Sunday, 22 March 2026
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Pubblicato il 22 March 2026 alle 08:00
Olbia. In una società che misura spesso il valore delle persone attraverso il lavoro che fanno, il ruolo che ricoprono o i risultati che ottengono, fermarsi a chiedersi se tutto questo coincida davvero con il benessere personale non è sempre semplice. Eppure è una domanda necessaria. Con questo nuovo numero della nostra rubrica “Pillole di benessere e crescita personale” vogliamo proprio prenderci il tempo per interrogarci su questo quesito. A guidarci nella riflessione sarà la coach locale Rita Abeltino, fondatrice del metodo di crescita personale Risultati Autentici ed esperta di benessere personale e sociale nel mondo aziendale del lavoro.
Essere affermati sul lavoro a volte non basta: cosa fare quando il successo professionale allontana da sé stessi?
A questa domanda, la dott.ssa Abeltino risponde: “Siamo abituati a considerare il successo professionale come una prova di stabilità, di realizzazione, perfino di maturità. Se una persona lavora molto, riesce a gestire responsabilità importanti, viene riconosciuta per ciò che fa e appare competente agli occhi degli altri, tendiamo a pensare che stia bene. Che sia arrivata. Che abbia trovato il suo posto. E invece non sempre è così. Perché sentirsi affermati sul lavoro non significa automaticamente vivere una vita in equilibrio. Anzi, molto spesso accade il contrario: proprio quando una persona funziona, produce, regge ritmi elevati e riceve riconoscimento dall’esterno, inizia lentamente ad allontanarsi da sé stessa”
Questo allontanamento non avviene quasi mai in modo improvviso. Non è necessariamente legato a un crollo, a una crisi evidente o a un episodio eclatante. Più spesso è qualcosa di graduale, silenzioso, quasi invisibile. Succede un po’ alla volta, mentre si continuano a fare tutte le cose “giuste”: portare risultati, rispettare scadenze, essere presenti, affidabili, performanti. Da fuori sembra che tutto proceda bene. Da dentro, però, qualcosa comincia a spostarsi.
“È una dinamica più comune di quanto si pensi – continua l’esperta - Si lavora tanto, si risponde a responsabilità crescenti, si portano a casa pensieri, tensioni, decisioni da prendere. Il lavoro invade spazi che un tempo appartenevano al riposo, alle relazioni, alla presenza mentale. E senza quasi accorgersene, si finisce per guardare tutto attraverso quella lente: il tempo, i rapporti, perfino la percezione di sé”.
Le giornate iniziano a organizzarsi attorno a urgenze, impegni, doveri, richieste. Anche quando il lavoro finisce formalmente, spesso continua dentro: nei pensieri che restano accesi la sera, nella difficoltà a staccare davvero, nella sensazione di dover essere sempre reperibili, pronti, utili. Così, poco a poco, il confine tra vita professionale e vita personale si assottiglia fino quasi a scomparire. Il punto più delicato è che questa condizione, almeno all’inizio, può perfino sembrare normale. In certi contesti viene letta come dedizione. In altri come ambizione. In altri ancora come segno di serietà e affidabilità. E infatti molte persone non si accorgono subito del prezzo che stanno pagando, proprio perché quel prezzo viene spesso mascherato da efficienza. Si è stanchi ma si continua. Si è irritabili, ma si minimizza. Si sente un vuoto crescente, ma lo si copre con altri impegni. Si ha meno spazio mentale, meno pazienza, meno entusiasmo, ma ci si dice che è solo un periodo, che passerà, che basta resistere ancora un po’.
Nel frattempo, però, cambia il modo in cui si abita la propria vita. Il riposo non rigenera davvero. Le relazioni rischiano di diventare marginali o funzionali. I momenti liberi vengono occupati dal recupero delle energie minime, più che da una presenza piena. E soprattutto si riduce il contatto con una domanda essenziale: come sto, davvero, dentro la vita che sto vivendo?
“Quando il lavoro diventa il centro assoluto, non succede solo che toglie tempo – spiega Rita - Inizia anche a definire il valore personale. Ci si sente “a posto” se si produce, in difetto se si rallenta, in colpa se si mette un limite. E così il benessere smette di essere un criterio interno, per trasformarsi in una conferma esterna.
È proprio qui che nasce uno dei paradossi più forti della vita adulta contemporanea: si può apparire molto solidi fuori e sentirsi sempre più disconnessi dentro. Si può essere considerati persone di successo e, allo stesso tempo, fare fatica a riconoscere cosa ci nutre davvero, cosa ci pesa, cosa ci manca, cosa stiamo trascurando di noi”.
La domanda iniziale resta dunque cruciale. Non per mettere in discussione il valore del lavoro, né l’importanza della realizzazione professionale, ma per rimettere al centro una verità che troppo spesso viene dimenticata: funzionare non è la stessa cosa che stare bene. Inoltre, cosa fare quando il ruolo prende il posto della persona?
La dott.ssa Abeltino sostiene che uno dei rischi più sottili della vita professionale contemporanea è proprio l’identificazione totale con il proprio ruolo. Non si è più semplicemente una persona che svolge un mestiere, ma si diventa quel mestiere. Quel ruolo. Quella funzione. È qui che si crea uno squilibrio profondo. All’inizio accade quasi senza accorgersene. Ci si presenta attraverso ciò che si fa, si misura il proprio valore in base a quanto si riesce a gestire, a produrre, a risolvere. Si diventa affidabili, presenti, indispensabili. E mentre il ruolo cresce, prende forma anche un’abitudine mentale: quella di guardarsi sempre più dall’esterno, attraverso la performance, l’efficienza, il riconoscimento ricevuto. Ma quando l’identità personale si fonde completamente con quella professionale, tutto il resto perde spazio: i bisogni interiori, il corpo, il tempo di qualità, gli affetti, il silenzio, persino la possibilità di chiedersi se si è ancora felici o no. Si continua a fare, a tenere insieme, a gestire. E ci si ascolta sempre meno. È un passaggio delicato, perché non ha quasi mai un aspetto drammatico o immediatamente riconoscibile. Spesso, al contrario, coincide con una fase in cui dall’esterno tutto sembra funzionare. La persona è attiva, presente, responsabilizzata. Porta risultati, regge i ritmi, non si tira indietro. Ma proprio questa apparente tenuta può rendere più difficile vedere cosa sta succedendo dentro.
Secondo l’esperta, sarebbe proprio questo uno dei punti più delicati del rapporto tra lavoro e benessere: il rischio di restare intrappolati nel “fare”, perdendo il contatto con l’“essere”. Ed è anche uno dei nuclei da cui nasce la riflessione proposta nelle sue Pillole di Coaching: riportare attenzione su quei punti della vita quotidiana che spesso vengono considerati normali solo perché diffusi. Il fatto che tante persone vivano identificate con il proprio ruolo non significa che questa condizione sia neutra o sostenibile. Significa, semmai, che è diventata familiare. E proprio per questo merita di essere osservata meglio. Quando il ruolo prende troppo spazio, la persona rischia infatti di non avere più un luogo interiore in cui tornare. Tutto passa attraverso il filtro del compito, della responsabilità, della funzione ricoperta. Anche il riposo viene vissuto come recupero per tornare a fare. Anche il tempo libero viene valutato in termini di utilità. Anche le relazioni rischiano di essere lette con la logica della prestazione: esserci, rispondere, sostenere, organizzare, risolvere. Pian piano il lavoro non occupa solo una parte della giornata. Occupa il linguaggio con cui si interpreta se stessi. Un rischio che non riguarda soltanto chi svolge un lavoro pesante o poco gratificante ma che, al contrario, può coinvolgere anche chi ama profondamente ciò che fa.
“Anche il lavoro che piace può diventare uno squilibrio” - afferma Abeltino - C’è un’idea diffusa secondo cui il problema esisterebbe solo quando si svolge un lavoro che non si ama. Certamente fare ogni giorno qualcosa che non risuona con sé stessi genera frustrazione, stanchezza e, nel lungo periodo, una profonda sensazione di spreco interiore. Ma non è l’unico scenario critico. Anche un lavoro che piace, se occupa tutto lo spazio disponibile, può creare scompensi importanti. Perché quando una professione dà significato, identità, gratificazione e perfino piacere, il confine può diventare ancora più fragile. Si tende a restare costantemente attivi, mentalmente reperibili, investiti nel ruolo. Si produce, si costruisce, si immagina, si corre. Ma intanto si rischia di vivere quasi esclusivamente nella dimensione della prestazione. Ed è lì che, lentamente, ci si allontana dal proprio centro. Anzi, in certi casi, il fatto che il lavoro piaccia rende ancora più difficile accorgersi dello squilibrio. Perché ciò che assorbe non sempre viene percepito come un problema, soprattutto se porta soddisfazione, risultati, movimento. Ci si dice: “va bene così”; “in fondo è solo una fase intensa”; “sto costruendo qualcosa di importante”. E spesso è vero. Ma la domanda resta: a quale costo interiore?”
Amare il proprio lavoro non mette automaticamente al riparo dalla fatica di perdersi dentro di esso. Si può amare ciò che si fa e, nello stesso tempo, usare quel fare per non fermarsi mai davvero. Per non ascoltare la stanchezza. Per non sentire il vuoto. Per non affrontare domande più profonde. In questo senso, anche il lavoro più appassionante può trasformarsi in uno spazio in cui ci si rifugia, ma non necessariamente in cui ci si incontra. Per questo il punto non è stabilire se un lavoro sia “giusto” solo perché piace o “sbagliato” solo perché pesa. Il punto è più sottile: capire se quel lavoro sta ancora dialogando con la persona oppure se la sta assorbendo del tutto. È una distinzione importante, e sempre più necessaria. Perché una professione può dare molto, ma non dovrebbe mai diventare l’unico luogo in cui una persona sente di avere valore, identità o direzione. Quando succede, tutto il resto tende a scolorire: il tempo per sé, la qualità della presenza, la possibilità di stare senza produrre, il diritto di esistere anche fuori da una funzione.
Forse è proprio qui che si apre una delle domande più oneste del vivere contemporaneo: non soltanto “mi piace il mio lavoro?”, ma anche “riesco ancora a sentire chi sono, oltre il lavoro che faccio?”
Il lavoro occupa una parte enorme della vita adulta. Per questo non può essere considerato un compartimento isolato. Quando un’esperienza lavorativa è sbilanciata, lo squilibrio si riflette inevitabilmente anche altrove. Non resta chiuso nell’agenda, nelle ore contrattuali o negli spazi formalmente dedicati alla professione. Si allarga. Filtra. Entra nelle pieghe della quotidianità in modi spesso meno visibili, ma molto concreti. Entra nel tono con cui si risponde a una persona cara. Nella difficoltà a rilassarsi davvero. Nel bisogno di rimandare continuamente ciò che riguarda sé stessi. Nel sentirsi sempre “un po’ altrove”, anche quando si è finalmente a casa. Succede nelle relazioni, che diventano marginali o funzionali. Succede nel corpo, che manda segnali spesso ignorati fino al limite. Succede nella qualità della presenza: si è con qualcuno, ma con la testa si è ancora in ufficio, in una call, in una scadenza, in un problema da risolvere. A volte il punto non è neppure l’eccesso di ore, ma l’assenza di uno spazio interiore libero. Anche fuori dal lavoro, si continua a stare dentro il lavoro. È una forma di occupazione silenziosa, ma potente. Non si misura solo in termini di tempo, bensì in termini di disponibilità mentale ed emotiva. Si può anche essere formalmente liberi e, allo stesso tempo, interiormente ancora trattenuti, agganciati a una preoccupazione, a una tensione, a una lista mentale che non smette mai di aggiornarsi.
“Quando succede questo – spiega la coach - il lavoro smette di essere una parte della vita e inizia a diventarne il filtro dominante. Tutto passa da lì: l’umore, il senso di efficacia, il modo in cui ci si percepisce, perfino il diritto di sentirsi leggeri. E il rischio più grande è che questa condizione, col tempo, venga scambiata per normalità. In questi casi, il campanello d’allarme non sempre arriva sotto forma di crisi evidente. A volte si manifesta come irritabilità, affaticamento costante, senso di vuoto, difficoltà a provare entusiasmo, bisogno di controllare tutto, incapacità di riposare davvero. Altre volte emerge come distanza emotiva: dalle persone, dai propri desideri, persino da ciò che un tempo faceva stare bene”.
Ci sono persone che se ne accorgono perché iniziano a sentirsi sempre in ritardo rispetto a sé stesse. Altre perché si scoprono meno pazienti, meno presenti, meno disponibili alla gioia. Altre ancora perché, pur continuando a fare tutto quello che “devono”, non sentono più un vero senso di nutrimento interiore. E non sempre questo dipende dal fatto che il lavoro sia sbagliato. A volte dipende dal modo in cui si è entrati in rapporto con quel lavoro: dal livello di identificazione, dal sovraccarico, dalla mancanza di confini, dalla paura di fermarsi, dal timore che rallentare significhi perdere valore.
Eppure, nonostante il disagio, molte persone continuano a restare in situazioni lavorative che non le rappresentano più, o che hanno smesso da tempo di essere sostenibili. Perché?
“Per paura – risponde la dott.ssa - Paura di non avere abbastanza soldi per vivere. Paura di perdere stabilità. Paura di deludere aspettative. Paura di non riuscire a creare il lavoro che davvero si desidera. Paura di lasciare il conosciuto per qualcosa di incerto. È una paura reale, concreta, comprensibile. E proprio per questo non può essere affrontata con slogan semplicistici o inviti superficiali a “mollare tutto”. Il tema non è compiere gesti impulsivi, ma iniziare a guardarsi con sincerità. Per molte persone il lavoro non è solo una scelta identitaria, ma una necessità materiale, familiare, economica. C’è chi sostiene una casa, chi un figlio, chi una famiglia intera, chi una struttura costruita nel tempo. Pensare il cambiamento come un atto immediato e privo di conseguenze sarebbe ingenuo, oltre che poco rispettoso della realtà. Proprio per questo il primo passo non è stravolgere tutto. Il primo passo è vedere. Riconoscere con onestà che qualcosa non sta più tornando. Che il prezzo pagato, interiormente, è diventato alto. Che non tutto ciò che si riesce a sostenere è anche davvero sostenibile nel lungo periodo”.
Molte persone, tuttavia, continuano a guardare soltanto fuori: alle richieste, ai doveri, alle urgenze, a ciò che ci si aspetta da loro. Ma smettono di ascoltarsi. E quando non ci si ascolta più, si può restare per anni dentro una vita che funziona all’esterno e si svuota all’interno. Questo è forse uno degli aspetti più delicati del disagio contemporaneo: la possibilità di essere apparentemente “a posto” e, nello stesso tempo, sempre più scollegati da ciò che si sente vero. Si va avanti perché si deve, perché si può, perché si è imparato a farlo. Ma non sempre ci si domanda se quel modo di andare avanti stia ancora rispettando la persona che si è diventati.
“Uno degli errori più comuni è aspettare che la “batteria” arrivi a zero – spiega ancora Rita - Si va avanti per inerzia, per senso di responsabilità, per abitudine o per necessità, finché il corpo o la mente non costringono a fermarsi. Ma a quel punto la risalita diventa più faticosa. Aspettare il crollo, in fondo, è una delle forme più diffuse di autoabbandono silenzioso. Si rimanda il momento dell’ascolto finché non è più rimandabile. Si continua a funzionare, a tenere duro, a minimizzare i segnali, a pensare che passerà da solo. Ma non sempre passa. A volte si accumula. Per questo il tempo del respiro, della centratura e del recupero non dovrebbe essere visto come un lusso, ma come una forma di lucidità. Fermarsi prima non significa rallentare il proprio valore. Significa preservarlo. Significa, soprattutto, non delegare al limite il compito di dirci che esistiamo. Non aspettare di stare male per autorizzarsi ad ascoltarsi. Non considerare il benessere come un premio da meritare solo dopo aver dato tutto”
Prendersi del tempo per respirare, ricentrarsi, osservare come si sta davvero, non equivale dunque a sottrarsi alla realtà. Al contrario, permette di rientrarci con maggiore presenza, equilibrio e capacità decisionale. È una forma di responsabilità più profonda: non solo verso il lavoro, ma verso la qualità della propria vita. Perché quando una persona si ferma in tempo, non interrompe il proprio percorso: lo rende più abitabile. La domanda, allora, non è solo “sto lavorando tanto?”, ma: “come sto vivendo il mio lavoro dentro di me? sto facendo un lavoro che mi piace davvero?
il modo in cui lavoro oggi è compatibile con il resto della mia vita?
Sto creando spazio sufficiente per me, oppure mi sto lasciando occupare interamente dal ruolo che ricopro?”
Queste domande in apparenza semplici, spesso, segnano l’inizio di una presa di coscienza importante. Perché costringono a spostare l’attenzione da ciò che appare a ciò che si sente. Da ciò che si regge a ciò che si vive. Da ciò che viene riconosciuto fuori a ciò che resta vero dentro. Il loro valore non sta nel produrre subito una risposta perfetta, ma nel riaprire una soglia di ascolto. Nel ricordare che esiste una voce interna che, anche dopo molto tempo, può ancora essere interpellata. E che il semplice fatto di farsi una domanda giusta, a volte, può già cambiare la qualità dello sguardo. Perché il punto non è scegliere tra lavoro e vita. Il punto è non perdere sé stessi mentre si prova a tenere insieme entrambe.
Nel dibattito pubblico si parla spesso di successo professionale, carriera, risultati, affermazione. Molto meno si parla del costo invisibile che tutto questo può avere, se non è accompagnato da ascolto interiore e da una reale coerenza con i propri bisogni. Eppure, un’esistenza in equilibrio, non si misura solo da ciò che una persona riesce a costruire fuori. Si misura anche da quanto riesce a restare in contatto con sé stessa mentre lo fa. Si misura dalla qualità del proprio respiro dentro le giornate. Dalla possibilità di sentire se qualcosa fa bene oppure consuma troppo. Dalla libertà interiore di fermarsi senza sentirsi sbagliati. Dalla capacità di riconoscere quando un risultato esterno non basta più a compensare un vuoto interno.
Per questo, forse, la vera affermazione non è soltanto arrivare a ricoprire un ruolo importante o a ottenere riconoscimento. È riuscire a farlo senza smettere di vedersi. Senza smettere di respirare. Senza trasformare il lavoro nell’unico luogo in cui si esiste.
Ed è proprio da qui che può iniziare, anche nel quotidiano, un piccolo movimento verso qualcosa di più vero: non una rivoluzione immediata, ma un gesto di sincerità verso sé stessi. Un primo passo per portare nella propria vita un po’ di R.A. – Risultati Autentici (il metodo ideato da Rita Abeltino): meno automatismo, più ascolto; meno identificazione cieca, più presenza; meno sopravvivenza performante, più verità abitata.
Per chiudere questa riflessione, proponiamo di un piccolo esercizio di autocoaching consigliato da Rita.
“Può essere utile fermarsi qualche minuto con carta e penna, senza fretta. Non per trovare subito una soluzione, ma per fare spazio a uno sguardo più onesto su di sé. L’esercizio è semplice. Disegna una linea verticale al centro del foglio. Da una parte scrivi: “Il lavoro che mi nutre”.
Dall’altra: “Il lavoro che mi prosciuga”. Sotto il primo titolo, annota tutto ciò che il tuo lavoro oggi ti dà davvero: non solo in termini economici, ma anche umani, mentali, interiori. Per esempio: soddisfazione, stabilità, creatività, autonomia, utilità, apprendimento, relazione, senso. Sotto il secondo, scrivi tutto ciò che senti ti stia togliendo troppo: energia, sonno, pazienza, lucidità, tempo, presenza, entusiasmo, spazio mentale, leggerezza, fiducia. Quando hai finito, rileggi entrambe le colonne e fatti tre domande: Quale parte sto guardando di più, ultimamente: quella che mi nutre o quella che mi prosciuga?
C’è qualcosa che continuo a tollerare solo perché mi sembra normale?
Qual è un gesto piccolo ma concreto che posso fare questa settimana per restare più vicino o vicina a me stesso/a? Non serve che sia un cambiamento radicale. Può essere un confine. Una pausa vera. Un no detto con più chiarezza. Un momento senza telefono. Un’uscita in orario, quando possibile. Una camminata senza portarsi dietro il lavoro nella testa. Un tempo breve, ma reale, in cui tornare a sentirsi presenti.
A volte i Risultati Autentici non iniziano da una grande decisione. Iniziano da una domanda fatta bene. E dalla disponibilità, finalmente, ad ascoltare la risposta.
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