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Normativa sul CBD in Italia: ecco come si è espresso il governo

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Normativa sul CBD in Italia: ecco come si è espresso il governo
Normativa sul CBD in Italia: ecco come si è espresso il governo
Olbia.it

Pubblicato il 20 March 2022 alle 05:00

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Cagliari. Nonostante siano tanti i negozi fisici e online in cui acquistare la cannabis a basso contenuto di THC (è possibile trovare canapa light su Justbob, uno degli e-commerce più famosi del mercato), la situazione in Italia risulta ancora complessa e bisognosa di chiarimenti.

Fino a questo momento, il consumo di cannabidiolo (CBD, sostanza della cannabis priva di psicotropi) non è vietato dalla legge, ma ciò non significa che non ci sia necessità di chiarire ulteriormente la situazione.

Questo articolo ha l’obiettivo di percorrere la storia del quadro normativo italiano in merito alla faccenda degli ultimi anni, analizzando le manovre del Ministero della Salute, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della Consulta.

È legale consumare CBD in Italia? Cosa dice la normativa italiana

Al centro delle discussioni la sicurezza del CBD: secondo l’OMS non nuoce alla salute

Nel 2018, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva dichiarato che il CBD è una sostanza sicura che non può effettivamente nuocere alla salute degli individui che la consumano.

E se questo per alcuni poteva essere sufficiente per archiviare la questione, in realtà accade l’opposto.

Il primo ottobre del 2020, il Ministero della Salute emana un decreto in cui classifica il CBD nella sezione dei farmaci che causano dipendenza psicologica e fisica, per cui può essere consumata solo con previa ricetta non ripetibile.

Così facendo, non solo si entra in contrasto con quanto affermato dall’OMS, ma non sarebbe più possibile per i commercianti venderlo liberamente all’interno dei propri negozi.

Tuttavia, sempre nel 2018, la World Anti-Doping Agency (WADA) lo elimina dall’elenco delle sostanze stupefacenti. In questo modo, gli sportivi avrebbero potuto consumarlo liberamente, a patto che dimostrassero di consumare prodotti privi di THC che, a differenza del CBD, può causare dipendenza (se assunto ad alti dosaggi).

Alla luce delle polemiche che si sono susseguite dopo la pubblicazione del decreto ministeriale, ne viene pubblicato immediatamente un altro (circa un mese dopo) in cui il Ministero fa un passo indietro e non riconosce più il CBD come sostanza stupefacente.

Quindi, è legale consumare CBD in Italia?

Sebbene sia possibile rispondere affermativamente, a oggi sono tante le lacune legislative che necessitano di essere colmate.

In altre parole, non esiste una legge che vieti espressamente il consumo di cannabis a base di CBD, ma c’è bisogno di una legislazione che ne regolamenti esplicitamente l’uso.

A oggi, facciamo riferimento a due normative.

La prima è il DPR 309/90, in cui è contenuto il Testo Unico degli Stupefacenti, il quale è stato oggetto di modifica da parte del Ministero nel 2020, (quando il CBD viene riclassificato sotto la voce di farmaci che danno dipendenza).

La seconda è la legge 262/16, che regola la coltivazione della cannabis sativa con un basso contenuto di THC.

Ne consegue, dunque, l’impellente necessità di maggiore trasparenza in merito al consumo del CBD in quanto tale.

A questo proposito, nel 2019 è stata emessa una sentenza dalla Corte Europea.

Due imprenditori furono accusati di aver venduto liberamente delle sigarette elettroniche il cui liquido conteneva CBD. Con la sentenza del 19 novembre 2020, vengono assolti.

Inoltre, è stato decretato che “uno Stato membro non può vietare la commercializzazione del cannabidiolo legalmente prodotto in un altro Stato membro, qualora sia estratto dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza e non soltanto dalle sue fibre e dai suoi semi”.

Quindi, se per l’Unione Europea la circolazione del CBD è assolutamente legale, anche il nostro Paese deve allinearsi con tali disposizioni. Tuttavia, con la recente bocciatura del referendum da parte della Consulta sembra, in qualche modo, che l’Italia abbia fatto un passo indietro verso la legalizzazione della canapa light .

Cannabis depenalizzata? Amato: questo comporterebbe una “violazione degli obblighi internazionali”

Sono state raccolte più di 630 mila firme nella speranza di ottenere il tanto atteso referendum, e la loro validazione ha fatto ben sperare l’opinione pubblica.

Tuttavia, lo scorso 15 febbraio, la Consulta ha negato la proposta di referendum sulla depenalizzazione della cannabis.

Non sono mancate le polemiche in merito. Per rispondere, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato giustifica la sua scelta: “il quesito referendario non era sulla cannabis ma sulle droghe pesanti, insistendo sui quei commi dell’articolo 73 del Testo Unico degli Stupefacenti che non contenevano la cannabis, ma facevano riferimento a sostanze che includono papavero e coca, da qui la violazione di obblighi internazionali”.

A detta di tanti, ciò che è successo è un vero e proprio fraintendimento. Per capire come sia accaduto, occorre fare un passo indietro.

I sostenitori del referendum chiedevano che il verbo ‘coltiva’ fosse eliminato dall’elenco delle attività legalmente punibili dell’articolo 73 del Testo Unico degli Stupefacenti; in questo modo, sarebbe stato possibile tutelare i canapicoltori dalle sanzioni previste dalla legge che, lo ricordiamo, sono:

  • reclusione da 6 a 20 anni;
  • multa da 26 mila a 260 mila

Tuttavia, poiché l’articolo non si riferisce solo alla cannabis, la Consulta non avrebbe mai potuto approvare il referendum perché, a detta di Amato, questo avrebbe significato dare il via libera al commercio delle droghe pesanti.

Bisogna anche considerare che, in realtà, i sostenitori hanno fatto riferimento all’intero comma dell’articolo perché non era possibile agire diversamente, ma che il verbo ‘coltivare’ potesse fare riferimento solo ed esclusivamente alla canapa, in questo è l’unica pianta da cui è possibile ricavare sostanze stupefacenti (ovvero, la cannabis con alto contenuto di THC).

A oggi, questa è la situazione che, indubbiamente, necessita di maggiori approfondimenti e chiarezza.

Conclusioni

Questo articolo aveva l’obiettivo di apportare maggiore trasparenza all’interno di una questione intricata e delicata come la legalità del CBD nello Stato italiano.

È stato appurato che si tratta di una sostanza naturale sicura (per l’OMS) e che possa essere liberamente commerciata da uno Stato dell’UE all’altro se estratta interamente dalla pianta di cannabis sativa.

Se quindi l’Unione Europea sembra compiere passi notevoli, l’Italia ha ancora tanta strada da percorrere, ma in tanti sono fiduciosi e attendono nuovi sviluppi in merito.