Wednesday, 04 March 2026
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Pubblicato il 04 March 2026 alle 16:00
Olbia. Oggi, 4 marzo, la Biblioteca Simpliciana di Olbia si prepara ad accogliere Sara Colombo per la presentazione di Lascia che la vita accada (Ponte alle Grazie, 2025), nell'ambito della rassegna Sul filo del discorso — Primavera con gli autori. Un appuntamento molto interessante che troverà Camilla Pisani a dialogare con l'autrice.
Qualche ora prima, però, c'è stato tempo per un incontro più diretto con la protagonista della serata. Una conversazione che ha preceduto il suo incontro con il pubblico olbiese, e che ha permesso di avvicinarsi alla persona prima ancora che alla scrittrice.
La letteratura italiana contemporanea si arricchisce di una voce nuova e già compiuta. Sara Colombo, nata a Monza nel 1994, porta al suo esordio narrativo una formazione non comune: studi classici, una solida educazione musicale — pianoforte, composizione, oboe — e un percorso di approfondimento in medicina vibrazionale e cantoterapia. Vive a Milano, dove lavora in una casa editrice. Una biografia che dice già molto sulla qualità dell'ascolto che abita le sue pagine.
Il romanzo d'esordio si apre su una scena estrema: Luca, il protagonista, si risveglia su una barella in una sala di rianimazione dopo un tentativo di togliersi la vita. Da quel risveglio — sospeso tra colpa e possibilità — prende avvio un viaggio interiore che non ha fretta di risolvere e che si sviluppa attraverso un sistema di voci e di incontri: il saggio alter ego di Luca, i genitori, la psicoterapeuta, gli sconosciuti. Figure che non consolano facilmente, che resistono, che a volte feriscono. Perché il romanzo non cerca risposte rapide, e in questo sta la sua qualità più autentica.
Colombo costruisce una riflessione densa sulle costellazioni familiari, sul patrimonio genetico che plasma il presente e abita già il futuro. C'è il sogno di essere una stella alpina, ancorata al terreno eppure già in vetta. Ci sono i subacquei e gli angeli caduti, la famiglia strozzata dalla disponibilità e dai confini, un sentire che è dipendenza e autonomia insieme, desiderio e autenticità che faticano a coesistere. E c'è, sullo sfondo, la presenza silenziosa di Sylvia Plath, bussola poetica che conferisce al testo quel nucleo magico di cui la grande letteratura sul dolore non può fare a meno.
Lascia che la vita accada è un esordio che parla di vibrazioni, dolori e resistenze indistruttibili e fragilissime al tempo stesso. La scrittura di Colombo non cerca di spiegare il buio abita. E in questo gesto, coraggioso e necessario, trova la propria voce.
Le domande che seguono nascono dall'incontro con Sara Colombo a ridosso dell'evento in cui il suo libro aprisse la conversazione con il pubblico della Biblioteca Simpliciana.
Sara, il titolo “Lascia che la vita accada” suona come un invito alla resa consapevole, quasi un atto di fiducia radicale. C’è stato un momento preciso della sua vita in cui ha capito che smettere di opporre resistenza era l’unica via per rinascere?
"Scrivere questo libro è stato un atto di cura verso me stessa e, al tempo stesso, una risposta al desiderio di aiutare chi sta attraversando un momento critico. Le due cose vanno di pari passo: nel momento in cui si sceglie di prendersi cura, io e l'altro diventiamo entrambi destinatari di questa scelta. Personalmente non posso misurare quanto questa lettura possa essere terapeutica per gli altri ,è quello che mi auguro. Per me lo è stata moltissimo, come lo è stato parlarne e presentare il libro".
Scrivere questo libro è stato più un atto di cura verso se stessa o un desiderio di tendere la mano a chi, in questo momento, si sente sopraffatto dagli eventi? Qual è stata la pagina più difficile da affidare alla carta?
"Non c'è una pagina che sia stata facile da scrivere. Tra le cose più toccanti ,anche da rileggere, c'è sicuramente il momento più doloroso raccontato nel libro: il tentativo di togliersi la vita. Ma altrettanto impegnativo è stato affrontare la relazione con i genitori".
Viviamo in una società che ci impone di pianificare ogni dettaglio e di performare costantemente. In che modo il suo racconto sfida l'illusione del controllo e cosa consiglia a chi ha paura dell'imprevisto?
"La paura dell'imprevisto è un concetto che nel libro deriva dal percorso psicoterapeutico che sto portando avanti. È associata all'ansia anticipatoria: quella paura che anticipa l'evento negativo come riflesso di un trauma vissuto, per cui ci aspettiamo che la vita si ripeta sempre secondo quella stessa esperienza. Se ho vissuto l'abbandono, la mia mente elabora una paura costante dell'abbandono — che non è detto si ripeta, ma si è già verificata. Il consiglio è riconoscere quella paura, darle un nome, ascoltarla senza reprimerla, e parlarne con dei professionisti. La psicoterapia è uno strumento importantissimo che connette il nostro sé autentico alla nostra incarnazione terrena".
Se dovesse scegliere un’unica emozione o consapevolezza che il lettore dovrebbe portare con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina di questo libro, quale vorrebbe che fosse?
"Se devo scegliere un'emozione da regalare al lettore attraverso questo libro, è il desiderio ardente di diventare protagonista della propria vita e il primo destinatario del proprio amore. Ama il prossimo tuo come te stesso: quel "come te stesso" deve essere la scintilla che scatta nel cuore, nel complesso psiche-soma , di chi legge".
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