre attività ben poco lecite o che hanno a che vedere il ricatto e lo sfruttamento. L'ultimo gradino di questa Olbia poco sfavillante sono i senzatetto: gli ultimi fra gli ultimi, gli invisibili, i più difficili da coinvolgere e riportare alla luce.

Olbia è ancora una città vivibile, è ancora una città piacevole, ma non è solo questo: da anni, gli olbiesi urlano disperati che qualcosa sta cambiando. Lo urlano per gli affitti, lo urlano per i quartieri dimenticati, ma lo urlano anche per i reati predatori e per quelle attività criminali che trasformano le "carreras" in zone di confine in cui non ti senti più a "casa tua". E questo sentimento non ha religione, colore della pelle o luogo di nascita: lo sentono tutti gli olbiesi che, onestamente, mandano avanti la baracca con il loro lavoro e le loro scelte di vita.

Che a Olbia si facciano discorsi degni del ventennio è una sconfitta per tutti, ma attenzione: qua i più sconfitti sono coloro che in questi hanni non hanno ascoltato i cittadini.

Qua dobbiamo ricordarci che di fronte a spaccio e disagio, l'unica risposta dell'amministrazione comunale è stata: una giostrina "anti spaccio" abbinata all'eliminazione delle panchine. Occhio non vede, avranno pensato, cuore non duole. E molti li hanno applauditi, perché ogni cosa che fa questa amministrazione è per forza buona, giusta, sfavillante, perfetta e chi si lamenta è solo "una zecca comunista". E invece molti occhi hanno visto e molti cuori hanno provato dolore al di là di Corso Umberto e al di là della "Olbia turistica". 

Non sappiamo perché il 10 febbraio due persone sono state ferite e un povero cane, gli occhi dell'innocenza, è stato barbaramente ucciso: quell'uomo pagherà per quello che ha fatto secondo i principi del diritto.

Sappiamo, però, il disagio sociale è un potente innesco. Il disagio sociale e il disagio economico creano zone grigie, zone d'ombra. Le zone grigie creano espedienti e creano rabbia. E per alcuni, espedienti e rabbia si trasformano in reato.

La stragrande maggioranza delle persone che arranca, che lotta, che vive in condizioni di povertà o vive disagio psicologico non compie reati e non fa del male a nessuno. Molti neanche li potete individuare, perché sono il vostro vicino di casa, il vostro amico, il vostro collega e non direste mai che ha difficoltà. Ma il disagio sociale va combattuto con politiche serie e mirate di aiuto, sostegno e prevenzione: non si può combattere solo a valle, quando ormai il danno è fatto e delle vite rischiano di essere recise perché passano nel posto sbagliato. Ed è proprio questo il ruolo della politica.

Ricordatevi di tutto questo alle prossime elezioni.