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Giuscherreddu fra storia e leggenda: successo per il cammino eco-storico di Realtà Virtuose

Giuscherreddu fra storia e leggenda: successo per il cammino eco-storico di Realtà Virtuose
Giuscherreddu fra storia e leggenda: successo per il cammino eco-storico di Realtà Virtuose
Gian Battista Faedda

Pubblicato il 18 ottobre 2016 alle 15:39

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I sentieri della memoria – visita a Giuscherreddu del 16 ottobre 2016

[caption id="attachment_68260" align="alignleft" width="331"]La comitiva di Realtà Virtuose all’ingresso di Giuschereddu La comitiva di Realtà Virtuose all’ingresso di Giuscherreddu[/caption]

“Seguir virtute e canoscenza”. Èquanto decine di persone hanno posto in atto, domenica scorsa, suinvito del neonato gruppo culturale olbiese “Realtà virtuose”. Il leitmotiv dell’evento, nato dalla lungimiranza della giovane archeologa Silvia Selis e dell’antropologo Corrado Seddaiu, presentava in cartellone la ri-scoperta delle ex frazioni di Buddusò abbandonate, nella fattispecie del piccolo centro demico di Giuscherreddu. Distante pochi chilometri dalla frazione di Sa Serra, nel territorio comunale di Padru, il sito diruto è raggiungibile agevolmente con una passeggiata di poco meno di un’ora, partendo dalla chiesa campestre intitolata a Sant’Elia. La sola camminata di per sé costituisce un evento: una strada bianca in buono stato di manutenzione circondata da boschi lussureggianti di querce, roverelle, olivastri che ammantano colline svettanti verso l’azzurro, risvegliano l’amore per la natura, per il verde della campagna, i suoi suoni e i suoi silenzi. Una preziosità paesaggistica imperdibile.

In questo clima di ritrovata armonia, lontani dai rumori cittadini, gli ospiti di “Realtà virtuose” di tutte le età, dai bambini sospinti sul passeggino agli anziani ascoltatissimi con comprensibile curiosità, sono giunti in un ampio piazzale, quasi completamente riconquistato dalla vegetazione spontanea, risorta a sentinella di poche case ancora resistenti nella originaria struttura e morfologia, seppur non abitabili tranne una i cui recenti segni di restauro fanno comprendere che la stessa abbia un padrone e che lo stesso la utilizzi. Si tratta di edifici esclusivamente costituiti dal piano terreno, dal pavimento non visibile (probabilmente in origine in terra battuta) a causa della folta presenza di rovi.

Le pareti murarie sono costruite con pietre scelte ma non perfettamente squadrate, anche se l’abilità dei mastros de muru (i muratori) del XIX secolo ha fatto si che le stesse potessero essere leggibili e interpretabili a tutt’oggi. Particolare interesse ha suscitato un edificio a due piani, appartenuto, come spiegato nell’autorevole dissertazione da Silvia Selis e Corrado Seddaiu, a Antonio Gusinu detto su pretore. Di questo antico personaggio ancora ricordato era presente, fra i partecipanti, una commossa nipote di terza generazione che non ha mancato di dare la propria testimonianza. “Mio trisnonno era sveglio!” ha sottolineato più volte con riferimento alla propria capacità, oggi si direbbe “da buon manager”, di cogliere le buone occasioni per accumulare ricchezza.

Su pretore era certamente un appellativo acquisito non perché nella realtà fosse un dispensatore di giustizia o avesse incarichi pubblici, quanto piuttosto per il rilievo sociale acquisito. L’edificio che un tempo gli appartenne, infatti, denota il suo status e la sua condizione economica agiata: realizzato in conci granitici squadrati, opera dei picca-pietre di allora, venne evidentemente arricchito di un piano sopraelevato in due tempi distinti. Probabilmente al piano superiore vi erano le stanze da letto di cui una dotata di camino angolare costruito su un soffitto concretizzantesi in un robusto tavolato di cui ora permangono pochi lacerti.

Giuscherreddu, come precisato ulteriormente dai relatori della passeggiata a ritroso nella storia, era una delle frazioni dei Saltos de josso, ovvero di quelle aree (terreni, declivi) di pertinenza comunale di Buddusò che non avevano un proprietario ma erano aperti al pascolo della collettività dei pastori e alla coltivazione, come da tradizione a posteriore della nota legge delle chiudende. Oltre al sito visitato altri centri demici di rilievo erano Avrio, poco distante, Poltolu, Badu Andrìa, tutti edificati in un ristretto perimetro ma ognuno privo di una propria amministrazione locale, di una chiesa e di un parroco, di medico condotto. In caso di necessità veniva inviato un amministratore dall’entità pubblica di riferimento. Così come un chierico vagava per i “saltos” per adempiere al proprio compito di evangelizzazione o per somministrare i sacramenti. E questo non solo durante il XIX secolo ma anche nei secoli precedenti. “Il territorio era abitato sin dall’età nuragica” ha rimarcato Silvia Selis “come testimoniato dal ritrovamento di siti non ancora scavati”.

“Durante la dominazione spagnola e, in seguito sabauda” ha proseguito Corrado Seddaiu, “questi nuclei abitati erano completamente abbandonati dal potere politico-amministrativo. Di loro ci si ricordava solo in occasione della riscossione delle imposte, rigorosamente in natura. Il potere centrale, a quei tempi, dava incarico a un majorale, ovvero a un notabile con incarichi di interesse pubblico proveniente della villa di riferimento, perché in sua vece si recasse fra quelle genti per riscuotere il debeautur secondo la legge degli arroganti conquistatori. Nella maggior parte dei casi, l’unico modo per i locali per evadere le tasse e salvare dalla fame le proprie famiglie era uccidere l’esattore. Infatti – puntualizza - sono stati rinvenuti diversi resti umani sotterrati nei numerosi tafoni caratteristici e frequenti nella zona”.

Insomma Giuscherreddu, toponimo dalle origini e significati ancora ignoti, abbandonato poco prima del secondo conflitto mondiale, come le altre frazioni nacque probabilmente dalle migrazioni di genti dalla montagna verso il mare gallurese, la piana di Civita poi divenuta Terranova, dai transumanti che sempre dalle alture conducevano le greggi a valle per svernare. Nei piccoli borghi abitati da poche decine di abitanti trovavano ospitalità e ristoro durante il viaggio ma venivano anche, ahimè, notati dagli abigeatari e dai banditi. Le relazioni degli organizzatori sono state, in conclusione della mattinata eco-archeologica, spunto per un interessante confronto e dibattito fra gli astanti, provenienti non solo da Padru ma anche da diversi centri della Gallura, della Barbagia e del Logudoro. Non sono mancati i racconti delle paristorias del posto su folletti e magici abitatori del bosco. Entusiasta l’amministrazione comunale di Padru, rappresentata dall’attento assessore alla cultura Linda Bacciu, che ha ringraziato tutti e in particolar modo i promotori dell’iniziativa che certamente, anche con il suo appoggio istituzionale, avrà un divenire progressivo.

©Gian Battista Faedda