Thursday, 26 March 2026
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Pubblicato il 26 March 2026 alle 07:00
Arzachena. Il panorama culturale della Gallura si arricchisce di un nuovo, significativo capitolo grazie al percorso letterario di Veronica Demuro. Docente e scrittrice profondamente radicata nel tessuto sociale di Arzachena, pur vivendo maggiormente fuori dalla sua cittadina gallurese di origine, la Demuro rappresenta oggi una figura di spicco della nuova intellettualità sarda, capace di coniugare la produzione artistica con un costante impegno solidaristico. La sua dedizione verso realtà associative quali la SOS Malnate ODV testimonia una visione della cultura intesa come servizio alla comunità, principio cardine della sua intera opera.
Dopo il favorevole riscontro ottenuto con il romanzo d’esordio "Il cuore che continuò a cucire", l'autrice ha intrapreso un’evoluzione stilistica verso il genere thriller con la sua ultima pubblicazione, "La festa maledetta"edito dalla casa editrice Le scatole parlanti. L'opera, caratterizzata da un’architettura narrativa complessa e da una rigorosa supervisione testuale curata in ambito familiare, affronta tematiche di stringente attualità con un approccio analitico e formale.
Dottoressa Demuro, "La festa maledetta" rappresenta una transizione significativa verso il genere thriller. Quali istanze l’hanno condotta verso questa nuova dimensione narrativa?
"In realtà il thriller è sempre stato il genere che più mi appassiona: è ciò che leggo principalmente, e in un certo senso è il mio 'luogo naturale' da lettrice. La festa maledetta è stato il primo libro che ho iniziato a scrivere, ma devo essere sincera: a un certo punto mi sono trovata in difficoltà. Tra leggere un thriller e scriverlo c’è un abisso, soprattutto quando si tratta di costruire tensione, ritmo e intreccio. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo, ho ripreso in mano questo progetto con uno sguardo diverso e con molto più entusiasmo, ma anche con maggiore consapevolezza dei miei mezzi. In questo percorso ho scoperto una cosa importante: al di là del genere, il filo conduttore resta lo stesso. È il mio forte legame con la famiglia, con l’amicizia e, soprattutto, con le tematiche sociali".
Il romanzo esplora il dramma della scomparsa attraverso un silenzio ventennale. Quali basi fenomenologiche o reali sottendono alla genesi di questa storia?
"All’inizio è nato quasi come un gioco, condiviso con due mie amiche che, come me, sono appassionate di thriller e misteri di ogni tipo. Passavamo il tempo a immaginare storie, a fare ipotesi, a costruire scenari nelle nostre chat. A un certo punto ho deciso di trasformarle in un romanzo. In un certo senso, siamo entrate tutte e tre nella storia. Più che da una scintilla precisa, però, la storia nasce dalla realtà. Basta pensare che solo in Italia ogni anno si registrano oltre 20.000 denunce di scomparsa. È un dato che colpisce e che fa riflettere: dietro ogni numero c’è una storia, una famiglia, un silenzio".
All’interno dell’opera emerge un’affermazione densa di implicazioni etiche: "Non tutte le vittime vogliono essere trovate". Qual è l'esegesi di questo concetto?
"È una frase che nasce da una realtà complessa. Non tutte le persone che scompaiono desiderano il ritrovamento: alcune fuggono da un malessere profondo o dal bisogno di sottrarsi a situazioni insostenibili. Nel romanzo questa idea prende forma in modo delicato. A volte non si tratta solo di una scelta consapevole, ma delle condizioni in cui si cresce: nascere nel posto sbagliato, non avere gli strumenti per riconoscere il giusto. Angie, in questo senso, è un personaggio emblematico. Quando prende coscienza della propria situazione, è già troppo tardi".
A giugno Le verrà conferito il Diploma d'Onore dal Premio Isolario. Quale valore attribuisce a questo riconoscimento nell'ottica della Sua funzione di comunicatrice sociale?
"È un riconoscimento che per me conta moltissimo, arrivando dopo un lavoro complesso come il saggio Non sentirsi mai abbastanza. È un libro nato da più mani e più cuori: quelli di mia figlia, dei miei alunni e dei genitori che affrontano una società troppo veloce. Riconoscimenti come il Premio Isolario sono importanti perché danno valore non solo alla scrittura, ma anche ai temi trattati. Dopo La festa maledetta continuerò a esplorare il thriller senza abbandonare la dimensione intima e sociale. C’è già un nuovo libro pronto che affronta un tema sociale molto urgente. Credo che oggi scrivere significhi assumersi una responsabilità: accendere domande e creare consapevolezza".
Il successo di Veronica Demuro riverbera positivamente sull’intero comparto culturale di Arzachena. La capacità di tradurre le criticità dell'adolescenza e i drammi della cronaca in una forma letteraria elevata garantisce alla scrittrice un ruolo di primo piano nel dibattito contemporaneo. Con lo sguardo già rivolto alle prossime pubblicazioni e al ritiro del Diploma d’Onore a giugno, la Demuro si conferma un’eccellenza in grado di onorare la Gallura attraverso l'impegno civile e la nobiltà delle lettere.
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