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Olbia e l'ipotesi di un'architettura di genere: ecco cosa può cambiare

Architettura, è un affare da donne? La visione di Inés Abramián

Olbia e l'ipotesi di un'architettura di genere: ecco cosa può cambiare
Olbia e l'ipotesi di un'architettura di genere: ecco cosa può cambiare
Camilla Pisani

Pubblicato il 19 gennaio 2021 alle 06:00

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Olbia. La destrutturazione della cultura patriarcale e maschilista è una delle battaglie sociali più importanti del nostro secolo. Troppo spesso considerato un affare “da femmine”, di questo immenso calderone costituito da infinite sfumature tematiche, uno degli aspetti più caldi è certamente quello relativo alla parità di genere: parità innanzitutto nel lavoro, dove esistono ancora immensi divari per quanto riguarda le quote di laureate donne (parlando di professioni che necessitano il titolo accademico), i salari e il numero di professioniste chiamate a ricoprire ruoli di rilievo.

Per rendersi conto della situazione, ancora così fortemente sbilanciata, basta farsi un giro tra le statistiche ufficiali: professioniste, relatrici, organizzatrici, docenti risultano essere sempre in minor numero rispetto ai colleghi di sesso maschile. C’è un settore in particolare, in cui questo accade, e che vale la pena di analizzare: l’architettura.

Da sempre mestiere da uomini, anche nella cultura popolare ha sempre visto assurgere ad archistar esponenti di genere maschile, con poche eccezioni: ma da qualche anno si è notevolmente aperta la riflessione sulle differenze di visione tra generi, aprendo il dibattito sull’architettura di genere, quella fatta dalle donne, con tutte le implicazioni sociali che un tipo di progettazione al femminile può avere sugli spazi, pubblici e privati.

Interessante l’attività di associazioni di professioniste che, a livello nazionale ma anche locale, si stanno impegnando per portare alla luce la loro visione, arricchendo la narrazione storica divulgando le storie delle architette la cui opera è rimasta per decenni nell’ombra, recuperando in sostanza un ruolo spettante di diritto ma molto spesso insabbiato.

Inés Abramián, brillante architetta attiva ad Olbia, Membro del Consiglio Direttivo di A.I.D.I.A. Sardegna e co-fondatrice, commenta: “sono in contatto con alcuni gruppi di riflessione sul tema dell’architettura di genere, sia italiani che non. Oltre alla attività di libera professione a Olbia mi occupo del progetto MoMoWo e della 5a Biennale Internazionale di Restauro Architettonico ed Urbanistico. Per quanto riguarda l'attività per questioni di genere collaboro con il collettivo argentino Un Día Una Arquitecta, Rebel Architette di Bergamo,Prospettiva Donna, Soroptimist Gallura e Women in move. L’associazione argentina con cui collaboro ogni giorno pubblica sul suo blog biografie di architette; il mio contributo è pubblicare biografie in spagnolo di architetti donna italiane, arricchendo questo database. Questo è importante perché storicamente, gli archivi sono sempre stati scritti da uomini, dunque la storiografia ha occultato le storie di queste donne che sono esistite e hanno operato professionalmente anche in modo importante".

"In Italia, un altro gruppo importante è RebelArchitette, che intraprendono la lotta a partire dal linguaggio (architetta vs architetto), con cui collaboro cercando di portare questo messaggio in Sardegna. Un altro gruppo è quello nato durante una mostra- convegno presso il Politecnico di Torino, un’esposizione di lavori realizzati da architette, che ha aperto una finestra enorme a questo mondo di donne nella professione. Questo materiale è poi arrivato a Cagliari e quest’anno arriverà a Olbia, arricchito di lavori realizzati da colleghe sarde. Un gruppo di cui sono cofondatrice, con sede a Cagliari, è AIDIA, che fa moltissimo lavoro di promozione culturale, tramite percorsi scolastici, convegni, mostre”.

Oltre al problema dell’invisibilità storica che le architette hanno dovuto percorrere nel tempo, e su cui si sta facendo molto lavoro di ricostruzione, l’interrogativo lanciato da molti gruppi di riflessione è il seguente: si può realmente parlare di un’architettura di genere? L’architettura ha un genere? Qual è la discriminante tra battaglia socio-culturale e aspetto puramente tecnico?

“Se si parla di buona architettura, questa è certamente indipendente dal genere -  continua Abramián - non direi che quindi il punto centrale sia il femminismo. Piuttosto mi focalizzerei sulla differenza di visione; uomini e donne sono oggettivamente diversi, e questo fa sì che esista un modo differente di progettare. Tenendo conto del grado di percezione individuale nel modo di vedere una città e i suoi spazi, vanno risolte innanzitutto le questioni legate al gap salariale, alla difficoltà di affermarsi in un mondo prettamente maschile e tutte le questioni che le donne vivono nel mondo lavorativo”.

Parlando di visione, quella femminile è sicuramente molto legata all’aspetto della cura, del dettaglio orientato ad una vivibilità più inclusiva: non è un caso se le progettazioni a firma femminile prevedano una maggior percentuale di spazi verdi, una marcata impronta ecosostenibile e un’attenzione spiccata alle esigenze “speciali”.

Sulla scia di queste istanze, l’architetta Abramián esprime il suo punto di vista su Olbia: “è una città contemporanea fondata su una città storica. Archeologicamente infatti, Olbia ha un percorso di foro romano e quindi delle sovrapposizioni che determinano una stratigrafia importante, da tenere in conto. Per quanto riguarda della situazione territoriale, a mio avviso credo sia fondamentale che ci sia una visione d'insieme dei valori regionali, e che questi dovrebbero conformare una piattaforma sulla quale costruire le indicazioni che tengono in conto le specificità caratterizzanti per le singole località. E che poi, queste indicazioni siano ben dotate di sensibilità adeguata per introdurre parametri che rispondano non soltanto a questioni quantitative ma soprattutto qualitative, di cui tanto bisogno hanno i luoghi d'abitaree le città,intese queste ultime come organismi dinamici modellati in dialogo con la società che le abita, per dare le risposte di cui le comunità hanno bisogno. Quello che mi ha colpito è la mancanza di spazio verde, che si potrebbe colmare piano piano, pensando al verde come ad un’infrastruttura costante sul territorio. Il verde dà benefici ecologici, dà allegria, rende la conformazione dello spazio urbano migliore. Bisogna dare priorità al benessere degli usuari e dell'ambiente stesso. È necessario introdurre il verde come elemento infrastrutturale dei quartieri delle città e allo stessotempo tenere in conto del veicolo come elemento che forma parte della comunità ma che non per questo deve inghiottire spazi urbani preziosi. Bisogna pensare che si può crescere in verticalità se le azioni per una densificazione vengono calibrate ed equilibrate con proporzionate infrastrutture. Essendo una città sul mare, sarebbe a mio parere importante rendere l’acqua un collante e non una barriera. In questo senso, ottimi i lavori che si stanno facendo per ampliare il lungomare, grazie ai quali ci sarà un cambiamento molto positivo. Una cosa che andrebbe migliorata, magari con delle agevolazioni per i proprietari o con dei controlli specifici, è la mancanza di finiture dei fabbricati privati. Questo è relativo al modo in cui si presenta una città, e sicuramente restituisce un senso di abbandono generale, a livello percettivo".

"Importante è la questione degli spazi dedicati ai bambini; rispetto a trent’anni fa ne sono nati molti e questo è positivo, ma bisogna anche pensare alle madri che li portano. In questo senso, architettura di genere è la donna che si fa carico degli spazi urbani, e nella loro progettazione di sicuro ricorda degli aspetti legati alla fruibilità da parte di bambini, mamme, nonni”.

L’architettura, ad oggi, ha come obiettivo primario la vivibilità unita alla funzionalità: oggetto della progettazione, gli esseri umani con le loro esigenze, il loro modo di spostarsi e di comportarsi all’interno dello spazio.

“Si cerca di far vivere meglio gli esseri umani. È di questo che ci occupiamo, la preoccupazione odierna non è lasciare la firma ma aiutare a trovare la strada per risolvere i problemi strutturali delle comunità”, conclude Abramián.

Il contributo sociale sembra essere al centro del dibattito all’interno del mondo dell’architettura, e ancor più all’interno dell’architettura al femminile: la strada per decostruire i dogmi di un universo fortemente maschile e maschilista è ancora molto lunga, ma il fermento è massimo; le architette sono determinate a riprendere terreno, riacquisendo una voce forte e chiara, partecipando equamente ai tavoli di rilievo, pretendendo pari dignità e trattamento, rivendicando un femminile plurale che più che un simbolo è una rivoluzione.

Non tremate, ma collaborate, le streghe son tornate.