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Quel 3 dicembre 1922, l’assalto fascista alla Terranova democratica

Villaggio di Natale Golfo Aranci 2019

Olbia, 3 dicembre 2019- Una data che non andrebbe mai dimenticata nella memoria olbiese è il 3 dicembre 1922. Il giorno, cioè, che una spedizione di fascisti provenienti dal continente sbarcarono a Terranova per punire l’opposizione democratica con l’olio di ricino.

Abbiamo svariati documenti per capire veramente cosa accadde. Tre, in particolare. Il primo è il rapporto sugli incidenti del coraggioso prefetto di Sassari al Ministro dell’Interno Mussolini.

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Il secondo è un ampio resoconto del sardista Emilio Lussu nel suo libro “Marcia su Roma e dintorni”. Il terzo è la parte finale dell’intervento del senatore Girolamo Sotgiu al Convegno internazionale di Studi del 12 maggio 1994, pubblicato a cura di Eugenia Tognotti.

Il rapporto del prefetto è asettico, in perfetto stile burocratico, ma non fa sconti a nessuno. Apre affermando senza mezzi termini che la spedizione fascista proveniva dal continente ma che era stata chiamata dai notabili locali. Il prefetto fa nomi e cognomi che noi, in ossequio al diritto all’oblio, riteniamo di non riportare.

Costoro, peraltro, provenivano dalle file liberali o cattoliche conservatrici e, dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922), erano subito saltati sul carro del vincitore. Tanto che – come diligentemente riportato nel rapporto della prefettura – spesso l’individuazione dei concittadini da “purgare” era avvenuta più per motivi personali che politici.

Emilio Lussu, non presente sul posto, apre il capitolo dedicato alla vicenda precisando che, all’epoca, la popolazione di Terranova era antifascista, tranne poche famiglie di commercianti. Girolamo Sotgiu estende tale considerazione a tutta la Sardegna. Ad Olbia, però, in particolare, secondo il senatore. Non a caso la violenta spedizione fu possibile solamente ad avvenuta presa del potere del fascismo.

In effetti, tra il 1906 e il 1910, Terranova ebbe un’amministrazione socialista, guidata da Antonio Sotgiu, padre di Girolamo. Nell’immediato dopoguerra, forti furono le lotte sindacali, soprattutto dei portuali, guidati da Alessandro Nanni anch’egli socialista e futuro sindaco. La questione portuale, per Terranova, fu cavallo di battaglia del deputato radicale gallurese Giacomo Pala. Lo stesso Alessandro Nanni si battè per l’ammodernamento dello scalo marittimo e, soprattutto, per riportarvi l’approdo del piroscafo postale che era stato spostato a Golfo Aranci nel 1883.

Nanni era stato l’anima di un comitato di agitazione “trasversale” con il dottor Agostino Amucano, il farmacista Cesare Giorgini, il maestro Giovanni Sotgiu (fratello di Antonio) e lo spedizioniere Stefano Linaldeddu.

La folla inferocita era giunta a sradicare un tratto dei binari della ferrovia proveniente da Golfo Aranci per boicottarne l’approdo. Sinché, dopo una trionfale manifestazione in Piazza Regina Margherita, si giunse al risultato desiderato, con l’arrivo del primo piroscafo di linea, il 29 gennaio 1920.

Sono quindi i fatti stessi a indicare che, come sostenuto da Lussu e dal senatore Sotgiu, le masse lavoratrici olbiesi ma anche le categorie professionali, cioè la stragrande maggioranza dei cittadini, erano totalmente estranee al fascismo.

Dopo la marcia su Roma, i notabili terranovesi si misero in contatto con i fascisti di Civitavecchia e fu organizzata la spedizione punitiva per riportare l’ordine con la violenza. Il 3 dicembre 1922, 118 squadristi armati, sbarcarono dal piroscafo “Tocra” per malmenare e “purgare” con l’olio di ricino i militanti socialisti e democratici. Ricostruiamo gli avvenimenti sulla base del rapporto prefettizio, integrato dalle considerazioni di Lussu e Girolamo Sotgiu.

Essendo dicembre, il piroscafo attraccò che non era ancora l’alba. In porto, i continentali trovarono ad accoglierli i fascisti locali. Secondo Lussu costoro avevano provveduto a preavvertire anche la guardia regia e i carabinieri che non uscirono dalle caserme mentre, per le strade, cominciarono a crepitare le mitragliatrici. Il grosso degli squadristi fu subito guidato dai locali alla Camera del Lavoro, dove aveva sede l’ufficio dell’ex sindaco, l’avvocato Antonio Sotgiu. Qui l’edificio fu messo a soqquadro e una cartella di pelle  dell’avvocato, contenente documenti fu alzata come trofeo. A questo punto, il grosso della spedizione si divise.

Un primo gruppo si recò proprio a casa dell’ex sindaco. Sotgiu era sveglio e, dalla finestra, si mise ad insultare i fascisti che gli chiedevano di aprire.

Indispettiti, gli squadristi sfondarono la porta di casa a calci,  lo sequestrarono e lo condussero con la forza alla casa del fascio. Ivi, data la sua importanza, gli venne somministrata una doppia razione di olio di ricino. Fu sequestrato e purgato anche il nipote Pasquale Sotgiu che era accorso in sua difesa.

Un secondo gruppo si recò al porto vecchio. Qui trovarono i portuali al lavoro, ancorché fosse domenica, diretti dal socialista Mario Cervo, nonno del musicologo a cui sarà dedicato l’archivio olbiese di musica sarda.

Lo aggredirono e lo bastonarono, infine lo purgarono con l’olio di ricino. Al porto, probabilmente fu catturato anche Alessandro Nanni. Per sua fortuna, sembra che uno degli squadristi di Civitavecchia lo conoscesse, essendo stato suo compagno di lotte sindacali. Ritenendolo soltanto un predicatore evangelico – attività che Nanni aveva effettivamente svolto in passato – avrebbe convinto i “camerati” a rilasciarlo.

Un terzo gruppo si diresse verso la farmacia Tamponi, in Corso Umberto I. Qui schiaffeggiarono e malmenarono un dipendente, tale Atzara, trovato in possesso di tre bandiere rosse.

Gli squadristi cercavano il medico repubblicano Achille Bardanzellu che abitava nella stessa palazzina. Furono distolti  dalla sorella del medico, Lillina, che si presentò loro armata di pistola.

 

Altre due squadre, sempre guidate dai fascisti locali, si recarono in casa del presidente dell’Associazione Combattenti, senza trovarlo. Queste squadre, allora, si diressero dal veterinario dottor Police. In casa c’era solo la moglie del medico (Lussu riporta la madre) che non voleva aprir loro. Il rapporto del prefetto è preciso su ciò che avvenne. I fascisti ruppero i vetri della porta vetrata dell’abitazione e riuscirono ad aprire. Quindi si misero a rovistare i mobili perché qualcuno aveva detto loro che avrebbero trovato la bandiera sardista dei quattro mori. La donna, terrorizzata, perse i sensi e cadde svenuta sul divano.

Il dottor Police sopraggiunse più tardi, avvertito dell’accaduto da alcuni conoscenti. Il veterinario produsse la tessera del partito Nazionalista, alleato in parlamento a quello fascista, dimostrando di non far parte delle opposizioni di sinistra. Tale circostanza fa riportare al prefetto che, in realtà, gran parte delle individuazioni degli oppositori effettuate dai fascisti non furono dovute a motivi politici ma ad inimicizie personali.

Per quanto riguarda il dottor Police, fa addirittura nome e cognome dell’accusatore e i motivi per cui avrebbe voluto che il veterinario fosse punito.

Fatto sta che, dopo aver sequestrato altri cittadini, le squadre fasciste si riunirono in Piazza Regina Margherita per la cerimonia della “purga” collettiva. Vi condussero a forza circa una trentina di oppositori svegliati di soprassalto. Fu allestito un palco improvvisato e, ad uno ad uno, sotto un rullo di tamburi, furono costretti a ingerire l’olio di ricino.

Solo un contadino riuscì ad evitare la “purga” ma solo perché, avendo insultato il capo del manipolo, fu abbattuto da un colpo di manganello sferratogli da un energumeno e cadde tramortito.

Dopo la cerimonia collettiva, l’avvocato Antonio Sotgiu fu invitato a proferire un discorso in favore di Mussolini. Sorpreso alle prime luci dell’alba, era stato condotto in piazza seminudo, pur essendo malaticcio.  

L’ex sindaco non cedette e fu colpito da due colpi di manganello. A questo punto le due figlie adolescenti dell’avvocato salirono sul tavolaccio per abbracciarlo singhiozzando: «Non uccidete il babbo!».

Allora, più per amore per le figlie, che di sua volontà, Sotgiu, espresse alcuni smozzicati concetti. Secondo il figlio Girolamo, concluse con le parole: «Viva l’Italia, ma le idee non si cacano!» A questo punto, Lussu riporta che l’ex sindaco si piegò in due e cadde svenuto, tanto che inizialmente fu creduto morto. Infine fu riportato a casa in barella.

La cerimonia terminò con la liberazione dei catturati e il ritorno al porto di sbarco del reparto incolonnato, al canto di “Giovinezza!”.

La vicenda ebbe anche un seguito.

Il 24 dicembre, il repubblicano Achille Bardanzellu che era riuscito a evitare la purga nella spedizione di tre settimane prima, si stava recando alla stazione a ricevere il fidanzato della sorella, a Terranova per la festa natalizia. Fu catturato dai fascisti locali, condotto alla Casa del fascio e  costretto anch’egli a ingerire l’olio di ricino.

Poiché solo pochi conoscenti sapevano del motivo per cui era uscito di casa, è assolutamente probabile che, a tradirlo, sia stato qualche parente o affine che non condivideva le sue idee politiche. Non si può escludere che fosse qualcuno già citato nel rapporto prefettizio.

©Federico Bardanzellu

 

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