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Pagine di guerra: sul fronte trentino, il Val Lagarina, nel 1916

Seconda parte del volume "Pagine di Guerra" di Giorgio Bardanzellu

Pagine di guerra: sul fronte trentino, il Val Lagarina, nel 1916
Pagine di guerra: sul fronte trentino, il Val Lagarina, nel 1916
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 18 aprile 2021 alle 17:00

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Luras. Proseguiamo la pubblicazione del volume “Pagine di Guerra” (35 pp.), edito nel 1958, per i tipi dell’editore Gatti. Oggi è on-line la seconda parte. Il libro è scritto da uno dei testimoni della “Grande Guerra” 1915-1918, il lurese Giorgio Bardanzellu. La sua è una testimonianza speciale perché, oltre a guadagnarsi una promozione sul campo e ben tre medaglie al valore, ha raccontato la sua esperienza in almeno tre pubblicazioni. Cliccando qui potete leggere la prima parte dell'articolo dedicato al volume di Giorgio Bardanzellu.  

Sul fronte trentino, in val Lagarina, nel 1916. Storia breve della I sez. mitragliatrici del 207° Fanteria.

Il 207° Reggimento Fanteria (Brigata Taro) era uno dei nuovi 24
reggimenti costituiti nel dicembre 1915. Fu formato dal deposito del
25° Fanteria, a Piacenza, con Ufficiali chiamati dal fronte e tratti dai
Reggimenti 25, 26, 65. Rispettivamente essi diedero il I, il II ed il
III Battaglione. Io appartenni al primo, comandato dal Maggiore Ettore Mura di Sassari, Il Reggimento era composto dalle reclute del 1896 dei Distretti di Milano, Como e Varese. Ne prese il Comando il Colonnello di Stato Maggiore Enrico Danioni.

Fui assegnato alla prima compagnia agli ordini del Capitano Adolfo Licari che però, nel gennaio 1916, ritornò al 25° Fanteria. Il Comando della Compagnia fu per poco tempo affidato a me dal 14 gennaio al 4 febbraio. In tale data fui comandato a frequentare a Nettuno, presso Roma, un corso per Ufficiali Mitraglieri. Frequentavano la scuola 150 Ufficiali dei Reggimenti di nuova formazione. L'arma che ci venne affidata era la Fiat 1914, da allora in dotazione nel nostro Esercito. Il corso ebbe solo la durata di un mese, fino al 10 marzo 1916. Ma fu un mese lieto, passato in riva al mare, in un clima dolce e in compagnia di cari colleghi, molti di essi ormai sommersi dall'onda del tempo.

Ai primi di marzo (episodio indimenticabile) vennero a trovarmi,
dalla Sardegna, i miei genitori che trascorsero con me quattro giorni. Ne ebbi un indicibile conforto. Mio padre con la sua serenità mi infuse fiducia e coraggio. Mia madre moltiplicò le sue tenerezze nel pensiero che avrei dovuto ripartire subito per il fronte. Al momento del distacco non seppe reggere all'emozione e si strusse in pianto. Il 12 marzo ritornai, al Reggimento che si era trasferito, in distaccamento, a Cortemaggiore. Presi il comando della I Sezione Mitragliatrici, composta da 45 mitraglieri, di cui otto conducenti addetti ai muli. Nominai comandante di scaglione il Maresciallo Abbondio Albertini. Provammo le armi con esercitazioni di tiro a Gossolengo e compiemmo, con impegno, le istruzioni di insieme.

Soldati della Prima Guerra Mondiale in una cartolina del tempo

Il 28 marzo partimmo per la zona di guerra. Facemmo tappa a Domegliara in provincia di Verona. Il Comando di Reggimento si stabilì a S. Pietro in Cariano; il I Battaglione si accantonò a S. Ambrogio di Valpolicella e la I Sezione Mitragliatrici rimase sistemata nella villa della Marchesa Zurla in posizione amena a un chilometro e mezzo da S. Ambrogio, sulla strada carrozzabile che da Domegliara conduce a Verona. Trovai da collocare gli uomini in un'ampia camerata, paglia a terra; anche i muli ebbero la loro stalla con un bel portico per le carrette. Il posto era delizioso. La campagna, tutta verde e fresca di acque correnti, era dominata da bellissimi cipressi che imprimevano al paesaggio un aspetto suggestivo di compostezza. Eravamo nella storica vallata dell'Adige. Davanti a noi era il forte di Palestro e non molto lontane le città di Peschiera, di Sommacampagna e di Castiglione delle Stivi ere che rievocavano le glorie del nostro Risorgimento. Accanto alle storie del passato godemmo le gioie del presente. La Valpolicella è ricca di vigneti che danno vini prelibati. Ne avemmo la prova visitando, col permesso del guardiano, le cantine della villa. Ma fu una gioia di poca durata.

Il 20 aprile giunse l'ordine di partenza per Ala. Percorremmo in ferrovia la pittoresca Val Lagarina. Passammo per la chiusa d'Adige ove la montagna si spacca per dare il passo al fiume e toccammo Rivoli, balenante ancora di ricordi napoleonici.

Giungemmo verso sera nella graziosa città trentina, da poco redenta, e, nella notte, la sezione si trasferì a Pilcante, un paesino pulito,
accoccolato sotto il monte Cornale sulla destra dell'Adige. Il giorno dopo la Sezione fu passata in rivista dal Generale Ricci Armani comandante la 37° Divisione di cui facevamo parte.
Il 25 aprile il Comando del Reggimento dispose che gli Ufficiali
visitassero il fronte sulla sinistra dell'Adige che da Lizzana, presso Rovereto, si svolgeva, accidentato ed impervio, per circa otto chilometri, fino ad Albaredo in Vallarsa. Era allora presidiato dal 114° Fanteria (Brigata Mantova) al quale avremmo dovuto dare il cambio. Io feci parte del gruppo composto dal Maggiore Mura, dal Capitano Guido Armani della III Compagnia, dal Capitano Scipione, e da altri ufficiali del terzo e secondo Battaglione.
Il mattino del 26, alle ore 3, trovammo al ponte sull'Adige un automobile che ci condusse a Marco ove ci fu precisato l'itinerario da percorrere, divisi in piccoli gruppi di due o tre ufficiali.
Feci gruppo col Capitano Armani, affabile e gioviale, col quale
strinsi da allora, un'amicizia di ferro. L'itinerario che seguiva le trincee
e le opere belliche che guernivano in ampio cerchio le propaggini del Monte Zugna, comprendeva la Costa Violina, munita di un caposaldo e armata in caverna da una batteria di canoni 149 A, comandata dal Tenente Costa, alle cui dipendenze era, come ufficiale osservatore il S. Tenente Damiano Chiesa, di Rovereto, dal destino segnato al sacrificio e alla gloria.
Di lì la linea, passando per i Baraccamenti Verona, raggiungeva la
Colletta d'Albaredo che guardava in Vallarsa. Al ritorno la nostra ricognizione doveva toccare Corna Calda, Castel Dante e Lizzana. Da Marco la strada, costruita dalla Milizia Territoriale, saliva con larghi giri le pendici di Zugna Torta fino a Costa Violina.

La giornata era limpida e senza nubi. Un aeroplano nemico spaziava alto per i cieli, riempiendo la vallata del suo fastidioso ronzìo.
Il sole rendeva faticosa la nostra marcia ma il panorama che si
svolgeva davanti i nostri occhi era tale da compensarci dei disagi della salita. La Valle Lagarina stretta tra muraglie di monti che strapiombano a Serravalle e a Chizzola si slargava tra Marco, Brentonico e Mori distendendosi in una ampia piana alberata fino a Rovereto che si presentava a noi bella ed invitante con le sue case linde e le sue strade di15 ritte. Confluiscono ivi le minori valli dell'Arsa e di Terragnolo che conducono all'Adige le acque del duplice Leno. Il grigio nastro del fiume si intagliava nitido, nel verde tenero dei prati. Parallela era la strada ferrata, sconvolta dalla violenza del cannone e la strada detta imperiale, tutta bianca e deserta. A nord si elevava il monte Biaena, che in profonde caverne scavate in roccia, nascondeva l'insidia delle potenti batterie da 151.

Sul primo gradone era il Monte S. Bernardo, irto di cannoni. Sui
declivi, gruppi di case abbandonate intristivano attorno a campanili
senza campane: Nomesino, Manzano. Poi la roccia, da grigia diventata rossastra, precipitava a picco. Sotto era il villaggio di Mori, posto avanzato del 113° Fanteria. Ad ovest smagliava le sue nevi al sole il monte Altissimo conquistato da noi e munito di artiglierie. A nord-est, oltre il Biaena, l'orizzonte era chiuso dalla catena dello Stivo che attingeva, coronata di nevi, i 2000 metri. La costa, a gradoni, scendeva verso il fiume costellata di villaggi occupati dal nemico: Ravezzano, Lenzina, Isera, Revian, Folas, Marano. E' da questi paesi che senza tregua, e continuamente spostandosi, sparava contro di noi un cannoncino dalla voce stridula che i nostri soldati assimilavano all'abbaiare di un cane. Lo chiamavano, senza ombra di malizia, Don Bigolin come il Cappellano del 114° Fanteria perché pure lui era sempre in movimento e compariva da per tutto, quando meno uno se l'aspettava.

Un ponte sull'Adige unisce Isera a Sacco, sobborgo di Rovereto. La
bella cittadina, allora disabitata, rideva bianca, tra il verde, al sole che
la investiva. Era tutta cinta da sistemi potenti di reticolati e di trincee, di capisaldi e di piccoli posti avanzati che rendevano forte la posizione. La città e la valle erano poi vigilate e difese dalle innumeri batterie appostate sui monti sovrastanti del Ghello e di Zuech e sulle alture del Finonchio i cui cannoni erano sempre in attività. Al ritorno dalla ricognizione sostammo al Castello di Lizzana conosciuto col nome di Castel Dante. La posizione fu conquistata di viva forza dalle nostre fanterie nel giorno di Natale 1915 e fu tenuta saldamente malgrado i ripetuti contrattacchi nemici. Costituiva un valido punto di appoggio ai trinceramenti che fronteggiavano i camminamenti tentacolari che raggiungevano Lizzanelta, Case Bruciate e la Ferrovia, a, poche decine di metri dalle sentinelle austriache. Verso la valle appariva una casa semi-distrutta dall'artiglieria.

Dall'alto di essa, Armani ed io, cercammo di individuare le posizioni nemiche. Ma per poco. Un colpo di cannone, partito dal Biaena,
ruppe l'aria con un sibilo metallico e ci costrinse a scendere. Subito
dopo tutte le batterie dei monti attorno si risvegliarono. Sulle nostre
teste passarono mugolando le granate, scoppiarono gli shrapnels con frastuono assordante. Trovammo riparo nei ricoveri del Castello ove cordialmente ci accolse il comandante, Capitano Beltramelli. Egli ci parlò con accenti di tenerezza di questo Castello ove si dà per certo che abbia soggiornato il Divino Poeta, ospite dei Marchesi di Castelbarco.

Furono in esso trovate due lapidi. Una, murata dal Gruppo dementino Vannetti di Rovereto durante il V Congresso della Lega Nazionale, il 30 maggio 1597, suonava così: « Opera di man romana, sede dei Baroni - che primi Rovereto moderarono - campo di sangue - ad antiche e novelle ambizioni - pochi ti ricordano o Castel di Lizzana - ma ogni italico petto - si riscuote al pensiero Dante - aver dai tuoi spalti cantata - "... la ruina che nel fianco - di qua da Trento l'Adige percosse..." ». L'altra, meno interessante, ricorda in latino, un episodio bellico dell'Imperatore Francesco I D'Austria, nemico dichiarato dei Francesi: « V Cal. Nov. MDCCCXIII Redeuntibus feliciter Roboretum D.N. Francisci I Aust - Caes - Copiis Vieto prope vicum Marcum proelio Fugatisque Gallis no vani horum Si forte auderent irruptionem impedibili DC milites heic bidum castramentatì sunt».
(Mentre ritornavano felicemente a Rovereto le milizie di Francesco I
imperatore d'Austria, dopo aver vinto presso il villaggio di Marco e
messo in fuga i Francesi, pronti ad impedire una nuova irruzione di
costoro, se per caso l'avessero osata, 6.000 soldati, qui per due giorni
si accamparono).

Verso le sei il bombardamento cessò e noi scendemmo a Lizzana,
a pochi minuti dal Castello, ove facemmo conoscenza con gli ufficiali
del 114° Fanteria che si dimostrarono molto cortesi pur non nascondendo la loro impazienza di avere il cambio dopo undici mesi ininterrotti di linea. Rientrammo la sera a Pilcante, stanchi ma soddisfatti. Il 28 aprile venne l'ordine di movimento con la indicazione delle posizioni da occupare. La dislocazione delle sezioni mitragliatrici, fu la seguente: la prima sezione (la mia) a sud-ovest di Lizzana, la seconda a Case Bruciate alte, a nord-ovest di Castel Dante, la terza a Siech.

II trasferimento sì eseguì la sera del 4 maggio. Da Pilcante, passato
il ponte sull'Adige all'altezza di Ala svoltammo a destra per la strada
che per Marani, S. Margherita e Serravalle conduce a Lizzana. Viaggio lentissimo per il grande ingorgo di carri e di muli. Giungemmo al posto designato alle due di notte. Diedi il cambio al Tenente Jahier comandante la I Sezione Fiat del 114° Fanteria.
Si parlava, con insistenza, di offensiva austriaca. La consegna della
sezione era la seguente: « Resistere a tutti i costi ». Il 5 maggio ci attendevamo in realtà qualche sorpresa. L'anno prima, in quella data, a Quarto dei Mille, si inaugurò il monumento a Garibaldi e Gabriele d'Annunzio lanciò ai cieli la sua orazione famosa che preluse alla dichiarazione di guerra. Io ebbi la fortuna di udirla. Inoltre a quella data decadde il trattato nostro di alleanza con l'Austria. Era previsto un attacco. Invece tutto passò con alcuni colpi di cannone, senza risultato. II 7 maggio si fece vivo Don Bigolin. Prese di mira una casa presso la ridotta imperiale al quadrivio di Lizzanella, ove trovavasi ricoverata una squadra della III Compagnia.

Un soldato ebbe una gamba asportata da una scheggia e morì dissanguato. Fu il primo caduto del Reggimento. Si chiamava Airoldi Faustino, classe 1896, Distretto di Lecco. Ne ricordo il nome a suo onore!

L'otto maggio avemmo una novità a mensa. II cuoco ci portò una
lepre ben rosolata, che il furiere della prima compagnia, sergente Clerici, aveva ucciso presso i reticolati. Bisogna dire, commentò il Ten. Spampinato, che dai nostri reticolati non passano neppure le lepri. Speriamo bene! Continuarono intanto, su tutta la linea, i lavori di rafforzamento e di difesa. Davanti alle piazzole delle mitragliatrici feci disporre un secondo reticolato per aumentare la sicurezza della trincea.

Quella sera battezzammo le armi: la prima che aveva il numero di matricola 973 fu chiamata col nome della mia isola: Sardegna. L'altra n. 974, in onore dei mitraglieri che componevano la sezione, ebbe il nome della loro terra: Lombardia.
Ne furono lieti e ciò contribuì a renderli più animati e volenterosi.
Una corrente di solidarietà univa soldati e graduati. Sentivano di essere più forti rimanendo più uniti. Anche io mi sentivo vicino a loro con cuore fraterno. Ciò nulla toglieva alla disciplina che veniva osservata con comprensione e con rispetto.
Il giorno 11 avemmo una visita impreveduta. Ad un posto avanzato
della II Compagnia si costituì prigioniero un caporale maggiore di nazionalità rumena. Venne a dirci che nel campo nemico regnava una calma perfetta e che non vi era nessun segno di offensiva. Scaglionati in profondità da Trento a Rovereto, vi sarebbero stati appena quattro reggimenti pronti a spostarsi, in Vallarsa o in Val Sugana a seconda delle necessità. Nessuno gli diede credito.

Il Comando si convinse che era stato mandato per cercare di smorzare l'impressione destata dai giornali con Le notizie di imminente offensiva austriaca. Se ne era preannunziata perfino la data: il 10 maggio od il 15. Il 10 nulla avvenne. Chissà il 15?
Intanto si seppe, non senza rammarico da parte nostra, che il Colonnello Danioni aveva lasciato il Comando del Reggimento, per causa di malattia. Fu sostituito interinalmente, dal Maggiore Spallicci del II Battaglione.

Il 13 maggio il Cappellano del Reggimento, Don Carletti, venne
a celebrare la Messa nella mia trincea, verso le 9.30, senza preavviso.
I mitraglieri dormivano ancora, stanchi del lavoro notturno di rafforzamento. Li svegliai e li radunai in un ampio scavo defilato dove la sacra cerimonia ebbe luogo. Col pensiero rivolto a Dio ed alla famiglia assistemmo alla messa sotto il più bel sole di maggio, mentre il cannone tuonava. E continuò a tuonare per tutta la giornata, fino alle 7 del pomeriggio. Si risvegliarono le batterie del Finonchio e del Biaena con rimbombi che riempivano la vallata.
Al tremendo coro si unì poi, con la sua voce formidabile, il 305.
Fu preso di mira in particolar modo il caposaldo di Castel Dante.
Si udivano enormi boati e si vedevano sulla nostra destra, sollevarsi
immani colonne di fumo. Feci ricoverare i miei mitraglieri sotto i blindamenti per salvarli dagli skrapnels che arrivavano fitti su di noi,
Tranne qualche ferito, il bombardamento non arrecò gravi danni, sul
mio settore. Ma ci mise in guardia, come per avvertirci della bufera che stava per arrivare. Così avvenne e fu il finimondo.

* * *
Il 18 maggio il Maggiore Spallicci diramò il seguente ordine del
19 giorno « Il Comandante della Brigata mi incarica di esprimere agli Ufficiali, Sottufficiali, Caporali e Soldati il vivo compiacimento suo e
quello dei Comandi Superiori per le prove di alto eroismo e di non comune sacrificio dimostrati nelle indimenticabili giornate del 15, 16 e 17 corrente. Mentre sono ben lieto di far conoscere tale compiacimento, faccio appello al buon volere di tutti perché al più presto possibile il Reggimento venga riordinato come prima e rimesso nella piena efficienza. Dopo di che cercheremo con le nostre forze di vendicare i nostri compagni d'arme gloriosamente caduti per la grandezza del nostro Paese ».

* * *
Ripiglio il diario interrotto con una stretta al cuore. Il mio bel Reggimento non è più. E' caduto sulle posizioni di Costa Violina e di Zugna Torta sacrificandosi fino all'ultimo per arginare l'avanzata austriaca. E vi è riuscito.
* * *
Ma procediamo con ordine. Dopo il bombardamento del 13 maggio la giornata seguente trascorse tranquilla. Alla mensa della prima compagnia fummo più lieti del solito. Demmo la stura alle superstiti bottiglie di spumante, scherzammo e cantammo.
Eravamo riuniti: il Capitano Ferruccio Lorenzini, i Sottotenenti
Pansieri, Luclisingher, Vitali ed io, gli Aspiranti Naldini e Piacentini. Dopo cena tornai in trincea, feci riprendere i lavori di protezione
e verso le tre, mi distesi stanchissimo, sul lettino da campo.
Alle 4 il telefono mi svegliò di soprassalto. Il Comando di Battaglione comunicava che alcuni disertori penetrati durante la notte nelle nostre linee, avevano avvertito che alle 6.30 sarebbe stato ripreso il bombardamento e alle 9 si sarebbe sferrato l'attacco della fanteria.

La grande offensiva austriaca « la straphal-expedition » avrebbe avuto così il suo inizio. La notizia meritava credito. Svegliai i miei uomini e li disposi in trincea ai posti di combattimento. Avevo appena terminato di metterli in ordine che verso le 5 i cannoni si misero a sparare con inaudita violenza. Tutte le bocche da fuoco del Biaena, dell'Asinara, dello Zuech, del Ghello e del Finonchio, tutti i 305 (forse una decina) annidati a valle tra spessore di fronde nei ripieghi del terreno, concentrarono i loro tiri sulle nostre linee. Da per tutto la terra e la roccia erano squarciate, dilaniate, sconvolte dalla rabbia delle granate. Senza soste, da tutte le vie dell'aria
piombavano, con metallico ululato, terribili messaggeri di morte.
L'attacco non poteva essere più violento e più improvviso. Deve
esserne stata sorpresa anche la nostra artiglieria perché, con meraviglia e disperazione nostra, non si fece viva. Ci affidammo al nostro coraggio e a Dio. L'attacco delle fanterie si pronunciò verso le nove. Attaccarono in masse serrate.

Sotto il fuoco delle nostre mitragliatrici puntarono su Castel Dante;
inquadrati, mossero all'assalto ad un segnale di tromba.
La II Compagnia che difendeva li caposaldo fece strage dei nemici
e ributtò il primo attacco. Ma la linea nostra di difesa purtroppo non era continua. Erano stati lasciati scoperti dei tratti di due o trecento metri, confidando forse nelle asperità del terreno.
Gli austriaci seppero approfittarne per compiervi infiltrazioni e aggiramenti. Essi avevano preparato l'offensiva, con tedesca precisione. Ogni cannone aveva il suo obbiettivo da battere, ogni battaglione il suo settore da aggredire.
Quando gli effettivi di un reparto cadevano venivano quasi automaticamente rimpiazzati da altri che cercavano di guadagnar terreno. Così fu per tutta la mattina. A ondate, fra mugghiare di cannoni e sibilare di pallottole, sulle zone contrastate, rósse di sangue e ingombre di cadaveri, gli austriaci sostennero la battaglia abbarbicandosi ai pendii del caposaldo.

Verso le 10 furono messe fuori uso due sezioni mitragliatrici.
Una, la Maxim, appostata a Castel Dante fu fatta saltare da un 305
che uccise il Tenente Mario Zanchini e squassò le armi e i serventi.
L'altra la 2a Fiat, appostata a Case Bruciate fu pure distrutta. Né si
ebbe più notizia del Tenente Gioacchino Binetti che la comandava e
della maggior parte degli uomini. Intanto la IV Compagnia che era stata in riserva a Lizzana, diede due plotoni di rinforzo alla II e due all'VIII Compagnia che agiva sulla quota 418.
Lizzana fu fatta segno a violenti colpi di artiglieria che in parte
distrussero il paese ed in parte lo incendiarono. Una colonna densissima di fumo andò ad oscurare il sole che, attraverso quella corrusca nube, gettava su di noi un diffuso bagliore sanguigno.
La mia sezione in questa prima fase della battaglia fu risparmiata
dal nemico. Gli austriaci avevano scelto per il loro attacco di sfondamento la linea che più dappresso stringeva Rovereto e trovandomi io nelle trincee a sud-ovest di Lizzana, fiancheggiai l'azione difensiva dei nostri senza essere coinvolto nel vivo della mischia. Il Capitano Lorenzinì che aveva tre plotoni della Sua Compagnia (la I) sulla mia destra, mi telefonò verso mezzogiorno: « Notizia giunta in questo momento dice che gli Austriaci scendono verso Lizzana. Se ne informi e mi riferisca ». Riuscii a mettermi in comunicazione con il Comando del 1° Battaglione che mi rispose: «La notizia è infondata ». Respirai! Ma purtroppo, era vera! La nostra ala-destra, costituita dal terzo Battaglione, incominciava a ripiegare.
Alcuni soldati erano giunti effettivamente a Lizzana narrando che
gli austriaci avanzavano. Furono subito rimandati in linea, ma l'allarme era dato. Gli uomini addetti ai servizi nelle baracche di Lizzana furonoarmati e mandati a combattere. Mi piombarono in  trincea, sudati e arrangolati, anche i miei cucinieri che mi raccontarono come Lizzana bruciasse.

La sicurezza nostra cominciava ad essere compromessa. Mando un biglietto alla I Compagnia: « Rimango sulla mia posizione in
attesa di ordini. II nemico non ha ancora preso contatto con noi ».
Cera però una mitragliatrice austriaca, lontana e non individuata,
che aveva preso di mira le feritoie delle mie armi. Apersi il fuoco in
quella direzione pur non avendo alcun bersaglio visibile. Il Capitano
Lorenzini mi mandò a dire: « Il nemico non è in vista neppure da noi.
La mitragliatrice che si sente trovasi di fronte alla III Compagnia che
conserva tutte le posizioni: morale elevato». Anche la I Compagnia, infatti, dislocata sulla mia destra, non fu seriamente impegnata. Solo la III che presidiava un piccolo saliente fu presa tra due fuochi. Ma la violenza dell'urto si rovesciò soprattutto su Castel Dante. II Capitano Armani (della III) mi comunicò: «Vedo su Castel Dante una bandiera gialla. Temo che i nostri si siano già ritirati.
Ne è prova il tiro allungato dell'artiglieria. Interrotte le comunicazioni col Comando di Battaglione non arrivano ordini. Ne sai qualche
cosa? » Intuii la gravità della situazione. Mi feci forza ma non vorrei
mai più rivivere quei momenti di angoscia. Le sorti della battaglia volgevano contro di noi. Incominciava a cedere il centro sotto la pressione dì forze superiori. Contro il nostro Reggimento si era scagliata una intera divisione di Kaiser-jäger. Alle 14 potei telefonare al Comando di Battaglione: « Su Castel Dante vedesi una bandiera gialla. La I e la III Compagnia chiedono se i nostri si siano ritirati e attendono notizie».

Verso le 15 un porta ordine mi annunziò: « Giungono due battaglioni di rinforzo. Resistere a tutti i costi ». Preparai gli uomini, negli animi e nelle armi, alle estreme difese. Ma i rinforzi non vennero! Venne invece un fonogramma urgentissimo  Maggiore Mura: « Ore 15.30. Appena scuro la prima Compagnia sfilando per il camminamento parallelo alla fronte, si porterà su Costa Violina, passando per la Sezione Fiat e ritirando anche la Sezione».

Da quel momento la giornata poteva considerarsi perduta. Gli austriaci forti dei successi iniziali, raddoppiavano gli sforzi, non badando a perdite. In diversi fronti la linea fu rotta e alcuni nostri elementi rimasero accerchiati. Si ebbe ancora un guizzo di speranza.
Alle 16.20 mi fu rinnovato l'ordine di resistere. I miei soldati ne
furono in certo modo contenti perché a malincuore si disponevano ad abbandonare quelle trincee che ci erano costate tanta fatica e tanto amore. Né la ritirata offriva sicuro scampo.
Dovevamo ripiegare su Costa Violina formata da un dorso ferrigno di monte senza strade e senza ripari, obbiettivo preferito delle
artiglierie nemiche. Che cosa ne sarebbe stato di noi?
Tuttavia con serena fermezza i miei soldati appresero che alle 17,30
il Capitano Lorenzini, aveva iniziato il ripiegamento, dandomi il seguente ordine, per la protezione della ritirata: «Rimanere con le armi pronte nelle piazzole, con lo scaglione in linea preparato a tutte le resistenze. Se per numero gli austriaci soverchiassero spezzare le armi». Tutte le comunicazioni erano ormai interrotte. Ci sentimmo isolati. Ma verso le 18 giunse dal Comando di Battaglione una comunicazione urgentissima per la I e la III Compagnia e per la I Sezione Fiat: « Inizino il ripiegamento su Costa Violina, sfilando per il camminamento dalla I Compagnia a scaglioni di plotone incendiando le baracche e distruggendo tutto il materiale che non possono trasportare». Ogni speranza ormai era perduta.

Abbandoniamo le nostre posizioni! Faccio preparare il materiale da portar via. Tutto voglio portar con me: armi zaini cassette, perché nulla di ciò che è nostro resti al nemico.
Ma purtroppo ho dovuto abbandonare la mia cassetta d'ordinanza
con tutte le cose care che vi erano dentro. E' rimasta nella Casa cosidetta del dottore ove risiedeva il Comando della I Compagnia e non mi fu possibile di ricuperarla. Ne ebbi un acuto rimpianto.
Non per il valore in sé. Si trattava di piccole cose comuni: i miei
libri prediletti, una bottiglia di colonia, Una cucinetta da campo, un po' di biancheria, le lettere e fotografie dei familiari, tutte cose serbate con cura, accarezzate con amore che mi seguirono sempre in tutte le trincee: da S. Lucia di Tolmino a Castel Dante!
La perdita di quelle piccole cose accrebbe la malinconia di quella
giornata. Ma maggiori eventi premevano.

Col calar del crepuscolo Lizzana, in preda alle fiamme, mandava
rossi bagliori. Su quello sfondo apocalittico di distruzione e di morte
si iniziò la ritirata. Sfilammo per lo stradone fino alle case di Marco
e poi svoltammo a sinistra per il sentiero che sale a Costa Violina. I
soldati erano stanchi e tristi, portavano con fatica il duplice peso dello zaino e della cassetta di munizioni. Per fortuna incontrai una colonna di muli che percorreva la nostra stessa strada e caricai su di essi tutto il materiale. Misi così in salvo le armi, i treppiedi, i bidoni pieni d'acqua e le cassette munizioni: quanto bastava per entrare anche subito in azione.

Erano presenti tutti gli uomini meno il soldato Bernacchi rimasto
colpito da pallottola alla testa e che affidai ai porta-feriti. Mentre salivamo al Caposaldo ci raggiunsero per la strada i due battaglioni del 114° Fanteria che dovevano arrivare di rinforzo alle ore 15.
Mi spiegarono che il ritardo era dovuto al tiro di interdizione dell'artiglieria che aveva sbarrato loro il passo tra Serravalle e Lizzana. E' difficile giudicare le azioni altrui, specialmente in guerra. Ma rimase in noi la persuasione, che se, malgrado tutto, avessero eseguito gli ordini e fossero giunti in tempo a rafforzare le nostre posizioni, forse le sorti della giornata sarebbero state diverse.

Arrivammo a Costa Violina, verso la mezzanotte.
Il Caporale Crespi con l'ingenuità dei suoi vent'anni mi chiese:
Ora ci fermiamo sempre qui? Sì, caro se ci lasciano!

16-17 MAGGIO 1916
Stanotte i soldati hanno dormito poco e male. Si sono come abbattuti sul ciglio della strada con la testa appoggiata sugli zaini.
Verso le due fu fatta distribuzione di pane, vino e sacchetti a terra.
Qualche cosa c'era in aria. Venne infatti l'ordine di disporsi per la
battaglia. La I Compagnia rimase a presidio del Caposaldo; la III andò
ad occuparte le posizioni a sud-ovest tenendo il collegamento con la
prima, sulla sinistra e sulla destra, con due plotoni della quarta.- Il
resto della compagnia rimase di appoggio alle caverne dei 149 ove si
stabilì il Comando del Reggimento (Maggiore Spallicci).

La II Compagnia e la mia sezione costituirono la riserva.
A sud-est delle caverne, in direzione di Zugna Torta, presero posizione la VI e l'VIII compagnia con i residui della V e della VII.
Il massiccio dello Zugna rimase presidiato dai due battaglioni del
114° Fanteria. In questa formazione passammo la notte in attesa degli avvenimenti. Dal Finonchio le vampate del cannone rompevano a tratti l'oscurità.
Finché sorse l'alba, limpidissima. Nella caverna dei 149 vi erano
due pezzi di cui uno solo era in posizione di sparo. La mia sezione, che aveva il compito della difesa, si collocò di fianco sotto un'ala di roccia. Col sole, il cannone riprese da lontano il suo brontolio.
Poi si fece sempre più intenso fino ad investire tutta l'ampiezza
del nuovo fronte. Il Tenente Costa, comandante la batteria dei 149, mise in azione il pezzo già pronto per disturbare i movimenti del nemico a Rovereto e a Castel Dante. Le indicazioni per il tiro venivano trasmesse dall'osservatorio posto più in alto, dissimulato fra alberi e roccie, ove prestava servizio il Sottotenente del 9° Fortezza Damiano Chiesa. Per la conoscenza che aveva dei luoghi egli volle volontariamente assumersi quell'incarico. Assolveva il suo compito con semplicità e con serenità pur essendo consapevole dei pericoli cui poteva andare incontro.
Sapeva che il Comando Austriaco lo aveva dichiarato disertore e
Io sapevamo anche noi che tremavamo per lui. Ma fu vano ogni consiglio che lo stesso Tenente Costa gli diede di ritirarsi. Egli ormai aveva votato la sua vita alla redenzione della sua terra. La cattura e l'eroica morte ne consacrarono il sacrificio.
I colpi del 149 furono così precisi che determinarono da parte dell'artiglieria nemica una immediata e violenta reazione. Il Biaena e il Finonchio aggiustarono il tiro sulla nostra posizione. Una granata scoppiò all'imboccatura della caverna lanciandovi dentro schegge e pietre.Il Maggiore Spallicci aveva scaglionato le truppe su di un costone tatticamente utile, ma scoperto. Il bombardamento sorprese i soldati senza riparo. I colpi giunti a segno seminarono la morte fra di essi. Quelli ancora vivi furono trasportati entro la caverna che risuonò di grida e di lamenti di feriti. Era uno strazio a vederli e a udirli. Il dottore ed il cappellano accorsero per assisterli e confortarli.

Noi eravamo sulle nostre posizioni con l'animo sospeso. Ancora le fanterie nemiche non si erano mosse. Le sentinelle vigilanti dai posti di osservazione ne tenevano informato il Comando.
Chiesi al Maggiore Spallicci di mettere al riparo, nel frattempo, i
soldati maggiormente esposti. Me lo acconsentì per non creare delle vittime inutili. Così potei collocare in zona defilata anche la mia sezione. Le pattuglie inviate in perlustrazione segnalarono movimenti sulla strada imperiale. Il nemico si faceva sotto, per gli assalti decisivi. La martellante ostinazione dell'artiglieria ne era il preludio. Verso mezzogiorno arrivò dallo Zugna il Colonnello Cialdroni del 114° Fanteria che prese il Comando del settore. Le ore passarono tra timori e speranze fino a sera. Il Maggiore Spallicci mi mandò al Caposaldo dal Maggiore Mura per chiedergli dove meglio disporre la mia sezione. Egli mi ordinò di portarla sulla sua linea verso le ore 20. Intanto avvertiva il Colonnello che gli Austriaci, sul costone più basso di fronte a Costa Violina, stendevano fili di reticolati e facevano segnali con bandierine, presumibilmente per l'artiglieria. Di corsa andai a portare l'ordine. Per la strada trovai il Tenente Medico Dott. Gambuzzu da Cagliari che, arrancando nella salita, si recava pure lui alle caverne dei 149. Informai di tutto il Colonnello e verso le 20, con la sezione, ritornai al Caposaldo.

Il Maggiore Mura era un valoroso soldato. In quella notte non
ebbe tempo per dormire. Fermo e risoluto impartiva gli ordini per il
migliore impiego delle sue forze. Verso le 24 ci fu un allarme. Partì
qualche colpo di fucile e tanto bastò perché si accendesse su tutta la
linea un fuoco nutritissimo di fucileria. Ma più che un tiro di rendimento era una scarica di tensione, non essendo visibile il bersaglio, e presto cessò. Il Tenente Pansieri, mandato di ispezione, avvertì più tardi la presenza d'egli austriaci che, superati gli intimi ostacoli e infiltratisi attraverso i varchi aperti nei reticolati dall'artiglieria, davano la scalata al caposaldo.
Tutta la linea fu subito in allarme. Pansieri, con i suoi uomini, affrontò risolutamente i primi austriaci giunti sul sommo della trincea.
Nell'oscurità della notte la lotta si accese furibonda.
Qualche razzo illuminò sinistramente la mischia. Si misero in opera le bombe a mano, i fucili sgranarono tutti i loro colpi, le mitragliatrici dominarono ogni strepito col loro martellamento. Il Caposaldo di Costa Violina fu disegnato nei suoi contorni da un arco ininterrotto di fiamme. Pansieri si batté con coraggio al centro, Luchsinger a destra, col suo plotone. Prima dell'alba fu messo fuori combattimento. Anche Pansieri cadde ferito gravemente da una bomba a mano. Corsi a sollevarlo e a metterlo al riparo. Ma non poteva reggersi sulle gambe e nel trasportarlo soffriva tanto che lo affidai a due soldati perché lo assistessero e lo fasciassero. Il maggiore mi diede ordine di sostituirlo e di prendere il
comando dei superstiti. Percorsi la linea di fuoco per incuorarli. Ma' non ve n'era bisogno. Miravano fermi e sparavano incuranti del pericolo, che era una bellezza!
Affidai il comando della sezione al Maresciallo Albertini che la
spostò sulla sinistra, ad evitare aggiramenti. Sorse intanto il giorno ad illuminare il tremendo spettacolo della battaglia. Gli austriaci, con forze preponderanti, rinnovatesi nella notte, stringevano in una morsa di ferro la posizione. Passavano sui cadaveri dei loro compagni, affrontavano corpo a corpo i difensori, penetravano
nei vuoti prodotti dalla morte e procedevano gridando come indemoniati. Le nostre file diradate e sconvolte venivano in più punti sopraffatte dal numero. Anche le mie armi già surriscaldate per il continuo sparare, erano minacciate di accerchiamento.
Il maggiore, avendo chiesto inutilmente rinforzi, giudicò ormai
insostenibile la posizione. Ne mandò ad avvertire il Colonnello. 
Intanto ordinò alla mia sezione di ripiegare su posizioni più sicure
per mettere in salvo le armi. Io chiesi e ottenni di rimanere sulla linea
con lui. Presi il comando dei superstiti della I Compagnia e, con un
assalto alla baionetta, ributtai gli austriaci che incalzavano.
Giunsero intanto due plotoni della III Compagnia col Capitano
Armani e con i Sottotenenti Vitali e Falconi che. gettatisi animosamente nella mischia, riaccesero la resistenza.
Ora difettavano le munizioni. Il maggiore trovò due casse di cartucce che aprì con colpi di gravina e fece distribuire ai soldati.
Il fuoco diventò assordante, infernale da ambo le parti. I miei mitraglieri che sentirono la furia della battaglia, sapendo
che io ero rimasto sulla linea, ritornarono alla spicciolata al mio fianco armati di moschetto. Bravi soldati!
Con i superstiti della III Compagnia si lanciarono anch'essi di nuovo
all'assalto al grido di Savoia!

Quanti morti e quanti feriti! Ma ormai la linea era spezzata. Il nucleo dei difensori si assottigliava sempre più. La resistenza si frantumava in episodi isolati che attestavano il valore dei nostri uomini, ma non potevano più salvare la posizione. La sorte era segnata! Ad un tratto, sulla destra, dalla parte delle caverne dei 149, che furono occupate su di un costone che credevamo ancora in mano nostra gli austriaci piazzarono una mitragliatrice che ci investì di fianco con raffiche violente di fuoco. Eravamo ormai senza scampo. I pochi rimasti: tre soldati, il Maggiore Mura, il Gapitano Armani, il Sottotenente Falconi ed io ci asserragliammo in un elemento coperto di trincea decisi a tutto. La mitragliatrice nemica ne infilò di schiancio l'imboccatura. Sopra sentimmo lo scoppio di bombe, a mano.

Pensammo che fosse la fine. Il Maggiore disse: meglio morire che
restar prigionieri. In quel momento un austriaco si presentò sull'entrata della trincea gridando: Armi ja! Era una intimazione, di resa. Il maggiore, che era vicino all'imbocco, con uno scatto gli puntò la rivoltella. Il colpo partì fulmineo e l'austriaco cadde riverso.
Il maggiore rivolto a noi gridò; seguitemi! Con mossa felina saltò
fuori dalla trincea e tra l'infuriare dei colpi scomparve nella boscaglia.
Armani, Falconi ed io ne seguimmo l'esempio. Istintivamente ciascuno di noi prese direzioni diverse. Io infilai la stradetta che costeggiava il Caposaldo.
In un angolo trovai Pansieri, steso a terra con la gamba maciullata,
assistito da un soldato. Mi vide e mi disse: non farti prendere!
Lo salutai e via! Sentii il sibilo delle fucilate che mi inseguivano e
cercai riparo in un appostamento di dove mi fu possibile disperdermi
tra le rocce della dantesca ruina che precipita verso Marco.
Davanti al paese trovai un battaglione di bersaglieri in marcia, per
occupare le nuove posizioni di resistenza. Più in là raggiunsi i superstiti del mio battaglione. Ritrovai il Capitano Armani, illeso come me, Lorenzini ferito ad una spalla, Falconi ad un polpaccio. A sera ci recammo a S. Margherita ove il Reggimento doveva ricomporsi. Caro glorioso Reggimento!
Ecco il tragico bilancio di quei tre giorni : Uomini di truppa morti, feriti, dispersi n. 2.000 - Ufficiali 57. Grande il sacrificio ma non inutile!
2
Per la nostra resistenza gli austriaci subirono una battuta di arresto
che consentì al nostro Comando di ristabilire la nuova linea e di fermarli. La mia sezione mitragliatrici rimase decimata. Restarono sul
campo il Maresciallo Albertini, i soldati Ciprandi, Gonfalonieri, Massironi, Galliani, Sora, Colombo Enrico. I superstiti portarono in salvo le armi. Bravi ragazzi!

Come non ricordarli con ammirazione e con commozione!

II 18 maggio si riordinò e completò il Reggimento ad Avio con
formazioni di complemento. I rimasti dell'antico 207 ne costituirono il terzo battaglione che fu poi impiegato sulla nuova linea a Zugna Torta, a Cima Mezzana e a Passo di Buole, ove gli austriaci furono respinti definitivamente. A me fu affidato il comando della sezione mitragliatrice che era diventata la III. Con essa ritornai in linea.
E' terminata così la storia della I Sezione del 207° Fanteria.

Fine seconda parte.

Domenica, 25 aprile, ultima parte di "Pagine di Guerra" di Giorgio Bardanzellu.