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Olbia: quel tragico 14 maggio 1943 nei ricordi di Salvatore Careddu

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Olbia, 14 maggio 2019 – La guerra, che si accaniva in Europa da circa tre anni, il 14 maggio del 1943 fece la sua apparizione nelle mia Olbia. 

Sono trascorsi 76 anni da quel tragico momento, quel bombardamento che ha portato dolore e morte,  ma i ricordi sono tuttora vividi, indelebili. Sono i ricordi di un bambino  che ha visto il terrore nei volti di tanti olbiesi, che ha vissuto la guerra degli adulti.

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Erano circa le ore 14 quando una squadriglia di bombardieri oscurò il cielo azzurro della inoltrata primavera. Le sirene di allarme risuonavano per tutta la città, invitavano la gente ad abbandonare immediatamente le proprie abitazioni per recarsi il più in fretta possibile verso il rifugio ricavato nei pressi di via Garibaldi. Nel mentre gli aerei cominciavano il terribile bombardamento mirato:  al porto, l’aeroporto e al centro della città. 

 Mia madre, senza indugio alcuno, prese su un braccio mio fratellino Giulio di soli 4 anni, con l’altro mi portò vicino a sé per prendermi strettamente la mano.  Non c’era tempo, bisognava lasciare immediatamente la casa e tutti gli oggetti più cari, dovevamo recarci nel rifugio poco distante.

Ricordo che un soldato tedesco cercò di fermarla. Quel militare aveva ricevuto l’incarico assieme ad altri suoi commilitoni ( ad Olbia aveva sede una compagnia di militari tedeschi ubicata nei pressi del porto vecchio) di non far passare la gente che si dirigeva verso il rifugio.

Mia madre, Giovanna Onali,  con coraggio reagì spingendolo per farci passare e portarci, dopo aver percorso una breve discesa, tutti e due all’ingresso del rifugio. Nel suo cuore serbava la speranza  di trovare all’interno anche gli altri mie due fratelli più grandi,  Tonino e Mario, i quali al momento del bombardamento si trovavano nei pressi del porto.

Ricordo che la folla si accalcava disperatamente per entrare all’interno di quel luogo di protezione dei civili. Il rifugio era già affollato, quando la terribile esplosione di una bomba, caduta poco distante, riuscì con i suoi detriti a interrompere il desiderio di mia madre di mettere tutti i suoi figli in salvo.  I detriti l’avevano sommersa.  Sotto le macerie c’erano altre persone.   Io e mio fratello gridavamo disperati,  chiamavamo tra le lacrime “mamma,  mamma”.  Fummo afferrati da altre persone che ci portarono all’interno del rifugio. Il bombardamento sembrava che non finisse mai, cessò solo dopo che l’opera di distruzione venne portata a compimento. 

 

Una volta usciti dal rifugio, nel caos più totale, tutti cercarono di prestrare soccorso ai feriti senza mezzi a disposizione, solo con la forza delle braccia, dell’adrenalina e della voglia di sopravvivere a tutto quello sfacelo che si era abbattuto in pochi minuti sulla città. In quelle ore angoscianti si prestò soccorso alle persone traendole da sotto le macerie. Ancora non avevamo contato i morti.

 Mia madre era visibilmente ferita e scioccata, chiese subito di noi, voleva avere la certezza che fossimo tutti salvi. Venne riaccompagnata a casa.  I miei fratelli maggiori, assieme a mio padre cercarono subito un medico, non  ricordo se dottor Amucano o dottor Maciocco, il quale diagnosticò alcune fratture ai fianchi ed alla spalla, oltre ad altri traumi.

Olbia era stata ferita gravemente, attorno a noi c’era solo desolazione e morte. Ricordo che mio padre e i miei fratelli più grandi decisero di allontanare la famiglia dal centro abitato in previsione di altri bombardamenti, così con tutte le precauzioni nei confronti di mamma fummo costretti a lasciare la nostra abitazione.

Ci portammo nella vigna  che mio padre  aveva con la sua matrigna zia Nina occupando l’abitazione rustica che era in essa.

Lì i miei cari scavarono e costruirono un piccolo rifugio che poteva essere utile per ripararci dalle schegge e dalle esplosioni,  dallo stormo di aerei che puntualmente scatenò l’inferno su Olbia  per la seconda volta, il 24 maggio, distruggendo ancora di più quello che non avevano distrutto nel primo bombardamento.

Bisognava lasciare Olbia ormai bersaglio con il suo porto ed il suo aeroporto delle mire anglo-americane. Così, prima di lasciare il luogo che ci aveva ospitato, accadde  un qualcosa che è difficile da poter descrivere.

Da parecchio tempo avevamo più avuto notizie di mio fratello Paolino, era imbarcato sulla nave scorta “Karalis”. Con la qualifica di mitragliere aveva vissuto la battaglia di Capo Matapan  e altri  momenti di guerra in mare, sino al bombardamento della città di Livorno dove parte della flotta venne distrutta  e con essa la “Karalis”.

Mio fratello Paolino si salvò gettandosi in mare assieme ad altri. Rimase nelle  acque ancora gelide per alcune ore prima di essere tratto in salvo ed essere ricoverato presso l’ospedale militare. Dimesso fece ritorno a casa. Era la fine di giugno del 1943 quando mia madre lo vide all’orizzonte. Gridò più volte “Este Paulinu, Este Paulinu”  Quel nome venne proferito più volte tra la commozione di tutti. La gioia del momento è difficile da descrivere. Eravamo finalmente tutti riuniti. Tutti insieme ci trasferimmo a Tempio Pausania. Rimanemmo sfollati circa un anno.  Ma Olbia era la nostra città, lì c’era la nostra casa.  Tornammo per ricostruire la nostra esistenza, per ricostruire noi stessi, lasciando alle spalle il terribile dolore e le macerie della guerra.

M.llo Salvatore Careddu©

 

14 maggio 1943 – per non dimenticare i bombardamenti di Olbia e Golfo Aranci. “Dopo i feroci, ripetuti bombardamenti su Cagliari, principiati nel febbraio 1943 e conclusi il 13 maggio dello stesso anno, capaci di annientare il porto e di distruggere o danneggiare gran parte del capoluogo, Olbia figurò nella lista dei prossimi obiettivi, unitamente ai centri portuali di Arbatax, Golfo Aranci, La Maddalena ed al vicino campo di volo militare di Vena Fiorita, sulla strada per Loiri, scalo che assunse importanza crescente dall’aprile 1943, allorché divenne l’unica base dei reparti di caccia italo-tedeschi nell’area.

In data 14 maggio 1943, dunque alla vigilia de Sa Festa Manna di San Simplicio, patrono della città e della Gallura, ben cinquantaquattro bombardieri B-25, scortati da ottanta P-38, i famigerati caccia pesanti a doppia fusoliera, partirono dalle due basi algerine di Berteaux e Ain M’lila, presentandosi alle ore 13.05 sull’obiettivo. In tre ondate furono sganciate sul porto e sulla città ben 333 bombe da 500 libbre, che colpirono principalmente il “Porto Vecchio”, la ferrovia e l’attuale palazzo municipale antistante al porto. Rasi al suolo anche il mercato, ubicato presso l’attuale Piazza Matteotti, la Capitaneria e diversi edifici del centro storico. Ventidue le vittime civili, tra cui numerosi lavoratori della Compagnia portuale “Filippo Corridoni” i quali, appena suonato l’allarme, subito seguito dai rintocchi frenetici delle campane di San Paolo, si precipitarono presso il palazzo municipale, allora adattato a comando militare italo-tedesco. Illusi di trovare un riparo, vi trovarono invece la morte a seguito del crollo parziale dell’edificio. Il numero relativamente limitato di vittime (ricordiamo che al tempo Olbia contava oltre 12.000 abitanti) fu sostanzialmente legato al fatto che buona parte della popolazione aveva ormai abbandonato l’abitato per rifugiarsi altrove. Inoltre l’obiettivo principale di quel primo bombardamento fu essenzialmente il porto ed alcune sue infrastrutture, come anche alcuni navigli commerciali quivi ormeggiati. Ciò non escluse che alcune bombe furono dirette nel cuore della città, portando con sé il loro bilancio di morti e di terrore.

Per neutralizzare completamente il porto, le sue installazioni ed il prestigioso idroscalo “Ettore Anfossi”, importante base di idrovolanti militari che sorgeva nell’area grosso modo occupata oggi dagli uffici della Provincia, servirono altri nove bombardamenti,  il più devastante dei quali fu eseguito il 24 maggio senza tuttavia lasciare vittime civili. A compierlo furono cinquantadue B17, le famigerate “Fortezze Volanti” dell’esercito USA, organizzate in due squadroni e scortate da settanta caccia-bombardieri P38 Lightning. Da una quota di oltre 7000 metri furono sganciate sugli obiettivi strategici un numero complessivo di 624 bombe da 500 libbre, che tradotte nella nostra unità di misura sommano un totale di 119 tonnellate. Come se non bastasse, nottetempo entrarono in scena i bombardieri inglesi Wellington, lanciando un imprecisato carico di bombe e dei volantini sull’abitato, ormai deserto e presidiato solo da militari.

Altri bombardamenti terribili furono quelli del 18 giugno e della notte fra il 24 ed il 25 dello stesso mese, eseguiti sempre dai Wellington della RAF, specializzati in simili azioni notturne. Più volte colpiti  furono anche lo scalo di Golfo Aranci e la base aerea di Vena Fiorita. L’ultimo bombardamento su Olbia avvenne la notte del 2/3 luglio, gli Alleati ritenendo così completato l’annientamento degli obiettivi strategici.” (tratto dall’articolo La A. C. Larathanos ricorda Olbia e Golfo Aranci sotto le bombe).

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