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18/11, Olbia città sicura? Non abbiamo bisogno di slogan: serve un piano!

18/11, Olbia città sicura? Non abbiamo bisogno di slogan: serve un piano!
18/11, Olbia città sicura? Non abbiamo bisogno di slogan: serve un piano!
Angela Galiberti

Pubblicato il 18 novembre 2020 alle 19:31

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Olbia, 18 novembre 2020 - Sono passati 7 anni da quel pomeriggio infausto che ha portato acqua, fango, morte e distruzione in una cittadina tutto sommato felice, operosa e ottimista. Di quel buio pomeriggio tutti noi ricordiamo le urla nel silenzio, il rumore dell'acqua, il muro di pioggia fittissima che si è abbattuto sulla città. Ricordiamo dov'eravamo, cosa abbiamo fatto, chi abbiamo chiamato prima che saltassero le linee telefoniche e saltasse anche la corrente, prima che l'oscurità inghiottisse interi quartieri rischiarati solo dal blu dei lampeggianti dei vigili del fuoco, della protezione civile e delle forze dell'ordine.

Dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate alla Nuova di oggi in edicola, la domanda nasce spontanea: lei, caro sindaco Settimo Nizzi, dov'era quel pomeriggio di 7 anni fa? Cosa stava facendo? Ha vissuto ciò che abbiamo vissuto noi oppure no? Glielo chiediamo perché, in tutta franchezza, aspettavamo da questa amministrazione uno sprint pari a quello avuto dalla precedente, che su quel fronte ha agito subito. Bene o male non sta a noi dirlo, ma quell'amministrazione Giovannelli Bis ci ha lasciato in eredità un piano finanziato che, forse - chi lo sa, a quest'ora avrebbe potuto essere per lo meno appaltato o accantierato.

Ci aspettavamo, in parole povere, che il problema venisse risolto (o quanto meno che ci fosse qualcosa di più di una ruspa in via Petta): quando piove abbiamo paura, quando piove non dormiamo, quando piove temiamo per la nostra incolumità, quando piove ricordiamo i nostri morti, quando piove pensiamo a Monte Pino, quando piove ci ricordiamo che le nostre case non sono sicure e non lo sono per vecchie scelte politiche che affondano le radici molto più in là di un mandato quinquennale di un qualsiasi sindaco pro tempore. Non ci interessa entrare nel dibattito "scolmatore sì, vasca no, scolmatore no, vasca sì": pensiamo, infatti, che questo sia un dilemma da ingegneri specializzati in materia, non da politici né da cittadini, figuriamoci da giornalisti.

Ci interessa sottolineare a gran voce che in questi lunghi 7 anni si poteva fare molto di più su ogni piano e ad ogni livello. La burocrazia è lenta, farraginosa, complicata e snervante, siamo d'accordo, ma la politica non può sempre trincerarsi dietro le scartoffie e le carte bollate, specialmente quando per mesi abbiamo assistito a una "guerra" tra il primo cittadino e l'ex assessore regionale ai Lavori Pubblici Paolo Maninchedda sotto la presidenza Pigliaru, e poi a un rimpallo tutto politico tra l'Assessorato regionale ai Lavori Pubblici e quello all'Ambiente sotto la presidenza Solinas.

Il tempo passa, veloce. Molto veloce.

Non basta eliminare la bretella del Nespoli, rifare il ponte in Corso Vittorio Veneto, mettere una pompa idrovora in zona Baratta, eliminare qualche interferenza qua e là, appaltare nel 2020 un ponte per dire che la città è più sicura rispetto al 2013.

Olbia non è più sicura rispetto a 7 anni fa, non lo è in maniera significativa e risolutiva: se domani, Dio non voglia, si dovessero verificare le stesse condizioni del 18/11/13 o peggiori, Olbia finirebbe nuovamente sotto l'acqua.

Lei crede che queste siano bugie, sindaco Nizzi? Nel 2015, due anni dopo Cleopatra, Olbia è finita sotto l'acqua per una perturbazione molto meno importante di quella del 2013. Non ci furono morti sia perché l'evento fu molto meno repentino (consentendo, tra l'altro, l'abbattimento del vecchio ponte di Isticcadeddu), sia perché nel frattempo la giunta Giovannelli Bis aggiornò il piano di Protezione Civile, adattandolo a quello che era il vero rischio idraulico e idrogeologico cittadino non individuato dal Pai in vigore 2 anni prima, per cui la città si trovò pronta come lo sarebbe oggi, ma l'essere pronti non potrebbe salvarci da eventi eccezionali come e più di Cleopatra che a loro volta potrebbero capitare oggi come tra 50 o 200 anni: il clima è cambiato, il clima è sempre più estremo, il clima è fondamentalmente imprevedibile.

Dimensionare le caditoie e la rete di raccolta delle acque bianche, giusto per per fare un esempio banale, dovrebbe essere la normalità in una città da 60.000 e rotti residenti con problemi di rilevanza "storica". Si tratta di un lavoro "ordinario", lo straordinario - quello che serve per salvarci da eventi, appunto, straordinari come Cleopatra - è ben altro: è un piano di mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico che, a oggi, è un miraggio.

A 7 anni da quella tragedia che abbiamo vissuto in prima persona, possiamo dire con certezza che non ci servono dichiarazioni ottimistiche sui giornali, né monumenti da inaugurare.

Ci servono delle opere o un insieme di opere/sistemi che permettano a questa città di vivere serenamente anche quando piove. Ci serve una burocrazia che sia più in linea con i tempi delle persone (e del cambiamento climatico), ci serve una politica più proattiva e meno "di partito preso", ci serve che si dica la verità - anche se non si presta alle foto patinate.

Ci serve che si capisca che non si possono passare altri 7 anni pregando che un medicane - un ciclone tropicale del Mediterraneo - non sprigioni tutta la sua forza su questo angolo di mondo così fragile portandosi via persone, storie, ricordi e sacrifici di una vita.

Generale

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