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Una notte sulla cima di Tavolara nel 1897, racconto di Arturo Baravelli

Una notte sulla cima di Tavolara nel 1897, racconto di Arturo Baravelli
Una notte sulla cima di Tavolara nel 1897, racconto di Arturo Baravelli
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 25 aprile 2016 alle 11:20

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Nato nel 1871 a Zola Predosa, presso Bologna, e trapiantatosi in Sardegna per lavorare nel catasto, il geometra Cav. Arturo Baravelli fu personaggio assai noto in città tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del secolo successivo. Fu membro del Comitato di agitazione che nel 1919 si batté per riportarelo scalo passeggerida Golfo Aranciad Olbia, allora chiamata ancora Terranova. Progettò diverse eleganti palazzine, ora vanto del centro storico. Grande appassionato di caccia, scrisse in età alquanto avanzata il libro "Cacce di Sardegna", dove racconta le sue straordinarie avventure con uno stile ricco e coinvolgente. Ma avremo modo di riparlare di questo personaggio singolare. Ora godiamoci questo suo racconto riportato dal citato volume, dove viene raccontata la sua scalata sulla vetta dell'isola di Tavolara per fare delle misurazioni geodetiche, settanta anni dopo Alberto La Marmora, e dove egli unirà, come suo solito, l'utile al dilettevole.
 
 
 
 
Aurora con Tavolara vista da Suiles (foto M. A. Amucano)
 

Una notte sulla cima di Tavolara

L'audace scalata fu decisa inquel lontano marzodel 1897, dopolunga e minuziosa preparazione. Raggiungere l' ultimo culmine del pauroso massiccio, a traverso le paretiscoscese del versante occidentale, non era impresa facile, tanto più per me chedovevo trascinare fin lassù il cariconon lieve deglistrumentigeodetici e dei materiali inerenti, oltre gli uomini di fatica, le cibarie, l'acqua, le coperte, i fucili.Una simile ascensione era stata compiuta settanta anni prima dal La Marmora,che aveva fissato sul piùaltovertice del Cannone, a quota 564, il basilare punto; ma della via da luiseguita non eranorimaste né tracce né notizie ed io dovetti valermi delleindicazionie dei consigli che mi fornirono i pochiabitantidell' isola, figli e nipoti del defunto re, alcunidei quali, alle volte, si eranoavventurati sulla imperviamontagna,alla caccia delle capre selvagge.II programma, compilato sulla scorta di questi preziosi suggerimenti, prevedeil ritorno in giornata, matuttele precauzioni sono prese per il caso di un pernottamento sul posto.La stagione sembra propizia e la giornata che ho scelto promette bene.
 
È unmattinovelato di lontane nebbie, senza sorrisi d azzurro, ma nell'aria c' è un sicuropresagio: iltepore mollefragrante dei primi aliti della primavera.Il mare intorno non ha un palpito e fumiga tenui vapori che si addensano e siadagiano, candidivelari, sull'acqua immota, indizio anche questo ditempobuono.Alle sette si parte, carichi di fardelli, nell'alpestreequipaggiamento di corde e piccozze escarpe di trecciadi canape,animosi e festanti come se si avesse in cuorel’arderedi una conquista. Ci accompagna, come auspicio, il caloroso salutodella regale famiglia, della quale siamoospiti e ci èguida sicura unfiglio del re, Gerolamo, quel poveroscemoche trascorre la vita a inseguire le belle capredai denti d'oro, su per gli infernali scoscendimentidella favolosa montagna.In alto la meta si perde nel pallido cielo, consfumature di sogno e lontananze chesembrano irraggiungibili. La prima tappa, pur col fiato grosso, è facilmentesuperata e dopo un breve riposo cidisponiamo all’assalto della gigantesca muraglia, con una prima cordata,lungo la quale ci arrampichiamo a catena,per compiereil difficilepassamano dei più pesanti fardelli.Il pazzo dirige le operazioni con la saggezza e lasicurezza del più prodigioso scalatorealpino, ma piùsi va in su e piùla montagna si fa ostile, quasi volesseraccoglierela sua misteriosa potenza nel supremo tentativo di respingere la profanazione. Di tanto in tanto uno scheggione si stacca, rovina,precipita nella voragine e lo schiantoriempie di fragore il silenzio e mette addosso brividi di terrore, comese tutta la rupe ne fosse travolta.
 
A poche diecine di metri dalla vetta, ci troviamosospesi nel vuoto, disperatamenteaggrappati alla rocciae allefuni, che Gerolamo, con paurosa audacia, valentamentee faticosamente assicurando, sempre più inalto,ad ogni asperità che incontra.Con la sua voce roca di deficiente egli ci guida,uno ad uno, e ci rincuora e ripetesenza mai stancarsil’ammonimentodi non guardare indietro.La visione dell' abisso che abbiamo lasciato di sottopotrebbe riuscire fatale.Poi anche l'ultima tenace resistenza è domata ela vergine cima, la meta da tantotempo agognata, èfinalmenteraggiunta.
Esausti dallo sforzo compiuto restiamo per un pococosì, in piedi, estatici, come presida un senso di delizioso abbandono, a contemplare il divino scenario, mentre legambe risentono ancora il tremito della vertiginee il cuore si apre a un largo respirodi soavità.Il mezzogiorno è passato da parecchio, ma il solenon è ancora riuscito a diradare lanebbia e albeggiadietro ilpallido velo, di una luce scialba, che piove discreta sulla terra, quasi aconciliarne il sopore.La corona dei colli e le vette lontane dei monti, riposano nel chiarore del cielo,velate di splendori diffusi, di morbide colorazioni digradanti, che a contemplarleè una malinconia struggente, una dolcezza nuova,ma che, tuttavia, non ostacolano le nostreosservazioni goniometriche.Dopo ripetuti e inutili tentativi, decido di rimandare a più tardi o a quandole condizioni di visibilitàsarannomigliorate e intanto approfitto della pausa perdedicarmi a quel numero del programmache contemplaun intermezzo dicaccia.

Essere arrivati fin quassù, nel favoloso regno dellecapre dai denti d’oro e non tentare unincontro coimisteriosi abitatordella montagna, sarebbe un imperdonabile colpa.Mando Gerolamo a esplorare certi inaccessibilirecessi che lui solo conosce, dove lecapre soglionorifugiarsi, masenza risultato.Ne vediamo ungruppetto di sei o sette, lontanissime, sull’alto di una roccia dentata,immobili, comese stessero invedetta, certamente sorprese dalla inconsueta apparizione di intrusi.Le osservo col cannocchiale e posso così ammirarleda vicino e godere dell' interessantespettacolo.Domina il gruppo un superbo caprone, dal vellolucente e dalle possenti cornariverse, che gli danno,in quell'atteggiamento, un aspetto di selvaggia fierezzae di sovrana imponenza. Arrampicato sull’ultimo dente, quasi eretto sullezampe posteriori, la ricca barbafluente, protende leorecchie inascolto e scruta e vigila, pronto all'allarmee allo scatto gagliardo.

Non v'è, anche a giudizio di Gerolamo, possibilitàalcuna di circoscriverle o diavvicinarle e perciò debbo accontentarmi di guardarle col cannocchiale.Più in qua, da un aspro vallone, salgono alcuni asinelli selvaggi che brucanofidenti tra le rocce e sembrano non essersi accorti della nostra presenza.

I miei compagni mi incitano, magnificando i pregi gastronomici delle carni di questi graziosiquadrupedi,arrosto prelibato, invista specialmente della ormai inevitabilepernottazione, ma la preda volgare non miallettae parto con Gerolamo alla ventura, in cerca dipiù nobile conquista. Alle prime mosse, capre e asinelli spariscono comeper incanto e la paurosa montagna, fin dove gli occhispaziano, ritornadesolatamente deserta. Seguo a stento il mio temerario compagno, chescivolada balza in balza, quasi sempre carponi, leggeroe sospettoso come un felino e si vaavanti così, faticosamente, a tratti, sospinti dalla grande passione e dallasperanza, la fedele alleata che nonabbandona mai ilcacciatore.Al termine dell' avventuroso percorso, dall’orlo diun dirupato compluvio, che sprofondanei fianchi delmonte, vediamoaltre due capre lontane che scendonoincurantiverso il fondo del botto e decidiamo senz’altrodi tentarne l' aggiramento; ma quandoraggiungiamo ilcostone chedomina i due versanti, anche queste sonoscomparse.C' è proprio da credere che questi misteriosi animali posseggano la diabolicafacoltà di presentire ilpericolo.L'insuccesso avvilisce Gerolamo che non sa dareipace e continua a masticare bestemmiee feroci propositi di rivincita.Sulla via del ritorno però ci attende la graditasorpresa, che ci ripaga di tutte leangustie.

Mentre ci affrettiamo a superare con lena un ultimo durissimo valico, che l'oraincalza, sull'estremo del ciglio appare improvvisa una magnifica capra, seguitadal figlio, un già maturo capretto che le va dietro di pochi passi.Spauriti dall'incontro inatteso, la madre balza fulminea al di là del crinalee scompare, ma il figlio nonfain tempo a raggiungerla e prima che riesca a dileguarsi lo mando a rotolare giùper il dirupo.L' arrivo al bivacco, dove gli uomini hanno giàacceso un gran fuoco di sterpi e diarbusti odoranti, èsalutato daalte grida di viva Maria e da cori di giubilo.Splendono a occidente, nel ciclo azzurro, le remotecime dei monti, accese dagli ultimiraggi del sole everde è laterra, ripulita dalla brezza di greco.In breve il capretto è spogliato della sua morbidaveste e con accorta premura impalatoagli spiedi diselvaggio ginepro,subito offerti alla carezza di un fuocolanguente,perché le carni si rassodino e s apprestinoaricevere il bacio ardente della fiamma vivace, chene completerà l aurea cottura.A Gerolamo, che le intime virtù di questo raroselvatico più di ogni altro conosce, èaffidato l’onoredi preparare laclassica rivea, la vivanda dal saporeessenziale,che trova sempre, in queste eccezionali sostedicaccia, la più clamorosa accoglienza. Intanto che dagli spiedi crogiolanti si sprigionanosoavi effusioni d'aroma, come daituriboli d’incensonella fraternaàgape cristiana, ferve all'intorno la preparazione del desco e quando le carnihanno preso ilbei coloredell'oro e stillano tenerezze che invitano,indiziosicuro di perfezione raggiunta, ci raccogliamointorno al focolare e alla luce dellafiamma, nellagrande notte celeste,ha inizio il singolare banchetto.Io non so se Alberto La Marmora abbia pernottato quassù, ai piedi di questo suoardito segnale trigonometrico, ma è certo che nessun altro ebbe il vantodell' audace e originale avventura.Per domani, nel divino risveglio del mattino diprimavera, ci è serbata la incomparabileletizia di contemplare il miracolo dell' aurora dalla vetta di un’alpesospesa nel cielo, sulla immensità delmare.
 
A. BARAVELLI, Cacce di Sardegna, Firenze 1942, pp. 141ss.
(eccettuate le prime due, tutte le immagini sono state tratte dal web)