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Nuova vita per il "Cimitero Vecchio di Olbia"

Nuova vita per il
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Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 17 dicembre 2015 alle 12:44

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Olbia, 17 Dicembre 2015. Abbandonato da oltre un secolo alle visite clandestine di agili curiosi e di saccheggiatori di ossa umane –primi fra tutti qualche studente di medicina- il “cimitero vecchio” di Olbia sta per conoscere finalmente il suo recupero alla collettività, sebbene non più come luogo di sepoltura, ma con alterata funzione rispetto all’originale. Da quasi un mese gli operai si affaccendano dentro e fuori l’ampio, ed ufficialmente inaccessibile edificio, suscitando domande e nuove curiosità nei passanti.

selecta_esterno Cimitero vecchio. Lato sud

Il progetto di recupero è inserito nell’ambito del grande intervento di riqualificazione urbanistica britannicamente appellato Urban center (un nome italiano non si poteva scegliere, vista la superiore dignità della nostra lingua?) ed è stato voluto dall’amministrazione di Olbia, particolarmente dall’assessorato ai Lavori Pubblici, avendo come progettista e direttore dei lavori l’ing. Antonio Zanda. L'intervento si avvale di un cofinanziamento della UE. Dietro gentile invito del dott. Rubens D’Oriano, che dirige da sempre la sede staccata della “Soprintendenza archeologica” (fatemela chiamare ancora così) ci rechiamo ancora una volta sul posto, in una di queste giornate climaticamente più da equinozio primaverile che da solstizio invernale, anche per quella sonnolenta suspence che ci infonde. Con la consueta, bonaria ed accomodante cordialità, ci attende all’interno del cantiere il collega dott. Giuseppe Pisanu, da lustri fidato assistente di scavo del sempre impegnatissimo Rubens.

C’è ancora molto da fare, qua dentro, ma tutto è in ottime mani e si lavora alacremente. Il lavoro del restauro architettonico è roba da architetti, ma la presenza dell’archeologo evita il rischio di eventuali danneggiamenti agli strati archeologici, ed è ausilio rinnovato all’approccio analitico ed attento al dettaglio storico anche minimo, che esalta i momenti conoscitivi offerti dal restauro stesso.

Alla rinfusa si rinvengono nell’area di questa piccola emergenza materiali ceramici che provano la frequentazione del sito dalle epoche più antiche della città” - inizia a raccontarci Giuseppe Pisanu - “come questi frammenti di ceramica a vernice nera con incisioni graffite; quest’altro è un frammento d'orlo di anfora punica della metà del IV secolo a. C.: più o meno gli anni in cui i Cartaginesi fecero propria lagià greca Olbìa polis, riorganizzandone in grande stilel’ impianto urbanistico. Nulla ci fa pensareancora che in questo punto ci fossero sepolture antiche, come nella vicinissima e nota necropoli di San Simplicio. Forse qui c’era qualche quartiere artigianale, essendo appena al di fuori dalle mura puniche, che passavano di qui a poche decine di metri”.

selecta_facciata_ext Cimitero vecchio. La facciata d'ingresso costruita con blocchi di riuso delle antiche mura della città punica.

Già, le mura puniche. Una porzione di queste, con i grandi blocchi granitici squadrati in multipli e sottomultipli di cubito, l’antica unità di misura dei popoli dell’oriente semitico, si direbbe che siano state smontate e ricomposte fedelmente nella facciata di questo “cimitero vecchio” ottocentesco, e paiono sempre urlare sdegnate contro quel brutto palazzone condominiale da boom anni Sessanta, appiccicatosi davanti con arroganza per togliere loro luce, vista e dignità. La facciata è ampia, simmetrica, e presenta ancora la porta d’ingresso tamponata in blocchetti granitici, sormontata ancora dai resti dell’ampia croce mutila del braccio superiore, che campeggiava in quella che era l’unica, ampia apertura frontale dell’edificio. Non si apronoinfatti finestre negli alzati laterali, né in quello di fondo opposto all’ingresso, dove richiamano l’occhio i resti dell’altare dell’abiurato, ma glorioso rito antico, sormontati da una nicchia al cui interno c’era forse, chissà, l’immagine di Maria Santissima o di Gesù Risorto. Nessuna traccia di tabernacolo, particolare importante.

selecta_facciata_interna Cimitero vecchio. L'ingresso originale visto dall'interno (dicembre 2015). Si notano i resti della grande croce in granito. selecta_altare Cimitero vecchio. I resti dell'altare (dicembre 2015)

Due file di archi ripartiscono l’ampia aula in tre navate: una centrale più ampia e due laterali, ora in fase di scavo ed indagine, corrispondenti per dimensioni allo spazio sotterraneo occupato dalle ampie cripte sepolcrali, accessibili da sopra per mezzo di tre botole quadrate, poste ad intervalli regolari.

Una chiesa enon un cimitero, si direbbe, per come fu fatta e sembra presentarsi ancora l'edificio. Ma che questo sia stato un cimitero vero e proprio non vi è dubbio, e la forma apparente di una chiesa non fu scelta percaso. Come ebbi già modo di argomentare in uno studio ormai abbastanza datato, ma sempre attuale, ed al quale rimandiamo, non dovette essere indolore la decisione di spostare negli anni Trenta dell’Ottocento il luogo privilegiato di sepoltura dei terranovesi dai chjapitti (ossia cripte sotterranee, in lingua gallurese) delle chiese urbane quali anzitutto San Paolo e poi la scomparsa Sant'Antonio, verso l’aperta campagna, in un punto ancora lontano dall’abitato e dominato dalla ex cattedrale romanica di San Simplicio, diventataindisturbato luogo di nidificazione per tortore e piccioni. A Tempio Pausania, per esempio, le cronache di quegli stessi anni ci dicono che, mentre gli amministratori di giorno cercavano di fare costruire il cimitero extraurbano fuori dall’abitato, i tempiesi nottetempo andavano a distruggerne i muri in costruzione, con le medesime azioni ripetuteper non poche volte da entrambe le parti contendenti.

Non dovette essere forse diversa la riluttanza degli olbiesi, anzi dei terranovesi, le cui famiglie da secoli sapevano che andare alla messa nella loro chiesa primaziale, San Paolo, significava anche pregare per i loro cari sepolti collettivamente sotto le cripte pavimentali, in una prossimità anche fisica al rito, ed ai relativi suffragi. Era più facile pregare per loro, sentirli vicini, ricordarli: insomma anche Ugo Foscolo non scrisse a caso il carme “I sepolcri” in polemica con l’editto napoleonico di St. Cloud del 1804 (applicato in Italia due anni dopo). “Pur nuova legge impone oggi i sepolcri fuor de’ guardi pietosi”, scriveva in versi il poeta di Zacinto, lamentando nella “nuova legge” l’uso di buttare i morti in “fosse comuni” di campagna e non più dentro le chiese o i cimiteri urbani. Erano una sensibilità ed un’abitudine di secoli che si andavano a scalzare in tutta l’Europa cristiana, per motivi che nemmeno i miasmi dei cadaveri ed i rischi igienici poterono da subito confutare.

L'abbandono ufficiale delle sepolture "in ecclesia Sancti Pauli", come ci informanogli archivi parrocchiali,avviene nell' agosto del 1835 con la sepoltura di un bimbo di appena nove mesi, Giovanni Maria Bardanzellu, figlio di Giuseppe e Lucrezia Spano.In verità nella chiesa di San Paolo i morti venivano anch’essi depositati e ammassati in cripte sottopavimentali, con un rito di sepoltura alquanto spicciativo che ora ci inorridirebbe; ma è l’abbandono di questa “prossimità” all’altare centrale ed a quello de “sos Animas”, ovvero l’idea di una rottura traumatica della vicinanza anche fisica, concreta, quotidiana, di quell'intima unione in Cristo tra i fedeli vivi e defunti, ossialamutua comunicazione di beni spirituali che nella fede intercorre tra chiesa militante, chiesa purgante e chiesa trionfante, che dovette rendere delicatissima la pubblica questione, scoprendone un nervo delicatissimo, soprattutto per le genti sarde così premurose ed attaccate ai riti ed alle devozioni per i cari defunti.

Cimitero vecchio. La cripta sud (agosto 2015)

Forse è per questo, pensavo e penso ancora, che il nuovo cimitero, per noi “cimitero vecchio”, inaugurato il 18 settembre del 1835 con la sepoltura di un certo Raimondo Palitta di anni 38; e dismesso agli inizi del XX secolo con la costruzione del nuovo cimitero il località Paule Longa (oggi Via Roma), fu costruito a forma di chiesa e mantenendo le identiche, e seppure discutibilissime -fosse non altro per ragioni igienico-sanitarie-modalità di sepoltura di San Paolo: grandi cripte con volte a botte ed ingresso a botola, percui venivano introdottele salme avvolte da un semplice sudario. Solo in questa maniera forse fu possibile convincere la popolazione ad accettare la novità, soprattutto, ripeto, dando al nuovo luogo di sepoltura la parvenza di una chiesa vera e propria. Fu così dunque che i contenuti e gli argomenti che portarono alla laicissima scelta furono ben presentati in un contenitore apparentemente rispettoso della tradizione.La mia è solo un'ipotesi, ovviamente, forse troveremo qualche cronaca o documento del tempo che ci provi quantoscrivo. Nel frattempo attendiamo anche che chi non è d'accordo si avvalga dello stesso criterio di metodo, e che soprattutto lo faccia pubblicamente come noi facciamo con le nostre opinioni.

Si spera vivamente che i lavori in corso, anche quelli di scavo, possano darci qualche informazione nuova sull’utilizzo di questa finta chiesa. Per il momento sappiamo solo con certezza che il cimitero era comunale, discusso e deliberato in sede di consiglio municipale, finanziato e costruito per conto soltanto del municipio di Terranova. Al Comune diOlbia, ed a lui soltanto, spetta quindi ogni dirittosulla struttura che si va recuperando.

selecta_filaretto Cimitero vecchio. particolare della tecnica costruttiva in filaretto di granito (foto M. A. Amucano)

BIBLIOGRAFIA:

http://www.academia.edu/2103288/M._A._AMUCANO_A_proposito_delle_cripte_mortuarie_rinvenute_nella_chiesa_di_San_Paolo_Apostolo_Olbia_

©Marco Agostino Amucano