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Cronaca Olbia

Olbia, Luigi Antolini: un dirigente con la porta sempre aperta

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Olbia, 24 agosto 2019- Il professor Luigi Antolini è dirigente scolastico del liceo Mossa dal 2007. Quasi sessantenne, originario del Campidano, il preside Antolini vive a Olbia dal 1968.

Nel 1986 comincia come insegnante di francese a Cagliari, per amore l’anno seguente torna a Olbia e prosegue come professore nell’istituto Panedda. In seguito, comincerà la sua carriera come vice preside al Deffenu, a fianco di quello che per lui è un mentore, il Prof. De Luca.

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Dopo quell’esperienza da cui è stato segnato, partecipa al concorso per dirigenti scolastici e diventa dirigente del PES di Tempio, dove tuttavia resterà per appena 20 giorni. Nel giro di poco, grazie a una serie di circostanze belle e fortunate, (dove prof. Antolini ritiene che il prof. Fabiani ci abbia messo del suo) si “liberò” il ruolo come dirigente dell’istituto in cui conseguì la maturità: il liceo Mossa. Così, torna nuovamente a Olbia prendendo il posto di un altro suo grande mentore, il Prof. Fabiani.

Siamo andati a trovarlo, nella sua scuola piena di colori e riconoscimenti d’ogni tipo per sentire la sua storia, più che decennale, come dirigente scolastico.

C’è un particolare ostacolo che ha dovuto affrontare all’inizio della sua carriera come dirigente?

Ostacoli ce ne sono tanti, perché è talmente complessa la gestione della scuola che gli ostacoli sono quotidiani. Questi possono tramutarsi in problemi da risolvere, se si ha un minimo di esperienza, competenza e un minimo di atteggiamento di flessibilità. Bisogna essere pronti a combattere l’incertezza, perché la complessità di questo lavoro ne crea continuamente.

Io però credo di aver avuto un vantaggio. Quei 10 anni al fianco del Prof. De Luca mi hanno preparato molto, maneggiavo già moltissime cose di questo ruolo come vice.

Contrattazione con i sindacati, bilancio della scuola, l’organizzazione dell’istituto… quando sono arrivato qui erano tutte cose con cui avevo già avuto a che fare.

I miei primi anni al Mossa sono stati supportati anche e soprattutto dal fatto di avere come vice il collega Gianluca Corda.

Riguardo questo istituto, negli ultimi anni si parla di un problema di sovraffollamento. Come state cercando di affrontarlo?

La provincia che è titolata per legge a occuparsi dell’edilizia scolastica, dopo varie ricerche ha reperito uno spazio, che è quello del Delta Center, (l’unico che ha partecipato all’ultimo avviso), dove dovrebbe nascere una nuova succursale della scuola con circa 12 aule.

Questa scuola è stata pensata per massimo 700 alunni, compresa la cosiddetta “nuova”. Per l’anno prossimo le stime sono di circa 900/940 alunni. Se a questi aggiungiamo il personale docente e non, significa che qui dovrebbero esserci ogni giorno circa 1000 persone, un paese.

Noi non abbiamo abbastanza aule per una presenza così vasta. Quindi, non solo a noi mancano 4 aule, ma ci sono anche aule di fortuna che, siamo tutti d’accordo, dovrebbero essere dismesse il prima possibile.

Non possiamo continuare a sacrificarci a oltranza su aule, che francamente non è che siano molto adeguate. Perciò, chiedere una succursale di 10/12 aule significherebbe ripristinare una situazione più adeguata a questa sede, e al contempo anche nella succursale.

Tuttavia, all’avvio di questo anno scolastico non avremo ancora queste aule. Mi risulta che abbiano concluso tutta la parte negoziale in questi giorni. L’imprenditore del Delta Center sta cominciando a costruire le aule, perciò ci vorrà del tempo prima che queste siano pronte.

In attesa della nuova succursale il dirigente Corda, all’agraria, ha messo a disposizione 3 aule. In questo modo riusciremo a gestire tutta questa situazione al mattino, senza doppi turni. Mentre, per l’aula restante occuperemo un altro laboratorio di questa sede.

Ha in mente qualche “aggiornamento” per il Mossa, edilizio e non?

Da diversi anni le scuole devono portare avanti dei processi di autovalutazione e miglioramento. Per cui la scuola riflette su se stessa al fine di migliorare.

C’è un nodo fondamentale che lega tutte le scuole. Esso riguarda la didattica, il curricolo, (inteso come l’insieme di tutte le cose che facciamo a scuola), e la valutazione. La parola magica è: “Le Competenze”.

Quindi una scuola che lavora non solo per far acquisire le conoscenze che restano inerti, ma fa sviluppare nei ragazzi attitudini e capacità attraverso le quali applicano quelle conoscenze in situazioni problematiche anche reali.

Si parla di competenze disciplinari, come possono essere le capacità per affrontare un colloquio in lingua straniera. E di competenze trasversali, di cui si parla tanto. Qualcuno le chiama soft skills, altri competenze chiave che l’Europa ha sancito, e possono essere per esempio le competenze di cittadinanza…

Le università negli ultimi anni  notano che hanno più probabilità di riuscita nel percorso formativo, se oltre ad avere delle solide conoscenze, i ragazzi sanno comunicare, se padroneggiano in termini critici i dispositivi digitali, se sanno lavorare in gruppo, se sanno gestire il problem solving, se conoscono una lingua straniera.

Tornando alla domanda iniziale, la scuola deve aprire una riflessione su questo problema. Perché non sempre, coi suoi modelli didattici, va verso le competenze.

La didattica dovrebbe essere più diversificata, anche con un momento frontale, ma ci deve essere il lavoro di gruppo, la ricerca, il dibattito, ovvero tutti quei sistemi atti ad accrescere le famose competenze.

Quindi, la scuola deve iniziare a capire e a formarsi come corpo docente sotto questo punto di vista. Concludo dicendo che questa cosa è ancora più urgente per via del nuovo esame di stato.

Parlando proprio delle nuove modalità dell’esame, cosa ne pensa?

Una criticità c’è stata nel metodo, e questa è colpa del ministero, perché non puoi far partire una riforma così importante in corso d’opera, cioè durante l’anno scolastico.

Questo ha creato ansia, a volte anche panico, fretta.  Il mondo della scuola, quindi un po’ tutti, ha fatto fatica a capire dove doveva andare a parare. A volte interpretando alcune cose anche in maniera sbagliata.

Detto questo, l’esame contiene degli spunti importanti e interessanti. Esso è stato concepito finalmente per verificare il “profilo educativo, culturale e professionale dello studente al termine dei suoi 5 anni”, che non è la somma delle sue conoscenze. Se si va a vedere il profilo, cioè il cosiddetto “PECUP”, si trovano le famose competenze.

Nel migliore dei casi ci sono ragazzi bravi che vanno bene. Tuttavia, quest’anno a Sassari ho assistito ad alcune situazioni, e questo è accaduto un po’ in tutte le scuole, dove i percorsi cittadinanza e costituzione sono stati ridotti ai minimi termini, e dove dell'”alternanza” sembrava non fosse rimasto niente.

Secondo me bisogna lavorare bene per fare tutto, allora sì che l’esame può funzionare.

 Parlando di Diritto, è una materia che si protrae per tutti e cinque gli anni o è presente solo nel biennio?

In quest’istituto la materia Diritto è presente nel biennio delle Scienze umane, poi è stata aggiunta come sperimentazione in un biennio dello Scientifico.

Grazie soprattutto ai docenti, per noi sono stati fondamentali i percorsi di cittadinanza e costituzione, che nel nostro istituto si svolgono da diversi anni. Sia in termini curricolari, perché in particolar modo nelle 4^ e nelle 5^, negli ultimi anni siamo riusciti a effettuare delle lezioni sulle tematiche riguardanti la costituzione, piuttosto che sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ecc…

Accanto a questo progetto, abbiamo anche fatto delle esperienze. Ricordo quella fatta l’anno scorso nei campi di concentramento, con tutto il percorso preparatorio al seguito. Due anni fa siamo stati alla marcia della pace a Perugia. Tutte iniziative che grazie a Dio facciamo in collaborazione anche con le altre scuole.

A me piace tantissimo quest’idea che il liceo scientifico, collabori con gli studenti degli altri istituti, proprio per superare certi luoghi comuni, di cui tra l’altro ha parlato anche il collega Corda.

Non ci sono studenti di serie A e di serie B, questa sorta di graduatoria folle che purtroppo ancora esiste come stereotipo. Questi progetti nascono anche per smentire queste dicerie.

L’alternanza scuola lavoro come è vissuta nella sua scuola?

Male. Soprattutto per i licei è stato un problema, a differenza degli istituti professionali e tecnici. Questo perché il percorso di studi di un liceo non è orientato direttamente all’inserimento nel mondo del lavoro, ma al proseguimento degli studi all’università.

Tuttavia ritengo che, l’alternanza vista con un metodo di lavoro e se fatta bene può aiutare quelle famose competenze trasversali. A volte persino quelle disciplinari e di liceo. Se per esempio, io in alternanza riesco a esercitarmi e a migliorare il mio inglese, sto facendo bene l’alternanza e miglioro le mie capacità comunicative in lingua straniera.

Il problema è stato principalmente quello di trovare contesti dove si potesse avere un minimo di compatibilità, e quindi evitando di far vivere allo studente l’esperienza di alternanza lavoro come un “corpo estraneo”.

Ci sono stati anche dei risultati positivi, come nell’impresa formativa simulata o nel corso delle scienze umane, dove gli studenti hanno trovato maggiore attinenza con il loro percorso di studi.

 La vera sfida dell’alternanza è, da parte di noi docenti, riuscire a trovare progetti che siano vincenti. Altrimenti essa viene vissuta, scusate l’espressione, come una “rottura”.

 Bisogna migliorare la progettualità, cioè i consigli di classe devono essere così abili, competenti e capaci di formulare progetti che vadano in quella direzione.

Parlando del suo ruolo da dirigente, cosa crede di aver imparato/acquisito da questo lavoro?

Questo ruolo è cambiato molto. Prima il preside era semplicemente un coordinatore didattico/educativo della scuola, la cosiddetta: “leadership educativa” che per me è fondamentale. Con l’autonomia, la dirigenza ecc… poi c’è l’altro versante, che senza grandi pretese considero “manageriale”.

Che racchiude tutte quelle cose che riguardano la gestione, l’organizzazione, l’amministrazione. A volte anche cose non molto simpatiche.

Secondo me la didattica, e quindi il rapporto con gli studenti e i docenti, è fondamentale. Questo è fondamentalmente un lavoro di comunicazione e relazione.

È facile chiudersi in presidenza dicendo di essere occupato. Tu devi sentire le persone che lavorano con te, anche i docenti ma soprattutto gli studenti. Questa porta è sempre aperta.

Perché è sempre aperta? Perché la gente deve percepire che c’è qualcuno qui disponibile all’ascolto.  Non perché io abbia la verità in tasca, ma perchè chi ha bisogno abbia la tranquillità che  insieme si possono trovare soluzioni a problemi o affrontare situazioni. Non sempre ci sono i problemi.

Secondo me la componente principale è questa. Poi è chiaro, ci sono competenze che una persona acquisisce col tempo. Ci vuole un po’ di equilibrio.

Il problema attuale secondo me è la mancanza di figure intermedie. Tutte le persone che collaborano in dirigenza insegnano, io ci son passato quando ero vice preside. Per me l’insegnamento è sacro, io non posso togliere tante energie al docente e all’insegnamento per fargli fare le cose della presidenza.

Al contrario, cosa pensa di aver portato di suo a questo ruolo?

Di mio, come persona, credo la relazione.

Relazione intesa a tutto tondo, quindi la disponibilità ad ascoltare, a dare e ricevere qualche consiglio. A ricevere delle critiche se costruttive e la consapevolezza che decidere da solo, nel migliore dei casi è un miraggio, nel peggiore è una follia.

Io credo molto nel capitale sociale, nel lavoro di gruppo.

Cosa significa per lei essere dirigente?

È un lavoro che ti assorbe tantissimo, è un bel lavoro, non mi lamento.

Io per carattere non sono molto lamentoso, questa è una stagione dove ci si lamenta di tutto. È un lavoro molto impegnativo, che spesso genera stress, a volte ti crea preoccupazioni, qualche volta delusioni, qualche volta rabbia. Però fondamentalmente c’è sempre quell’energia per dire: “Tutto sommato è appassionante”, perché vedi anche delle cose molto positive.

Quest’anno qual è stato l’elemento più positivo?

Come dirigente l’esperienza fatta in Austria è una di quelle. Per tantissime ragioni. Al di là di tutto per il contenuto dell’esperienza, che abbiamo condiviso tutti. Ma soprattutto per come si è svolta, tornando al discorso della collaborazione e dell’amicizia, fra scuole, fra colleghi e professori.

Quella è stata un’esperienza utile e importante, che dovrebbe avere una ricaduta anche sulla scuola in generale.

Questa è quella che ricordo di più quest’anno, ma ce ne sarebbero tante altre, come ci sarebbero tante altre situazioni di “criticità”.

L’organizzazione è uno strumento per affrontare i problemi. Il bello di questo lavoro è quando ti misuri con queste complessità.

Sempre in qualche modo legato alla scuola, questo Luglio lei ha partecipato a “Olbia Sotto le Stelle”. Il dibattito della serata era: “L’impegnativo rapporto tra scuola, giovane e famiglia”. Può raccontarci qualcosa di quella serata? Cosa si è portato a casa da quel dibattito?

È stata una chiacchierata fra “amici”, tra l’altro in un posto bellissimo. San Ponziano che è stata ristrutturata, situata in cima a Poltu Quadu in un punto da dove domina tutto il golfo. Ero sul sagrato della chiesa e avevo davanti a me un panorama meraviglioso e la gente davanti.

Mi è stato chiesto da Don Valerio, che ringrazio, di parlare di questo problema complesso.

Ho cercato, sulla base della mia esperienza, di dare spunti di riflessione e criticità. Partendo dal presupposto che il rapporto scuola-famiglia è strategico per garantire o meno il successo scolastico dello studente. Se scuola e famiglia parlano lo stesso linguaggio, condividono gli stessi obbiettivi e i ruoli, allora è possibile creare le condizioni migliori perché lo studente arrivi dove deve arrivare.

Sappiamo bene che il rapporto scuola-famiglia negli ultimi anni è diventato sempre più problematico. Quella sera non ho parlato dei ragazzi. Era troppo facile parlare di loro. Io non credo a questo luogo comune che i giovani si comportano male, non hanno voglia di studiare, sono scorretti, maleducati.

Ho parlato invece della responsabilità di noi adulti, famiglia e scuola, nel gestire l’educazione e la crescita dei ragazzi. Ma soprattutto nel condividere alcune cose fondamentali. Non sempre funziona, ma a volte un po’ per limiti della scuola, ma spesso, lo devo dire, per famiglie che adottano nei confronti della scuola un approccio sindacale e conflittuale.

A un certo punto ho detto una frase non mia. L’hanno usata il filosofo prof. Galimberti e lo psicoterapeuta prof. Crepet, ovvero: “I genitori devono smettere di essere i sindacalisti dei propri figli”.

Se mai le capiterà di cambiare istituto o quando smetterà di fare questo lavoro, cosa le mancherà del liceo Mossa?

Faccio due premesse. Intanto, io quest’anno compio sessant’anni anni, quindi ho due prospettive: la famosa quota 100 fra 2 anni, che dovrò valutare. Oppure andarmene dopo qualche anno in più, quindi massimo a 65 anni, credo… spero. Con la cosiddetta: “Fornero”.

Quando io sono entrato in ruolo come dirigente, memore dei miei 10 anni al Deffenu, e del fatto che Prof. De Luca aveva gestito quella scuola per 20 anni, mi sono sempre detto: “È giusto che un dirigente non stia tutta la sua vita nella stessa scuola”.

Dopo un ciclo, che secondo me deve essere di almeno 6/9 anni, sarebbe meglio cambiare. Sia per il dirigente che per la scuola che trova nuova linfa. Io mi sono auto smentito. I nostri contratti sono triennali, ho finito i 9 anni e mi sono detto: “Che faccio? Vado via?” mi sono risposto di no e ho rinnovato il contratto.

Sono arrivati questi 12 e adesso mi è stato rinnovato per altri 3. Ora, dico molto chiaramente, se mi mancano 2/4 anni, non credo di avere più la voglia o la motivazione  per cambiare e riprendere da zero. Perché inizio a essere anziano.

Poi c’è l’altro aspetto, che è ambivalente, quasi agrodolce, cioè che io mi sono affezionato a questa scuola, altrimenti non sarei rimasto qui per più di 12 anni. Affezionato non è inteso come l’essere legati ai muri, anche se in un certo senso avviene anche quello.

Ti affezioni alle persone, al contesto, ai ragazzi, ai professori. Spero che sia reciproca, altrimenti mi avrebbero cacciato via. Certo, le discussioni ci sono e meno male. Chiedo sempre ai miei collaboratori di essere leali e non fedeli.

Avere lealtà significa dire: “Ehi preside, guarda che stai sbagliando, magari devi fare così”.

Tornando al discorso, mi sono molto affezionato. Questo però può essere anche un limite, perché rischi di perdere alcune coordinate. Rischi, volendosi bene, di non affrontare alcune cose col piglio giusto. Con alcuni problemi forse dovrei essere forse più determinato e diligente.

 Da un lato, ormai, chi me lo fare a spostarmi? Perché grazie a Dio qua, credo, tutto sommato di trovarmi bene e che tutti si trovino bene con me. Dall’altro c’è questo rischio. Secondo me i docenti avrebbero bisogno di una novità.

Io ogni anno cerco sempre di rilanciare innovazioni, quest’anno sicuramente il discorso sull’esame sarà il primo ragionamento da impostare con i colleghi. Però la spinta non è come quello che arriva, forse anche un po’ più giovane, in un contesto nuovo.

Quindi… resterò qua! Salvo imprevisti, la vita spesso ti riserva delle sorprese che non puoi prevedere.

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