Thursday, 15 January 2026

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L'ascesa di Ganau: l'arte contemporanea da Tempio conquista il mondo

Intervista al pittore gallurese che trasforma il quotidiano in fotogrammi d'autore

L'ascesa di Ganau: l'arte contemporanea da Tempio conquista il mondo
L'ascesa di Ganau: l'arte contemporanea da Tempio conquista il mondo
Laura Scarpellini

Pubblicato il 15 January 2026 alle 18:00

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Tempio. C’è un filo invisibile che lega le atmosfere sospese della Gallura alla frenesia metropolitana delle grandi capitali dell’arte. Al centro di questa trama si staglia la figura di Gavino Ganau, l'artista nato a Tempio Pausania nel 1966 che, pennellata dopo pennellata, sta ridefinendo i canoni della pittura figurativa contemporanea.

Le sue opere non sono semplici rappresentazioni, ma veri e propri magneti visivi capaci di arrestare il passo anche del passante più distratto. Chi si sofferma davanti a un suo quadro viene investito da uno stile unico, che fonde la precisione dello sguardo fotografico con una sensibilità emotiva profonda, tipicamente isolana ma dal respiro universale.

 

Il viaggio artistico di Ganau inizia ufficialmente nel 1998 a Bologna con la mostra Exit, curata da Edoardo Di Mauro, per poi approdare nel 2001 al MAN di Nuoro sotto la direzione di Cristiana Collu. Da quel momento, il suo nome è diventato una costante nelle gallerie e nei premi più prestigiosi: finalista al Premio Cairo e al Premio Lissone, ha portato il nome della Sardegna fino a Dubai e nelle principali fiere come il Miart di Milano.

La sua evoluzione stilistica racconta un passaggio affascinante: inizialmente l'artista è influenzato dai linguaggi mass-mediali, che Ganau ha rielaborato le icone dello star system attraverso frame di tipo filmico, creando composizioni poetiche e complesse. Oggi invece l'artista ha abbandonato il glamour dei media per concentrarsi sulle persone comuni. I suoi soggetti sono colti in momenti di assorto silenzio, immersi in interni domestici o spazi metropolitani antropomorfizzati, dove ogni sguardo diventa uno specchio per l'osservatore.

Oggi Gavino Ganau vive e lavora a Sassari, ma la sua arte continua a parlare il linguaggio del mondo. Per i critici e per il pubblico, ogni sua tela è un invito a fermarsi, a respirare e a ritrovare, nell'intimità di un volto sconosciuto, una parte della propria anima.

Il suo esordio è avvenuto quasi per gioco, da autodidatta, in un percorso di sperimentazione pura. Guardando indietro alla mostra Exit del 1998 a Bologna, come ha influenzato quella formazione "irregolare" la sua capacità di leggere l'arte visiva fuori dai canoni accademici?

"Sino ai vent'anni la mia attenzione era catalizzata soprattutto dalla musica e dalla letteratura. La pittura arrivò durante gli studi universitari come conseguenza del fatto che non potevo più suonare la mia amata batteria (non avevo un posto dove tenere uno strumento così rumoroso) e sentivo la necessità di fare qualcosa di creativo in maniera continuativa. Il disegno lo praticavo in maniera sporadica ma esercitarmi quotidianamente fece scattare qualcosa di profondo. Nel frattempo mi dedicai anche all'intenso studio della storia dell'arte, al suo essere presente nelle varie epoche, alla sua funzione mutante e narrativa del periodo in cui veniva realizzata. Questo percorso di apprendimento libero e personale si fuse con le passioni che ho accennato, musica e letteratura, dando vita a un'iniziale idea di quadro come monitor, influenzato dalla pop art e anche da un movimento pittorico degli anni Novanta chiamato pittura mediale. Pescai a piene mani nell'immaginario filmico, dei videoclip  e di tutto quello che passava, al tempo, nel tubo catodico. I miei studi agronomici furono il nemico necessario che produsse un'esigenza escapistica che prese forma in opere spesso aggressive e dinamiche. Il bianco e nero che utilizzavo in maniera esclusiva faceva il resto, donando ai lavori un'atmosfera malinconica". 


Dopo una fase iniziale densa di icone pop e linguaggi pubblicitari, la sua pittura si è spostata verso persone comuni colte in momenti di introspezione. Cosa l'ha spinta ad abbandonare il glamour dei mass-media per cercare la poesia negli spazi metropolitani e nei volti della quotidianità?

"Ha detto bene: abbandonare il glamour. Nella prima fase della mia ricerca ho ritenuto efficace approvigionarmi dalle riviste, dai fermo-immagine filmici e di provenienza televisiva e attuare un processo di accumulazione e campionamento, un racconto di sentimenti comuni per interposta persona, immagini prodotte da altri che innescavano visioni da trasporre nel quadro. Diversi anni dopo il meccanismo si è inceppato, il processo generativo dell'opera non funzionava più, così come il bisogno dell'uso esclusivo del bianco e nero. Ho sentito la necessità di un lavoro più intimo, a suo modo semplice: cogliere figure umane, di tutti i giorni, assorte, riflessive, solitarie, in interni casalinghi, spazi urbani e vuoto, semplici momenti e gesti quotidiani sono diventati protagonisti: mangiare, leggere, stare seduti a pensare, contemplare o essere assenti. Era, probabilmente, il bisogno di far risuonare maggiormente il silenzio in quello che facevo".

La sua tecnica utilizza spesso "frame" di ispirazione filmica e fotografica per creare un unicum poetico. In un'epoca dominata dal consumo rapidissimo di immagini digitali, che ruolo gioca per lei la pittura nel "fermare il tempo" e dare profondità a un singolo istante?

"È l'aspetto più importante. Credo sia questo il motivo fondante di tantissima pittura neo-figurativa. Rallentare questi tempi velocissimi e frenetici, estrarre, fermare un momento significativo nell'eternizzazione della pittura, attraverso il suo processo lento, rituale, di faticoso avanzamento. Almeno per me è così. Non so se ha senso ma mi è sempre sembrato di cogliere una metodologia in opposizione coi futuristi che cercavano di fare una pittura di movimento, un frame che ne contenesse tanti altri".

Da Tempio Pausania a Sassari, passando per il MAN di Nuoro e arrivando fino a Dubai e ai grandi premi come il Cairo e il Lissone. Come convivono nel suo lavoro l'identità profonda dell'isola e la necessità di confrontarsi con i linguaggi universali dell'arte contemporanea?

"Ho riflettuto spesso su questo, non trovando mai la quadra, una vera e propria risposta. Ho sempre guardato oltre l'Isola, confrontandomi anche fisicamente  con tanti artisti, soprattutto italiani e, idealmente, con grandi maestri contemporanei di tutto il mondo. Ogni tanto mi dico "ma dov'è la Sardegna nei miei quadri?". Guardo oltre l'Isola ma, in realtà, sono legato visceralmente a questa terra e ho deciso di rimanerci nonostante gli stimoli e le esortazioni a spostarmi nei centri dove l'arte contemporanea è pratica diffusa e apprezzata, come Milano. Quando partecipai al premio Cairo, nel 2003, i redattori di Arte Mondadori coi quali collaboravo, Maurizio Sciaccaluga e Alessandro Riva, me lo dissero chiaramente: "vieni a Milano", ma non li ascoltai. Non credo sia stata una scelta efficacissima ma il benessere psicologico che ricevo dal vivere qui non potevo barattarlo con niente e non volevo sradicare dall'Isola mia moglie Patrizia e nostra figlia Alice, che è nata nel 2004.  Nell'ultimo periodo sto inserendo elementi paesaggistici locali nelle opere, una necessità recente, un modo semplice ma autentico di relazionarmi artisticamente con la mia terra".

Lei ha collaborato con i più importanti critici e galleristi italiani (da Luca Beatrice a Gianluca Marziani). In questo 2026, dove il sistema dell'arte è sempre più influenzato dagli algoritmi, quanto conta ancora per un artista il rapporto umano e dialettico con il curatore per la costruzione di una visione coerente?

"Credo che la triade artista - critico - gallerista non sia più il sacro graal che è stato sino a vent'anni fa. La moltiplicazione e l'onnipresenza di tanti canali comunicativi ha modificato profondamente certe regole. Instagram e Facebook sono vetrine immediate per proporre le proprie opere, con tutte le connotazioni positive e negative che ciò porta. Dal punto di vista qualitativo questo non è stato un bene perché, in molti casi, è venuto proprio a mancare quel rapporto tra artista e curatore, ma anche gallerista illuminato, che può essere importante per la crescita della sperimentazione artistica. Le gallerie sono diminuite, la prassi tipica d'azione, proprio per le considerazioni fatte, si è modificata. Il covid poi, con la sua funzione amplificatrice del virtuale, è stato uno spartiacque non da poco. Le gallerie più potenti e di lungo corso mantengono certe metodologie ma in tantissime altre situazioni, tra piccoli (pochi) nuovi spazi e associazioni vige un fai da te che sta portando a nuove idee e metodiche. Di certo è tutto un po' confuso ma la speranza è che da questo scenario magmatico possano arrivare inaspettati e positivi risultati".