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Avvocato, politico, scrittore e giornalista: i mille volti di Giorgio Bardanzellu

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Luras, 1 dicembre 2019- Una personalità di spicco, nella Gallura dei primi tre quarti del Novecento è stato Giorgio Bardanzellu, avvocato, politico, oratore, scrittore e giornalista. Terzo di dieci figli nati dall’omonimo padre e da Maria Anna Fenu, nasce in Luras, in Via del Rosario (oggi Via Umberto I), il 12 agosto 1888. È battezzato nella Chiesa parrocchiale della cittadina gallurese dal sacerdote Sebastiano De Muro, che fu pure il suo padrino.

Gli studi, l’esordio nel giornalismo e l’iniziazione alla massoneria

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Giorgio Bardanzellu frequenta le scuole elementari a Tempio; il ginnasio presso il collegio Guglielmo Marconi di Firenze e il liceo Dettori a Cagliari.

Nel 1907, pronuncia il suo primo discorso pubblico, commemorando Giosuè Carducci, appena scomparso ed è segnalato per questo su L’Unione Sarda. Trasferitosi a Torino per iscriversi all’università, esordisce nel giornalismo come corrispondente torinese dell’Unione Sarda; è anche inviato in Albania per la “Gazzetta di Torino”[1]. Si laurea in giurisprudenza il 5 dicembre 1911.

Contemporaneamente (20 maggio 1911) è iniziato alla massoneria del GOI, nella più importante loggia d’Italia, la “Propaganda 1” di Torino. Consegue il grado di compagno d’arte il 13 gennaio 1912 e quello di maestro il 14 marzo 1913[2].

Raggiungerà il 18° grado iniziatico nel 1923[3].  Tra gli iscritti alla “Propaganda”, in quel periodo, troviamo l’imprenditore di origine ebraica Gino Olivetti[4]. Massoni furono anche gli scultori Edoardo Rubino e Leonardo Bistolfi [5] che saranno suoi testimoni di nozze, nel 1926.

Nel 1914 è presidente del Comitato esecutivo dell’associazione dei sardi a Torino, di cui è socio anche Giuseppe Saragat.

Eroe della Prima Guerra mondiale

Successivamente, Giorgio Bardanzellu entra nella carriera militare (31 dicembre 1914) e, con l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra mondiale, è nominato sottotenente di complemento nell’arma di fanteria. Incorporato nel reparto mitraglieri del 207° reggimento (Brigata Taro) [6], combatte, inizialmente, sul fronte di Tolmino (ottobre 1915)[7] .

Nella difesa del Coni Zugna è comandante di una sezione di mitragliatrici. Nonostante abbia ricevuto l’ordine di ripiegare, rimane sulla linea del fuoco prendendo il comando dei superstiti di una compagnia che guida tre volte all’assalto, resistendo al nemico sino all’arrivo dei rinforzi. Nel prosieguo dell’azione, caduti tutti i suoi soldati, prende il comando di uno dei plotoni sopravvenuti. Infine, caduti anche gli uomini di questo reparto, tranne alcuni ufficiali, riesce ad aprirsi un varco tra i nemici e a rientrare tra le linee italiane[8] . Per tali azioni è decorato con medaglia d’argento al VM [9].

Partecipa poi alla Battaglia del Passo di Buole (31 maggio 1916) [10] [11] e, nel 1917, ad un’azione sul Monte Pertica dove rimane ferito, guadagnando un’ulteriore medaglia al valore (di bronzo). Inoltre è promosso sul campo al grado di capitano. Torna in licenza di convalescenza a Luras con l’aureola dell’eroe. In paese cominciano a chiamarlo Babai Jolzi, in segno di rispetto.

Rientrato al fronte, si distingue sul Monte Grappa, ove è decorato ancora con la Croce al Merito di Guerra (luglio 1918)[12]. A guerra finita, è nominato aiutante di campo del generale Demetrio Cordero Lanza di Montezemolo, comandante della Brigata Alpi, di stanza in Renania e padre di Giuseppe, martire delle Fosse Ardeatine. Tra i suoi compagni d’armi lo scrittore Curzio Malaparte.

È congedato nell’agosto del 1919. Al fronte aveva avuto la dolorosa notizia della prematura scomparsa di due sorelle, Angelina di soli quattordici anni e la ventenne Agostinanna; quest’ultima,  probabilmente, per l’epidemia di febbre spagnola.

Primo dopoguerra tra democrazia ed ex-combattentismo

Dopo il conflitto aderisce alla “Lega Democratica per il rinnovamento della politica nazionale” di Gaetano Salvemini [13], nella sezione di Torino, ove il principale esponente è quel Piero Gobetti che sarà martire dell’antifascismo nel 1926[14]. E’ di questo periodo (marzo 1920) il suo discorso più famoso, per l’inaugurazione del monumento ai magistrati e agli avvocati torinesi caduti nella Grande Guerra, posto all’ingresso del Palazzo di Giustizia[15]. Ne riportiamo alcuni brani: “Libertà di pensiero, di coscienza e d’azione, (…) libertà di affermazione. di espansione e di lotta nella gara inesausta delle attività umane. Libertà per tutti, (…) senza privilegi di umili di potenti, eguali tutti nei diritti e nei doveri dinnanzi all’inviolata maestà della legge. Libertà ambita e adorata (…)”.

Nel giugno dello stesso anno è eletto segretario del sindacato torinese dei giornalisti corrispondenti. Alle successive elezioni politiche del 1921, Bardanzellu si candida nelle liste del Blocco Nazionale filogovernativo quale rappresentante dell’Associazione Nazionale Combattenti ed è il primo dei non eletti nella circoscrizione di Torino, pur raccogliendo ben 91.519 voti.

Dal 15 aprile 1921 Bardanzellu è iscritto all’albo speciale dei patrocinanti in Cassazione. Nel marzo 1922, fa parte del collegio degli avvocati di parte civile nel processo contro i componenti di un “tribunale del popolo” che, il 22 settembre 1920 a Torino, avevano condannato a morte e ucciso la guardia carceraria Costantino Scimula e l’impiegato della FIAT Mario Sonzini.

Da quanto si evince, sembra dedursi che, sino a questo momento, Giorgio Bardanzellu abbia fatto parte dell’area liberale-radicale del panorama politico italiano. D’altronde, il suo paese di nascita aveva dato i natali al deputato radicale Giacomo Pala, sempre rieletto, nel collegio tempiese, dal 1897 al 1919. La sua appartenenza alla massoneria, così come quella alla Lega democratica di Gaetano Salvemini, confermerebbe ciò.

Anche il Movimento degli ex-combattenti, sino al 1923,  era abbastanza radicaleggiante, in alcune sue frange addirittura repubblicano (Emilio Lussu) e comunque non filo-fascista. Il programma dell’Associazione nazionale Combattenti, approvato al Congresso di Roma del 1919, infatti, prevedeva il riesame della carta costituzionale, l’abolizione del Senato Regio e la libertà di organizzazione di classe nell’ambito dell’unità sindacale [16].

L’adesione al fascismo, il matrimonio e l’incidente alla gamba

Nell’agosto 1922, invece, Giorgio Bardanzellu compie il grande passo, iscrivendosi al Partito Nazionale fascista.

Va detto che il suo fascismo ha come riferimento politico il quadrumviro Cesare De Vecchi, cioè il volto monarchico e moderato del regime. Anche De Vecchi proveniva dal movimento degli ex-combattenti ed era stato eletto deputato del blocco giolittiano, a Torino, in quella consultazione del 1921 ove Bardanzellu mancò l’elezione di un soffio[17]. De Vecchi, inoltre era anch’egli affiliato alla massoneria, sia pur della comunione di Piazza del Gesù [18] Col tempo destinato a soccombere, il quadrumviro sarà però allontanato prima in Somalia (1924-28) e poi a Rodi (1936-40), con la carica di Governatore.

Per quanto riguarda Giorgio Bardanzellu, i sedici mesi successivi furono comunque abbastanza discutibili, sotto il profilo politico. Il 25 ottobre 1922, mentre sono in corso i preparativi per la Marcia su Roma, tiene un comizio in Piazza San Carlo, a Torino, di fronte a cinquecento fascisti e nazionalisti in divisa, scagliandosi contro il governo Facta e il quotidiano “La Stampa”, ritenuto troppo filogovernativo.

Il 17 dicembre 1922, a seguito di una rissa, sono uccisi due militanti fascisti e vi sono quattro feriti; l’uccisore, benché anch’egli ferito, riesce a scappare. Il fascio torinese medita una rappresaglia. Di fronte all’offerta di aiuto del console di Genova, sembra che sia stato proprio Giorgio Bardanzellu a ispirare il contenuto del telegramma di risposta: “Savoia basta a se stessa”[19]. La frase è in linea con la visione filomonarchica del fascismo rappresentata dal quadrumviro De Vecchi ma comunque ribadisce la volontà degli squadristi di farsi giustizia da sé. Il giorno dopo infatti, nuovamente in Piazza S. Carlo, Bardanzellu è tra gli oratori che accolgono le squadre fasciste prima delle violenze. I disordini che seguono provocano dodici morti tra la popolazione antifascista e due tra gli squadristi.

Quando il Gran Consiglio del fascismo sancisce l’incompatibilità tra il partito e l’organizzazione massonica, Bardanzellu si mette “in sonno”. Ne uscirà definitivamente quando il regime scioglierà la massoneria (19 maggio 1925).

Nel maggio 1923, grazie a De Vecchi, entra nel direttorio del fascio cittadino e, nell’ottobre successivo, ne è eletto segretario. Nel mese di dicembre, tuttavia, la sua relazione è bocciata ed è costretto a dimettersi. E’ “ricompensato” nel giugno del 1925, con la nomina a sub commissario all’istruzione professionale al Comune di Torino[20]. . Regge la carica per soli pochi mesi.

Diradati gli impegni politici, Bardanzellu mette su famiglia. Il 1° marzo 1926, a Torino, sposa Ambrogia, figlia dell’ingegnere sardo Giovanni Antonio Porcheddu, pioniere delle costruzioni in cemento armato in Italia. Suo cognato è il disegnatore Beppe Porcheddu, illustratore del Pinocchio di Collodi. La coppia avrà tre figli: Giovanna Maria, Giorgio Andrea e Giandomenico.

Nel 1928, Bardanzellu rifiuta la difesa d’ufficio di Alberto Michelotti, nel processo contro i componenti del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia; così scrive, infatti, il 25 aprile di quell’anno al Presidente del Tribunale, gen. Saporiti: “Data la natura del reato, avverto la SV che non intendo accettare tale difesa, per cui la prego di voler provvedere in merito”[21].

Nel marzo del 1929, a Torino, scivola sui binari di un tram che gli schiaccia un piede. Gli dovranno amputare la gamba sinistra, costringendolo a portare una protesi artificiale per tutta la vita.

Deputato nella Camera fascista che ratifica le leggi razziali

Il 25 marzo 1934 il Gran Consiglio del Fascismo inserisce il suo nominativo nel c.d. “listone” dei deputati designati per il quinquennio 1934-1939. E’ proclamato il 28 aprile 1934.

E’ presente nella seduta della Camera dei Deputati del 14 dicembre 1938, quando sono convertiti in legge, per acclamazione, i Regi decreti concernenti i “Provvedimenti per la difesa della razza”, cioè le leggi anti ebraiche del regime fascista[22].

Nel frattempo riveste importanti cariche culturali nella città di Torino: giusto decreto prefettizio del 26 agosto 1935, è nominato commissario del Museo storico del risorgimento[23]; nel 1936, presidente del consiglio di amministrazione del Conservatorio di musica Giuseppe Verdi di Torino[24]. Regge entrambe le cariche, rispettivamente, sino al 1944 e sino all’estate 1945. Nel 1935 è riammesso nella riserva dell’esercito italiano e promosso prima maggiore (1936) e, poi, tenente colonnello (1940)[25].

Nel 1939 non è ricandidato al Parlamento in quanto – sosterrà poi di fronte alla Commissione di epurazione – oppositore della politica della segreteria del partito fascista, che riteneva troppo totalitaria [26]. Dal 1940 al 1943 è presidente del direttorio del sindacato fascista degli avvocati e procuratori di Torino. Il 13 marzo 1942 è destinato a tempo indeterminato ad essere comandato in servizio civile, in caso di richiamo alle armi[27].

Il 25 luglio 1943 – giorno dell’arresto di Mussolini – è nominato presidente dell’Unione Nazionale professionisti e artisti (oggi: CIPA Confederazione italiana professionisti e artisti). Chiaramente, dovrà subito dimettersi. Il 12 agosto, nel lasciare le consegne al successore Piero Calamandrei, afferma però, di non essere più fascista dal discorso di Mussolini “del bagnasciuga” del 24 giugno precedente [28].

L’adesione alla RSI e l’assoluzione della Commissione di epurazione

Gli avvenimenti successivi all’8 settembre raggiungono Giorgio Bardanzellu in territorio occupato militarmente dai nazisti. Il 10 gennaio 1944, Cesare Maria De Vecchi, suo fraterno amico e principale riferimento politico, è condannato a morte in contumacia nel processo di Verona, per aver votato contro Mussolini, nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943.

Probabilmente è per tale motivo che, il 29 aprile successivo, giura fedeltà formale alla Repubblica Sociale Italiana[29], dimenticando il “discorso del bagnasciuga”. Non avendo, tuttavia, rivestito alcuna carica politica nella RSI, sarà prosciolto dall’apposita Commissione di epurazione  che sentenzia la sua estraneità a qualsiasi profitto di regime.

Nelle more dell’assoluzione, tuttavia, gli è interdetto l’esercizio della professione e gli sono posti sotto sequestro tutti i beni. Il sequestro è revocato il 22 luglio 1946, mentre potrà tornare alla carriera forense solo il 12 gennaio 1948[30]. Nel frattempo, cura l’azienda vinicola paterna e dona al Comune di Luras il terreno sul quale sorge il campo di calcio della squadra locale del “Lauras”. Alla morte dei genitori, donerà al comune anche il giardino della casa paterna, dove aveva avuto i natali. Su una parte di esso sarà realizzata l’attuale casa comunale e sulla rimanente il parco pubblico Giorgio Bardanzellu.

Deputato monarchico nel Parlamento repubblicano; oratore, pubblicista e scrittore

Alle elezioni politiche per la Camera dei deputati del 1953 Giorgio Bardanzellu si presenta nelle liste del Partito Nazionale Monarchico: una scelta coerente con il suo passato monarco-fascista alla De Vecchi e, contemporaneamente, con il rifiuto dell’ideologia della Repubblica Sociale a cui si ispirava il neo-fascismo del MSI. La sua è comunque una scelta di retroguardia ma, nell’Italia dell’immediato dopoguerra, in una campagna costellata dalle polemiche per la recente approvazione della legge maggioritaria (c.d. “legge truffa”), ha successo.

È eletto deputato nella II legislatura repubblicana con 9.542 preferenze nella circoscrizione sarda. Nell’agosto 1953, in linea con il suo partito, vota in favore del governo tecnico di Giuseppe Pella. Il 1° gennaio 1954, Bardanzellu entra a far parte del consiglio direttivo del suo gruppo parlamentare. Quando, il 2 giugno dello stesso anno, il sindaco di Napoli Achille Lauro esce dal partito per fondare il PMP, parimenti d’ispirazione monarchica, Bardanzellu resta nel PNM.

In quegli anni è notevole la collaborazione di Giorgio Bardanzellu con la Nuova Sardegna. L’OPAC del Sistema bibliotecario individua ben 89 titoli conservati nelle biblioteche sarde, che vanno ad aggiungersi ai 44 discorsi parlamentari pubblicati dalla casa editrice della Camera dei Deputati. Un’attività cospicua, che completa la pubblicazione dell’opera di Francesco IV d’Austria – Este “Descrizione della Sardegna”, da lui curata (1934), le biografie di due sardi illustri, Giorgio Macherione (1937) e Domenico Millelire (1954) e le “Pagine di guerra”, raccolte e pubblicate nel 1958.

Non mancano, tuttavia, alcune sue velleitarie posizioni anche in campo culturale, quale quella di mettere in dubbio la sentenza di falsità delle “carte di Arborea”, pronunciato nel 1845 da una commissione scientifica dell’Accademia delle Scienze di Berlino, presieduta da Theodor Mommsen. Tali documenti sono, in realtà, delle pergamene redatte dall’archivista cagliaritano Ignazio Pillito, concernenti un intero corpus di testi giuridici e letterari in latino, in italiano e in sardo medioevale inventato, con il quale si tentava di rileggere e reinterpretare in versione “sardocentrica” le vicende storiche e letterarie della lingua italiana[31].

  1.  

I suoi discorsi parlamentari pronunciati durante la II legislatura vertono quasi totalmente sui problemi dell’isola natìa. Ottiene l’approvazione parlamentare di una sua proposta di legge per la regolamentazione del settore sugheriero, presentata il 18 aprile 1955. Anche la sua proposta di limitare a 50 km/h la velocità dei veicoli nei centri abitati (3 luglio 1956) è recepita dal Codice della Strada del 1959.

Nel 1958 si presenta ancora nelle liste del PNM ed è rieletto deputato con 6.668 preferenze nella circoscrizione sarda; si presenta anche a Torino-Novara-Vercelli, dove ottiene solo 554 voti classificandosi quinto del suo partito. E’ subito nominato vicepresidente del gruppo parlamentare, presieduto dal segretario Alfredo Covelli. Il 16 giugno 1959, però, con la riunificazione dei due partiti monarchici e la formazione del PDI (poi: PDIUM), Bardanzellu è “retrocesso” a segretario del gruppo parlamentare, per il resto della legislatura.

I suoi discorsi parlamentari ora, non si limitano ai problemi della Sardegna, ma anche a quelli nazionali e, spesso, di politica estera. Il 18 giugno 1958 interviene sui fatti di Ungheria; il 10 dicembre successivo su “mercati e consumatori” e, il 3 luglio 1959, sullo sciopero dei marittimi che interrompe le comunicazioni tra l’isola e il continente. Pur non partecipando direttamente ai governi centristi a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, il PDI (poi PDIUM), tuttavia, fornisce ai governi democristiani in diverse occasioni il suo appoggio esterno, spesso determinante: al II governo Segni (febbr. 1959-febbr. 1960), al governo Tambroni (mar.-lug. 1960) e al III governo Fanfani (lug. 1960-febbr. 1962).

Con Decreto del Presidente della Repubblica del 29 giugno 1960 Giorgio Bardanzellu è nominato componente del Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, presieduto da Giuseppe Pella e composto anche da Ferruccio Parri e Giuseppe Paratore.

Il 17 luglio 1961, parla alla Camera dei problemi della giustizia, argomenti che, come avvocato e rappresentante sindacale della categoria, conosce a menadito da mezzo secolo.

Per la sua fedeltà a Casa Savoia, il 16 maggio 1962, con approvazione dell’ex re Umberto II, è cooptato membro vitalizio della Consulta dei Senatori del Regno [32]; successivamente l’ex re gli concede la placca di Cavaliere di Gran Croce della Corona d’Italia (11 novembre 1966). I riconoscimenti dell’ex-re in esilio – chiaramente – non hanno alcun valore legale nel territorio della Repubblica.

Giorgio Bardanzellu, contrario alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, esprime il suo parere in tal senso nelle sedute del 31 luglio, del 13, 14 e 20 settembre 1962. Il 5 dicembre dello stesso anno esprime l’opposizione del gruppo parlamentare monarchico alla istituzione della regione Friuli-Venezia Giulia.

Ultimi anni

La sua partecipazione alle elezioni politiche del 1963, nelle liste del PDIUM, è invece un insuccesso. Sicuramente è stato un errore presentarsi nella circoscrizione di Roma anziché in quella sarda. Ottiene soltanto 328 voti (quindicesimo del suo partito). Nel 1968 sceglie di concorrere per il Senato nel collegio di Tempio-Ozieri e, pur conseguendo un discreto riscontro (6.483 voti, pari al 7,76%) non è eletto.

Contrario al progetto di fusione del partito monarchico con il MSI di Almirante, non aderisce al progetto della Destra nazionale. Entra nel movimento Alleanza Monarchica che si propone di continuare a perseguire l’ideale monarchico nell’ambito degli altri partiti. Nel 1972, gli viene offerto di partecipare alle elezioni politiche nelle liste del PLI. Ormai ottantaquattrenne, preferisce declinare l’invito.

È scomparso a Roma l’11 ottobre 1974, poco dopo esser rimasto vedovo di sua moglie Ambrogia. Viene sepolto nella natia Luras ma, nel giugno 2000, il figlio Giandomenico, a causa delle condizioni di degrado del cimitero comunale, ha provveduto a traslare le sue spoglie nel cimitero monumentale di Torino, accanto a quelle della madre, nella tomba della famiglia Porcheddu [33].

*        *        *

Un giorno, chiacchierando del più e del meno, un collega di Roma mi chiese se fossi suo parente. Lo aveva conosciuto nei primi anni Sessanta, quando poco più che bambino, era solito giocare a pallone per strada con gli amici, in un Viale delle Medaglie d’Oro ancora deserto di automobili. Vedeva scendere quel distinto signore attempato, che abitava in uno di quei palazzoni moderni e che, tutti i giorni, prima di recarsi alla Camera dei Deputati, solitario e a piedi, si tratteneva a discutere con quegli scatenati monelli e tentava di inculcare loro i primi rudimenti di diritto e di educazione civica. Poi, trascinando agilmente il suo arto artificiale, si avviava alla fermata dell’autobus e, pur avendo diritto di entrare per la porta anteriore come grande invalido, preferiva mischiarsi alla folla e salire dal retro: “Quando mi laureai in giurisprudenza – proseguì il mio collega – avevo ancora in mente quei suoi primi, rudimentali insegnamenti”.

©Federico Bardanzellu

 

[1]           Giandomenico Bardanzellu, Un illustre sardo e un fervido patriota: Giorgio Bardanzellu, in: Bollettino Bibliografico della Sardegna n° 9-1988.

[2]              Archivio Centrale dello Stato, Mass., b. 1 e b. 2.

[3]              Emma Mana, Le origini del fascismo a Torino 1919-1926, in: Torino tra liberalismo e fascismo, Milano, 1937, p. 316

[4]              ASGOI, Libro matricolare, Or. di Torino

[5]              Vittorio Gnocchini, L’Italia dei liberi muratori, Roma, Erasmo editore, 2005, pag. 42

[6]              Ministero della Difesa, Direzione generale Personale Ufficiali, Divisione matricole e libretti personali, Stato di servizio di Bardanzellu Giorgio, pp. 2-3.

[7]              Giorgio Bardanzellu, Pagine di guerra, Roma, 1958, p. 8.

[8]              Medardo Riccio, Il valore dei Sardi in guerra, Sassari, 1967, pp. 155-163.

[9]              Ministero della Difesa, cit.

[10]             Giorgio Bardanzellu, Passo di Buole nel ricordo di un combattente, in: AA.VV., Pagine eroiche, Roma, 1917.

[11]             Giorgio Bardanzellu, cit.,1958, p. 30.

[12]             Ministero della Difesa, cit.

[13]             L’Unità, 15 genn. 1920.

[14]             Il libro: L’Archivio di Piero Gobetti (a cura di Silvana Barbalato), Franco Angeli, riporta, all’ Inventario, 83.1. una lettera di Giorgio Bardanzellu, datata: Torino, 22 aprile 1925.

[15]             Giandomenico Bardanzellu, cit.

[16]             Luciano Zani, Italia Libera, Laterza, Bari, 1975, p. 14.

[17]             “L’amicizia di De Vecchi con Giorgio Bardanzellu risale ai tempi della prima guerra mondiale, quando i due si trovarono a combattere sul Monte Grappa e si rafforzò a seguito della comune militanza” da: Giovanni Gentile, Giornale critico della filosofia italiana, G. C. Sansoni, 2002

[18]             Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana : dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1992, p. 505

[19]             Giancarlo Carcano, Strage a Torino. Una storia italiana dal 1922 al 1971, La Pietra, Milano, 1973, pp. 100 e 141-142.

[20]             Valerio Castronovo, Giovanni Agnelli, Unione tipografico-editrice torinese, 1971, p. 425.

[21]             Claudio Longhitano, Il tribunale di Mussolini: storia del Tribunale speciale: 1926-1943, ANPPIA, 1995 – p. 99

[22]             Atti parlamentari, Camera dei Deputati, XXIX Legislatura del Regno d’Italia, Seduta del 14 dicembre 1938.

[23]             Massimo Baioni, Risorgimento in camicia nera: studi, istituzioni, musei nell’Italia fascista, Comitato di Torino dell’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, 2006.

[24]             Alberto Basso, Il Conservatorio di musica Giuseppe Verdi di Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 1971.

[25]             Ministero della Difesa, cit.

[26]             Bardanzellu, Giandomenico, cit.

[27]             Ministero della Difesa, cit.

[28]             Piero Calamandrei, Diario II 1942-1945, Roma, 2015, p. 186.

[29]             Ministero della Difesa, cit.

[30]             Bardanzellu, Giandomenico, cit.

[31]             Brigaglia, Manlio, Mommsen nell’isola dei falsari, da: La Nuova Sardegna, 31 marzo 2009.

[32]             Pezzana, Aldo, Gli uomini del Re, Foggia 2001.

[33]             Unione Sarda, 25 giugno 2000, p. 29.

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