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Dafne Sechi, da Olbia alla Paris Packaging Week: il talento sardo del design sostenibile

Una ventiquattrenne trasforma il sughero sardo in innovazione

Dafne Sechi, da Olbia alla Paris Packaging Week: il talento sardo del design sostenibile
Dafne Sechi, da Olbia alla Paris Packaging Week: il talento sardo del design sostenibile
Laura Scarpellini

Pubblicato il 13 February 2026 alle 07:00

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Olbia. Per decenni la narrazione dei giovani sardi è stata quella di un bivio forzato: restare sull'Isola e rassegnarsi ad un percorslo professionale un po' stretto oppure partire e guardare oltre. Ma oggi una nuova generazione di donne sta riscrivendo le regole del gioco. È il caso di Dafne Sechi 24 anni, che dalle strade di Viddalba prima e ormai da tempo acquisita olbiese, è arrivata a prendersi il palcoscenico della Paris Packaging Week 2026, non come una "cervello in fuga", ma come un’ambasciatrice di consapevolezza e visione.

La sua storia è il manifesto di un’emancipazione che non urla, ma progetta. È la prova che la grinta femminile alimentata da uno studio rigoroso e da una fame di conoscenza mai sazia, può trasformare un’origine geografica da ostacolo a punto di forza assoluto. Dafne non ha cercato scorciatoie. Dopo il liceo linguistico e un anno sabbatico trascorso a decifrare i propri desideri, ha capito che la sua strada passava per la concretezza del Packaging Design. Lasciare la Sardegna per Milano e la NABA non è stato un tradimento verso le proprie radici, ma una necessità evolutiva.

 

"Sentivo il bisogno di mettermi alla prova, di affrontare i miei limiti", racconta  Dafne con quella determinazione tipica di chi sa che lo studio non è solo un titolo, ma una marcia in più per competere a livelli internazionali. Laureatasi a settembre 2025 con una specializzazione nel rendere "tangibile" il bene comune attraverso il design, Dafne ha dimostrato che la preparazione è l'unico vero passaporto per il successo. Il frutto di questa grinta è MEA, il progetto di tesi che ha folgorato gli esperti del NVC Netherlands Packaging Center. Invitata a Parigi il 6 febbraio 2026, Dafne ha parlato a una platea globale in lingua inglese, ma la materia prima del suo discorso era puramente sarda: il sughero.

Il suo packaging non è solo un contenitore, è un manifesto politico e sociale. Utilizzare il sughero significa valorizzare un’economia locale, rispettare l’ambiente e creare un oggetto durevole che rifiuti la logica dell'usa e getta. "L'innovazione non significa dimenticare da dove veniamo", spiega Dafne. Ed è qui che la sua stoffa vincente emerge con chiarezza: non ha portato a Parigi un’idea globale anonima, ma ha elevato l’identità della sua terra a standard di lusso e sostenibilità mondiale.

Il percorso di Dafne Sechi suggerisce un cambio di paradigma sociale. Il desiderio di andarsene, che spesso attanaglia i giovani sardi, nel suo caso è stato soppiantato da una consapevolezza superiore: si può fare la differenza ovunque se si possiede una radice forte.

La sua presenza a Parigi non è il traguardo di una singola studentessa brillante, ma il simbolo di una gioventù isolana che ha smesso di sentirsi isolata. Dafne ha dimostrato che quando c'è la stoffa, il talento e la cultura, la Sardegna non è più un perimetro chiuso, ma un motore di cambiamento capace di accendere le serate della Ville Lumière.

In un mondo che corre verso una visione spesso distopica e dematerializzata, la scelta di Dafne di puntare sul "tangibile", sul design consapevole e sulla forza della materia prima locale, restituisce dignità a un’intera generazione. La grinta delle donne come lei è la nuova energia di un’Isola che non vuole più solo essere guardata, ma che vuole, con orgoglio, insegnare al mondo come si progetta il futuro. Ecco casa ci racconta al nostro incontro, ancora con il sorriso sul viso di chi ha solcato un palco internazionale importante

Dafne, ha descritto la scelta di lasciare la Sardegna e trasferirsi a Milano come una necessità di uscire dalla sua "comfort zone". Oggi, dopo aver calcato il palcoscenico internazionale di Parigi, quanto sente che quella fame di conoscenza e quel coraggio di affrontare l'ignoto siano stati determinanti per forgiare la sua "stoffa" di designer e di donna?

"Sono stati fondamentali. Mi è capitato e mi capita inizialmente di non sentirmi all’altezza di un determinato compito, ma subito dopo, prevale un qualcosa di più forte. Un qualcosa che mi spinge ad andare avanti e a provarci, apprendere il più possibile da questi momenti, ti fa crescere. È come una palestra, più sfidi te stesso, più affini consapevolezza, di te e delle tue potenzialità".

Il suo progetto "MEA" mette al centro il sughero, un materiale antico e viscerale della nostra terra, trasformandolo in un packaging d'avanguardia. In un mondo del design spesso dominato da materiali sintetici e freddi, quanto è stato stimolante (e forse anche difficile) imporre la "concretezza" e la sostenibilità di una materia così legata alle tue radici in un contesto cosmopolita come la Paris Packaging Week?

"È stato complicato in generale, perché il progetto vira un po' controcorrente rispetto a quello a cui siamo abituati a vedere oggi; packaging sempre più complessi, tanti materiali, soprattutto nella cosmesi, dove l’estetica è spesso la risposta principale. E se il packaging divenisse un veicolo di etica, non solo di estetica? Uno strumento capace di entrare nella quotidianità, riutilizzare, rivalorizzare il "lungo termine”? In un contesto come quello della Paris Packaging Week, vedo che questo concetto sta prendendo forma, soprattuto la Gen z è sempre più disposta a impegnarsi per fare delle scelte più etiche e responsabili per la nostra terra, nel quale siamo ospiti, non padroni".

Spesso si pensa che per i giovani sardi l’unica via per il successo sia dimenticare le proprie origini per omologarsi ai canoni internazionali. Tu invece hai fatto l’esatto opposto: hai usato la Sardegna come motore di innovazione. Credi che la consapevolezza delle proprie radici possa essere davvero la "marcia in più" per le giovani donne che oggi studiano per emergere in mercati globali e competitivi?

"Sì, penso che le nostre radici ci contraddistinguano, perché è quello che siamo, da dove proveniamo, ed è questo che ci rende unici, ci rende forti. Avere consapevolezza di chi si è, ci fa varcare qualsiasi limite, lo si deve volere e si deve perseguire l’obiettivo".