Wednesday, 04 March 2026
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Pubblicato il 04 March 2026 alle 07:00
Olbia. Sotto le acque del Tirreno, a profondità che nessun occhio raggiungerà mai, corre un cavo. Mille chilometri di fibra ottica che collegano Mazara del Vallo a Genova passando per Olbia, trasportando dati a una velocità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza: oltre 30 terabit al secondo sulla tratta attiva, con una capacità complessiva dell'infrastruttura che supera i 600 terabit al secondo. Si chiama Unitirreno, è il primo sistema Open cable del Mediterraneo e il suo approdo in Sardegna non è casuale, è strategico.
Il punto di sbarco è Pittulongu, la nota frazione balneare di Olbia. Da lì, il segnale raggiunge il Data Center Gallura di Siportal: un edificio discreto, alimentato da pannelli fotovoltaici, nel silenzio della periferia industriale olbiese. È qui che risiede il nodo SIX, Sicilia & Sardegna Internet Exchange, il punto in cui operatori, provider e infrastrutture nazionali si incontrano e scambiano traffico dati. È qui, in sostanza, che la Sardegna smette di essere una periferia della rete e diventa un nodo.
Il progetto, realizzato da Open Fiber in collaborazione con Unitirreno, ridisegna di fatto la mappa della connettività italiana. La dorsale tirrenica, con i suoi snodi a Roma Fiumicino, Olbia e Genova ,offre così qualcosa che le infrastrutture precedenti non garantivano: ridondanza, neutralità di accesso e percorsi alternativi di instradamento. In termini pratici, significa meno interruzioni, più competitività per gli operatori e una maggiore affidabilità per aziende e infrastrutture che dipendono dalla connessione per operare. Il sistema è progettato per distribuire il traffico su più rotte simultaneamente, riducendo la vulnerabilità tipica di chi dipende da un unico collegamento sottomarino.
Foto @pixabay.com
Per Olbia e per la Gallura, il vantaggio è immediato e concreto: accesso diretto e ottimizzato agli hub italiani, senza dover instradare il traffico attraverso percorsi lunghi e congestionati. Una connessione che, almeno sulla carta, mette il territorio gallurese sullo stesso piano delle grandi aree metropolitane continentali.
Eppure sarebbe sbagliato leggere questa notizia come una rivoluzione compiuta. L'infrastruttura sottomarina è reale, le velocità sono reali, il Data Center Gallura è reale. Ma la Sardegna è anche altro: borghi interni, zone rurali, piccoli centri dove la fibra non è ancora arrivata e non arriverà prima del 2028, secondo le stime più ottimistiche. Migliaia di civici che nel frattempo si affidano a soluzioni satellitari, con tutto ciò che questo comporta in termini di costi, affidabilità e dipendenza da operatori privati extraeuropei.
Il cavo risolve un problema strutturale di capacità e ridondanza per chi è già connesso. Non risolve, almeno per ora, il problema del digital divide che attraversa ancora l'isola in modo profondo e disomogeneo. Il quadro che emerge è quindi quello di una Sardegna a due velocità. Da un lato Olbia, con il suo nodo di interconnessione e il nuovo accesso diretto alla dorsale tirrenica, una città che sul fronte digitale può competere con qualsiasi hub italiano.
Dall'altro, una parte significativa del territorio regionale che aspetta ancora una connessione degna di questo nome. Il futuro, almeno stavolta, è arrivato dal mare. Si è fermato a Pittulongu, ha trovato casaad Olbia e da lì ha iniziato a distribuire il suo segnale. Invisibile, come tutte le infrastrutture che contano davvero. Potente, come tutto ciò che scorre sotto la superficie.
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