Thursday, 19 March 2026
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Pubblicato il 19 March 2026 alle 20:00
Olbia. Nel dibattito sempre più acceso sulla vitalità del centro storico e sulle serrande abbassate, in redazione è arrivata una lettera destinata a far riflettere. A scriverla è un operatore cittadino che chiede l’anonimato e che, con toni pacati ma preoccupati, ripercorre le trasformazioni vissute da Olbia negli ultimi anni. Una testimonianza diretta che invita a guardare oltre le apparenze stagionali e ad interrogarsi sul futuro del cuore della città.
Spettabile Redazione,
chiedo la pubblicazione di questa analisi garantendo l’assoluto anonimato. Non è una scelta di comodo, ma di sopravvivenza. Due anni fa, un collega ha osato sollevare il velo sulle crepe del nostro centro; la risposta è stata la revoca del suolo pubblico, un esilio professionale che lo ha spinto a chiudere e andarsene. Quel precedente agisce ancora oggi come un monito, una mano invisibile che ci tiene la bocca chiusa mentre guardiamo il nostro lavoro scivolare via. Avete presente quegli attimi in cui tutto sembra fuori fuoco? Ecco, il centro di Olbia oggi è così: una sfocatura di luci estive che nasconde un inverno di assenze. La stagionalità non è un destino, è il risultato di una gestazione sbagliata.
1. Il Residente: una specie che non trova più casa. Vivere in centro è diventato un atto di resistenza fisica. La fatica del quotidiano: In questa città estesa, il centro è diventato punitivo. Portarsi la spesa a casa tra case vecchie senza ascensore o cercare un parcheggio per l’auto di proprietà è una sudata che nessuno vuole più fare. Se il centro è "scomodo", la gente sceglie la periferia. I B&B vampiri: le ristrutturazioni non servono più a "dare un tetto", ma a "creare un servizio". Ogni casa che diventa affitto breve è una famiglia in meno, un bambino in meno per le scuole, una luce spenta a febbraio. Stiamo sostituendo le persone con i passanti.
2. L’infarto urbano: quando chiude il "cuore". Un quartiere respira se ha dei polmoni. Olbia ha smesso di respirare da un pezzo. La piazza del silenzio: La chiusura del Mercato Civico è stata una ferita mai rimarginata. Al suo posto c’è una piazza asettica che non ha mai decollato, uno spazio senza scopo che ha tolto il rito quotidiano dell’incontro.
Il pane e la voce: quando un panificio apre e chiude in due anni perché i costi di gestione mangiano il profitto, e quando l’edicola di Piazza Regina Margherita abbassa la serranda per sempre, la città perde la sua bussola. Senza il pane quotidiano e senza la voce del giornale, il centro smette di essere comunità e diventa solo un corridoio.
3. La "Digitalizzazione dell’Assenza" e il vuoto culturale. Il centro viveva di "frizioni sociali": commissioni che generavano incontri. La fine delle file: prima uscivi per un bonifico o un pacco, e in quel "tempo morto" passavi a prendere un caffè, facevi girare l’economia del quartiere. Oggi le App hanno svuotato le strade. Anche gli uffici fuggono per mancanza di parcheggi, togliendo il respiro della pausa pranzo.
La resistenza dei luoghi: spazi come il cinema e il teatro soffrono questo isolamento. Le proprietà fanno già tantissimo, lottano con coraggio contro uno streaming che ci tiene inchiodati al divano, ma si ritrovano soli in un contesto urbano che non aiuta a generare nuova vita.
4. Il Cortocircuito economico: il cliente stagionale. Non è solo un problema nazionale di carovita. È un paradosso gallurese: chi dovrebbe consumare? Olbia è fatta di lavoratori stagionali. Se il mio cliente lavora da maggio a ottobre, da Natale a Pasqua il suo potere d’acquisto è congelato. Chiedere a un’attività di restare aperta per servire chi sta gestendo i risparmi per arrivare alla stagione successiva è una follia matematica.
Dal valore al souvenir: abbiamo barattato il cittadino con il crocerista. Dove prima si vendevano regali per i riti della nostra comunità (penso al caso Swarovski), oggi spuntano souvenir di nicchia. Abbiamo smesso di vendere agli olbiesi per vendere "l'ispirazione mediterranea" a chi passa per un’ora.
5. Urbanistica, Minacce e Rappresentanza.
L’amministrazione appare cieca, orientata all'apparenza e ignara delle ferite profonde del tessuto sociale. Minacce di facciata: paventare sanzioni o il diniego del suolo pubblico per chi non apre 10 mesi l'anno è un atto autoritario privo di base normativa. È voler imporre la vitalità per decreto, colpevolizzandoci per un presunto "danno d'immagine" mentre noi lottiamo per non affogare.
La crisi della voce: Chi si elegge a rappresentante dei commercianti dovrebbe iniziare a parlarci davvero. Non abbiamo bisogno di chi sposa il punto di vista del Comune; abbiamo bisogno di chi porta avanti la voce di chi sta dietro il bancone.
Le promesse nei cantieri: La ZTL isolata e il polo universitario all’ex Standa (promesso per il 2022, forse pronto nel 2027) sono dieci anni di vuoto demografico che paghiamo noi, sulla nostra pelle.
Cosa non si vede dietro una serranda chiusa.
Chi ci critica perché chiudiamo in inverno non vede i graffi e la fatica. Non vede i costi fissi spietati, l’energia per i frigoriferi e il riscaldamento in sale vuote, le materie prime che scadono. Ma soprattutto non vede la mancanza di scopo. Vedere il proprio locale vuoto è un’erosione morale: è il tuo tempo privato di una funzione sociale.
Non chiedeteci di essere "nani e ballerine" per la vostra cartolina estiva. Le nostre chiusure sono scelte consapevoli e dure, figlie di un panorama incerto. La stagionalizzazione non è una nostra colpa: è il fallimento di chi ha preferito l'immagine alla comunità.
Un ristoratore e cittadino di Olbia.
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