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Editoriali

Olbia. Della caccia e delle pene: perché bisogna avviare una riflessione sul mondo venatorio

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La lettera-opinione pubblicata ieri sera alle 20:00, firmata da Dénise Meloni, ha raccolto una serie infinita di commenti sdegnati e negativi impossibili da non considerare. La nostra testata, da sempre, ospita pareri e contributi di ogni genere che non riflettono “la linea del giornale”, ma semplicemente la voglia di rappresentare il numero più ampio di punti di vista possibile. Punti di vista che non sempre collimano con il sentire della maggioranza o che toccano anche temi apparentemente secondari, come può essere quello dei cani da caccia.

Vediamo di spiegare cosa intendesse comunicare l’opinione pubblicata ieri. Partiamo da una premessa importante: i cacciatori che amano i loro cani (e che li tengono bene) non hanno nulla a che vedere con l’opinione espressa da Dénise Meloni.

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La lettera, acerba e diretta, si riferisce infatti a una categoria di cacciatori ben precisa: quelli che maltrattano i loro animali. Si tratta di una “categoria” ben definita all’interno del mondo venatorio, facilmente identificabile da chiunque. Una categoria che, lo diciamo senza ombra di dubbio, danneggia tutti quei cacciatori che rispettano le regole e che trattano bene i loro cani. Li danneggia enormemente perché, di fronte a un’opinione pubblica che non ama più la caccia come un tempo, quel genere di cacciatore – chiamiamolo “cacciatore cattivo” – diventa un’icona. L’unica icona di un mondo certamente complesso e variegato, fatto di tante tradizioni, legami di amicizia e fratellanza, “iniziazioni” e riti che si perdono nelle pieghe del tempo.

Il contributo, insomma, voleva gettare luce su una parte “oscura” del mondo venatorio che noi tutti conosciamo molto bene. La conosciamo perché le gabbie con i cani stipati all’interno le abbiamo notate nei terreni dei nostri vicini di casa o di campagna. Abbiamo sopportato gli ululati notturni e diurni di questi cani che non escono mai, se non per le battute di caccia. Abbiamo notato la loro magrezza e i loro bisogni sul pavimento. E abbiamo taciuto di fronte a questi fatti perché quella persona ci fa paura, perché temiamo eventuali ritorsioni e perché a volte gli strumenti legislativi sono talmente obsoleti (e vecchi dal punto di vista etologico e scientifico) che non considerano maltrattamento ciò che nei fatti maltrattamento è. Insomma, non mentiamo a noi stessi: il problema esiste ed è sotto gli occhi tutti.

Questi soggetti che maltrattano i loro cani sono probabilmente tra i primi reali motivi della disaffezione per la caccia di tanti cittadini. L’immagine dei cani da caccia stipati in anguste gabbie non comunica niente di positivo: non comunica amore per gli animali, non comunica rispetto per l’ambiente, non comunica onore.

Certo, è anche vero che il mondo venatorio, ad alcuni, può non piacere a prescindere: uccidere un animale non è poi così bello, per alcuni. In una società dove la caccia ha perso la sua funzione sociale e dove il rispetto per la vita è molto più universale di un tempo, si può dire (come Dénise Meloni ha fatto) “consegniamo la caccia alla storia”: è un’opinione che può non piacere, ma è rispettabile tanto quanto quella del cacciatore buono, rispettoso delle regole, che ama la sua tradizione e ne decanta i pregi.

Del resto – ma non per piaggeria – ammettiamo anche un’altra cosa: l’animalista che tuona contro i cacciatori mentre compra un pezzo di carne al supermercato ha il sapore amaro dell’ipocrisia, mentre il cacciatore che sa cosa significa uccidere (e capisce quanto è duro farlo, anche se con un fucile) è molto più vicino all’essenza stessa della parola coerenza ed è molto più rispettoso dell’animale ucciso del suddetto animalista da supermercato.

E allora, i cacciatori devono sentirsi offesi da un’opinione contraria alla loro? No, non dovrebbero. E’ loro facoltà e loro diritto lottare per la loro passione, è giusto che ne decantino la storia e i riti, è giusto che difendano quelli che per loro sono dei valori importanti: è lo straordinario valore della democrazia e noi saremo ben felici di pubblicare una lettera che descriva le innumerevoli sfaccettature positive dell’ars venatoria (perciò fatevi avanti).

Ai cacciatori buoni, però, si richiede un atto di coraggio: quello di guardare all’interno del mondo venatorio, di fare una profonda riflessione e di indicarne con sicurezza le parti oscure, quelle che per l’opinione pubblica sempre più abolizionista rappresentano la vera essenza della caccia. Negare la presenza di un problema, infatti, porta i cittadini ad essere sempre meno favorevoli all’ars venatoria e dà forza ai movimenti abolizionisti.

C’è poi un’ultimo aspetto su cui tutti insieme dobbiamo, a prescindere, riflettere: ogni anno, la caccia ci consegna un vero bollettino di guerra fatto di feriti, di mariti che non tornano dalle loro mogli, di nonni uccisi e di bambini/ragazzini che finiscono in ospedale. Famiglie distrutte dalla poca attenzione, dagli incidenti, dalle rivalità tra compagnie e da un’eccessiva (e forse troppo precoce) voglia di tramandare la tradizione al bimbetto di casa. Non si tratta di leggende metropolitane: è la cronaca autunnale e invernale normale di una Regione come la nostra che vanta una grande e rispettabilissima tradizione venatoria e un numero elevato di doppiette.

Su questo sangue versato bisogna riflettere e meditare: se è vero, come i cacciatori sostengono, che la caccia è un patrimonio da preservare, dovrebbe essere altrettanto primario salvaguardare la vita umana sopra ogni cosa. Sappiamo che la sicurezza è al primo posto di tantissimi cacciatori e compagnie, ma ci auguriamo di dover scrivere sempre meno delle disgrazie che, sovente, accadono nei nostri boschi. Dietro a un cacciatore che muore, c’è una famiglia che rimane senza un padre, un marito, uno zio amatissimo, un nonno stimato o un figlio dal brillante avvenire. A queste famiglie va il nostro pensiero, nel massimo rispetto delle opinioni e dei costumi reciproci ovviamente. 

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