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Accessibilità e infanzia: cosa non funziona al Parco Fausto Noce (e non solo)

Viaggio tra barriere, fossi e incuria

Accessibilità e infanzia: cosa non funziona al Parco Fausto Noce (e non solo)
Accessibilità e infanzia: cosa non funziona al Parco Fausto Noce (e non solo)
Camilla Pisani

Pubblicato il 14 gennaio 2021 alle 06:00

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Olbia. “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età”: così recita la Convenzione sui diritti dell’infanzia, e certamente questo è legge nel sentire comune della collettività.

Parrebbe quindi conseguenza ovvia, banale che la città stessa, nelle sue strutture e nella sua conformazione, risponda a questa esigenza, garantendo il diritto della parte più giovane della sua popolazione a fruire del tempo libero nel migliore dei modi: ma è davvero così?

Parlando di Olbia, la risposta potrebbe essere “”: la città, infatti, pur presentando caratteristiche di indubbia vivibilità, mantiene alcune problematiche piuttosto importanti in fatto di accessibilità e sicurezza.

Il cuore del verde pubblico è il parco Fausto Noce, diciotto ettari di terreno che di fatto costituiscono il polmone della città: vero e proprio fiore all’occhiello, paradiso per i bambini, con il suo laghetto abitato da tartarughe e anatre, la sua varietà botanica, la grande area giochi e i percorsi perimetrali per podisti e ciclisti, sembrerebbe essere la mecca dell’infante.

Ed in parte è davvero così: il parco offre, infatti, la possibilità di scorrazzare per svariati chilometri, in mezzo ad una rigogliosa vegetazione che fa da ombra e scenario alla fervida immaginazione dei bambini e offre ristoro agli affannati genitori.

Non è tutto oro quello che luccica, però: malgrado il grado di manutenzione si possa definire più o meno sufficiente (il prato viene innaffiato e rasato regolarmente, alberi e siepi potate con competenza, la grande fontana all’ingresso pulita), chi ha l’abitudine di frequentare il parco accompagnato da un bambino dagli uno ai cinque anni, si accorge presto dei mancati accorgimenti nei confronti di questi piccoli ospiti; in tutto il parco non è presente alcuna fontanella di acqua pubblica, che sarebbe utilissima sia per un rapido risciacquo delle mani post scorrazzata (e relativi capitomboli nel terreno) sia, soprattutto, per dissetarsi in modo plastic-free (particolare non trascurabile, nell’era del cambiamento climatico e delle tematiche legate alla sostenibilità).

Assente una toilette dedicata alla cura del bambino. Frequentissimi invece i dislivelli della pavimentazione, dovuti alle radici degli alberi più anziani, che affiorano ostinate, facendo lo sgambetto ai piedini più inesperti; molto pericolose, inoltre, le buche nel prato (dovute ora a sradicamenti, ora a smottamenti del terreno), non segnalate e mai risarcite, che in autunno si riempiono di foglie secche, diventando delle vere e proprie trappole da inciampo.

Troppo spesso, inoltre, si assiste ad un generale abbassamento del livello di pulizia: cartacce, bottiglie vuote, lattine, mozziconi di sigaretta, residui di bivacco e vario genere di rifiuti sono lasciati semplicemente per terra, a testimonianza inerte di un certo tipo di inciviltà.

Arrivando all’area giochi, fulcro dell’attrazione per i più piccini, la prima impressione è favorevole: le strutture sono tante e consentono la socialità e l’interazione tra i bambini.

Ad una seconda occhiata, più approfondita, salta all’occhio lo stato di complessivo abbandono delle strutture di gioco, come sottolinea una delle tante madri che popolano il parco: “sembra che la questione dello svago dei bimbi sia del tutto secondaria. L’area giochi andrebbe tenuta meglio, pulita e magari ampliata, perché è un diritto di ogni bambino poter giocare in sicurezza. C’è uno dei giochi che è stato chiuso e transennato da mesi, in attesa di un intervento di manutenzione che sembra non arrivare mai”.

Anche qui, infatti, ci sarebbe bisogno di piccoli ma cruciali accorgimenti, che cambierebbero il volto e la fruizione del parco stesso. A quasi 5 anni dal primo intervento in pompa magna presso l'area giochi da parte dell'amministrazione Nizzi (vedi foto di copertina), si può dire che qualcosa non ha funzionato a dovere per questo spazio (più unico che raro a Olbia) dedicato all'infanzia.

Prima di tirare le somme sull’area verde più grande della città, è bene però allargare lo sguardo e porsi una semplice quanto essenziale domanda: com’è raggiungere il parco, magari a piedi, magari con un passeggino (quando non con una sedia a rotelle)?

Ed è qui che cominciano i dolori: le vie che conducono a quel grande cuore verde che è il Fausto Noce si rivelano un climax di ostacoli per chi, armato di passeggino, si voglia avventurare a piedi.

Marciapiedi dissestati, marciapiedi interrotti da pali della luce, marciapiedi privi di passaggio disabili, e ancora nessun marciapiede. Passeggiare in compagnia di un due-treenne, fatta eccezione per alcune, risicatissime zone, è un tour ad ostacoli tra cordoli scalcagnati e buche in stile “bombardamento”, una sorta di Giochi senza Frontiere il cui premio è riuscire a tornare a casa col passeggino integro.

Ironia a parte, il problema della “camminabilità” pone importanti quesiti rispetto alla capacità della città di essere realmente inclusiva, nei confronti di bambini e non: quesiti che non andrebbero messi da parte in nome di un più o meno accettato status quo, ma che dovrebbero essere valorizzati e resi primari dalle amministrazioni.

Se è il cittadino l’attore principale della scena cittadina, impedirgli - di fatto - di attraversarla serenamente e in sicurezza è un fallimento, una nota di demerito da recuperare al più presto.

La mancata inclusività è sinonimo di discriminazione, e una barriera architettonica, che per un genitore col passeggino rappresenta semplicemente un fastidio momentaneo (per quanto legittimo e non trascurabile), per qualcun altro può significare l’esclusione sociale; il diritto al gioco è di tutti i bambini, e costringere i genitori a dover rimarcare la differenza con quelli disabili, subendo la difficoltà se non l’impossibilità ad accedere ai servizi pubblici dedicati all’infanzia, segna inevitabilmente un cambiamento del sentire sociale che non è degno di una città contemporanea e civile.

Solo la convivenza e l’interazione libera ed autonoma tra tutti i bambini permette di sviluppare l’empatia, la solidarietà ed una base di reale, concretissima inclusione sociale. Alle amministrazioni l’ardua sentenza: vuol essere Olbia una città a misura di bambino? Vuole promuovere l’inclusività, colmando le sue lacune?

 

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