Wednesday, 25 March 2026
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Pubblicato il 25 March 2026 alle 07:00
Calangianus. C'è una parola sarda che racchiude tutto: lebiu, leggerezza. È il nome scelto da Fabio Molinas per la sua startup, fondata nel 2021 a Calangianus, nel cuore della Gallura, capitale italiana della produzione di sughero. Un nome che non è solo evocativo, è programmatico. Perché ciò che Lebiu produce nasce proprio dall'idea di alleggerire il peso ambientale di una filiera antica, trasformando quello che era scarto in materia prima per il futuro.
Il sughero è da sempre parte dell'identità economica e culturale della Sardegna. Ma nel ciclo industriale tradizionale, una parte significativa del materiale, la polvere generata dalla lavorazione dei tappi, finiva semplicemente smaltita. Lebiu parte esattamente da lì: da quella polvere, da quelle biomasse di seconda generazione, per sviluppare Corskin, un biomateriale destinato alla moda, al design e all'interior, con un processo produttivo a freddo, consumo d'acqua ridotto e un'impronta di CO₂ stimata tra 1,2 e 1,5 chili per metro quadrato, un valore radicalmente inferiore rispetto alla pelle animale convenzionale.
Il percorso non è stato lineare. Nella fase iniziale il prodotto raggiungeva performance elevatissime, ma a un costo fuori mercato. La sfida reale, concreta, non retorica, è stata abbassare i costi senza svuotare il progetto dei suoi valori. Perché, come chiarisce lo stesso Molinas, puoi fare il materiale migliore del mondo, ma se non rientra in una fascia di prezzo utilizzabile, non serve a niente.
Fare impresa in Sardegna comporta costi strutturalmente più alti fino al 15-20% in più rispetto alla terraferma solo per i trasporti , e una distanza dai grandi hub industriali europei che rallenta inevitabilmentel'accesso a reti di ricerca e investimenti. Eppure è proprio questa distanza che paradossalmente, costituisce anche un vantaggio competitivo: il radicamento in una filiera unica, con competenze artigianali e industriali difficilmente replicabili altrove.
L'obiettivo dichiarato di Lebiu non è competere sul prezzo, ma costruire un materiale identitario: riconoscibile, legato a un territorio, a una storia e a una scelta precisa di metodo. In un mercato dominato dalla standardizzazione e dal greenwashing, è una posizione controcorrente. E consapevolmente tale, come ci racconta Fabio Molinas.
Lebiu nasce a Calangianus, nel cuore della produzione italiana di sughero. Come è nata l'idea di guardare agli scarti di lavorazione non come un problema, ma come una risorsa?
"Sono cresciuto a Calangianus, dove il sughero non è semplicemente una materia prima: è parte della vita quotidiana e dell'identità del territorio. Sin da piccolo giocavo con la polvere di sughero nella fabbrica di mio nonno, creando manufatti con tappi, granuli e polveri mischiate ad agglutinanti naturali. Durante il mio percorso di studi in design ho iniziato a guardare quel materiale con occhi diversi. Mi sono chiesto se fosse possibile trasformarlo in qualcosa di nuovo. Da quella domanda è iniziata una ricerca lunga quasi dieci anni. Lebiu nasce proprio da lì: dall'idea che anche uno scarto possa diventare una risorsa se lo si osserva con uno sguardo progettuale e con la volontà di innovare una filiera che in Sardegna ha radici profonde".
Corskin rappresenta un'alternativa concreta per chi cerca materiali a minore impatto ambientale. Quali settori stanno mostrando maggiore interesse e dove vedete i margini di crescita più promettenti?
"Oggi la nostra ricerca è concentrata su Corskin, un biomateriale sviluppato a partire dalla polvere di sughero riciclata proveniente dalla produzione dei tappi. Il nostro obiettivo non è sostituire materiali esistenti, ma proporre un'alternativa di origine vegetale per chi è alla ricerca di nuove soluzioni. Il primo settore con cui abbiamo dialogato è la moda, dove designer e brand sono sempre più interessati alla sperimentazione sui materiali. Negli ultimi mesi stiamo osservando interesse crescente anche nel design e nell'interior. Credo che i margini di crescita più interessanti stiano proprio nella contaminazione tra settori: quando nasce un nuovo materiale, spesso trova applicazioni che vanno ben oltre quelle immaginate all'inizio".
Avete depositato un brevetto e puntate ad arrivare al 95% di materiale riciclato e rinnovabile. Quanto è difficile fare innovazione sostenibile in Sardegna, lontano dai grandi hub industriali?
"Fare innovazione in Sardegna non è semplice. La distanza dai grandi hub industriali europei significa spesso avere meno accesso a infrastrutture, investimenti e reti di ricerca. Allo stesso tempo però questa distanza può diventare un vantaggio. La Sardegna custodisce una delle filiere del sughero più importanti al mondo, con competenze artigianali e industriali molto radicate. Il nostro lavoro è stato proprio quello di mettere in dialogo questa tradizione con la ricerca sui nuovi materiali. Per noi è fondamentale che la ricerca resti legata alla filiera locale: significa creare valore partendo da una risorsa naturale e contribuire a far evolvere un settore storico dell'economia sarda".
Il tema del greenwashing è sempre più diffuso. Come comunicate in modo credibile la reale sostenibilità di Lebiu in un mercato dove tutto si definisce "green"?"Oggi il rischio di greenwashing è reale, perché la sostenibilità è diventata una parola molto utilizzata nel marketing. Per questo credo che la credibilità passi prima di tutto dalla trasparenza. Nel nostro caso partiamo da un elemento molto concreto: utilizziamo biomasse di seconda generazione, cioè la polvere di sughero che deriva dalla lavorazione dei tappi. È uno scarto reale che rientra nel ciclo produttivo attraverso una nuova applicazione. Cerchiamo di raccontare il materiale per quello che è, spiegando il processo, la filiera e le scelte tecniche che ci sono dietro. Ma per me la sostenibilità non riguarda solo l'aspetto ambientale: significa anche lavorare con il territorio, valorizzare una materia naturale come il sughero e dimostrare che le cose si possono fare diversamente anche quando tutto sembra remare contro".
In un momento in cui la sostenibilità rischia di ridursi a slogan, Lebiu sceglie la strada più difficile: quella della concretezza, della trasparenza e del radicamento territoriale. Un modello che non promette l'impatto zero — perché sarebbe disonesto — ma che dimostra, giorno dopo giorno, che fare impresa in modo diverso è possibile. Anche da un'isola.
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