Friday, 29 May 2026
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Pubblicato il 29 May 2026 alle 07:00
Golfo Aranci. C’è un filo invisibile, ma robusto, che lega un piccolo lembo di terra sul mare a Golfo Aranci con i grandi scenari geopolitici del ventesimo secolo. A dipanarlo è la scrittrice olbiese Maria Grazia Dessanti con il suo avvincente romanzo d'esordio, “Il mistero della Vulcan”, un'opera capace di reinterpretare il passato attraverso gli stilemi della spy story d'autore. Al centro della narrazione si colloca un frammento di memoria storica reale e tangibile: la vicenda di George Bradshaw, un marinaio britannico di appena diciotto anni imbarcato sul cacciatorpediniere HMS Vulcan, tragicamente scomparso nel 1900. La sua tomba, situata nel suggestivo e isolato "cimitero degli inglesi" a ridosso del mare di Golfo Aranci, è diventata per l’autrice la chiave di volta per un'architettura narrativa complessa e magnetica.
Dessanti non si limita alla cronaca, ma compie un salto creativo: immagina per il giovane marinaio una vita alternativa, trasformando il dramma storico in un thriller internazionale. La trama si dipana così lungo le grandi faglie del Novecento, muovendosi con straordinaria fluidità tra la Germania, l'America e l'Inghilterra, fino a lambire la caduta del blocco sovietico e la fine della Guerra Fredda. Caratterizzato da una raffinata struttura a spirale, il romanzo procede per dettagliate suggestioni visive e calibrati balzi temporali, mantenendo sempre la Sardegna come un baricentro non solo geografico, ma soprattutto emotivo. Un debutto letterario potente, che restituisce al territorio gallurese una dimensione narrativa universale e cosmopolita.
Attraverso l'intervista all'autrice Maria Grazia Dessanti ecco scoprire i retroscena di questo viaggio investigativo tra le pieghe del tempo, nello scenario suggestivo della Gallura.
Lei ha definito questo romanzo come il tentativo di dare a George Bradshaw quella "seconda possibilità" che la vita ha concesso a lei da neonata. In che modo scrivere le avventure di George l'ha aiutata a rielaborare la sua personale battaglia per la vita?
"Fin da quando ho ricordi ho sempre vissuto in un mondo di immaginazione, storie e racconti. Le nuvole erano principesse e draghi. I suoni della notte venivano sempre da qualche maga o strega alle prese con le sue pozioni. Crescendo era normale guardare le persone e provare ad immaginare le loro vite. I segni della mia malattia non mi facevano sentire accettata e “normale”, ma forse è stata quella la mia fortuna. Io immaginavo cosa sarebbe potuto accadere e come potevano svolgersi le vite delle persone che mi circondavano … anche e soprattutto se non le conoscevo. Scrivere la sua storia è stato anche un viaggio dentro di me, questa volta. Immaginare la sua vita mi ha obbligato a mettere su carta cose che forse neanche io conoscevo. In modo semplice, come se fossero vite di altri".
La tomba di George a Cala Greca è un luogo reale e silenzioso. Qual è stato il momento esatto in cui, passeggiando tra quelle croci, ha capito che Bradshaw non doveva essere solo un nome sulla pietra ma il protagonista di una spy story internazionale?
"George non è arrivato nella mia vita come un fulmine, improvviso, ma faceva parte dei quei posti bellissimi che ho sempre vissuto. Ma il mondo cambiava e lui no. Io crescevo e lui no. Le persone andavano e venivano e lui no. Perché! Mi chiedevo. Non era giusto. Penso di aver inconsciamente immaginato la sua vita nel tempo, come un ruscello che scorrendo diventa un fiume. Da bambina andavamo a giocare con i miei fratelli a Cala Greca, o passavamo le calde giornate estive sotto la pineta di Cala Moresca. E lui era lì, imperituro. La sua vita è diventata una Spy Story forse per caso o per merito di tutti quegli scrittori che mi catapultavano in mondi così diversi dal mio, con personaggi che potevano tutto se solo lo volevano, che soffrivano e a volte morivano, da eroi o colpevoli. Se George avesse potuto sopravvivere a quella notte del 12 giugno 1900 avrebbe visto e partecipato ad eventi pazzeschi, avrebbe vissuto quelle avventure che il secolo breve gli avrebbe messo davanti agli occhi. Allora perché non sarebbe potuto essere proprio lui il guardiano degli eventi e il custode di un segreto pericolosissimo e definitivo".
Il personaggio di Madlen Cristaldi si muove in un contesto maschile e rigido come quello della C.I.A. durante la Guerra Fredda. Quanto c’è della sua determinazione di donna e di autrice in questa protagonista che scava nel passato per trovare sé stessa?
"Anche in questo caso penso di aver attinto al pozzo della mia vita. Sono l’ultima di quattro figli e l’unica femmina. Amatissima, ma l’unica femmina. Dovevo farmi valere per non essere la principessina della famiglia. Ma per me era naturale, forse per merito di mio padre, un finanziere nato nel 1927. Dolce, determinatissimo e coraggiosissimo. Un uomo che inseguiva di notte d’inverno sulle Alpi i contrabbandieri, che si salvava dalle slavine conficcando il fucile sulla neve, ma che quando tornava a valle era rispettato da banditi e onesti. Non mi ha mai trattato da femminuccia. Sono convinta che le donne, almeno nel nostro emisfero, a volte si auto sabotino. Le donne sono dei multiversi che esistono tutti e contemporaneamente. E’ solo una questione di decidere quale dimensione far emergere e quando. Madlen Cristaldi è solo uno dei nomi che lei usa nella storia, ce ne sono altri. E’ una donna che all’inizio è determinata per dovere, abitudine e necessità, ma poi proprio quando decide di “affidarsi” ad altro capisce realmente che può tutto e sfiora la felicità".
Il Mistero della Vulcan" torna oggi con una nuova edizione. Come è cambiato il suo sguardo su George e sulla scrittura in questo lungo intervallo di tempo, e cosa spera che il lettore di oggi colga in questa storia di "elegante disequilibrio" tra verità storica e finzione?
"Che domanda difficile. La verità, secondo me, non esiste. Esistono percezioni degli eventi alle quali diamo un valore e le chiamiamo verità o finzione in base ad una serie di prove, esperienze e punti di vista. Forse la verità sta nell’oscillazione tra la percezione e gli accadimenti. Non è una cosa fissa. Quando scrivo, le verità ufficiali, le cose che sono realmente accadute, per me sono dei punti di partenza ma non mi sento di legarmi ad esse in modo assoluto. Oggi io sono un’altra persona, ma non diversa da quella ragazza che ingenuamente chiamò al telefono il suo allora fidanzato per leggergli le prime e traballanti righe di una storia che non sapeva come poteva andare a finire. Intendo dire che sono una persona che nel tempo ha aggiunto esperienze, anni e punti di vista. Io Sono una sequenza di storie e accadimenti concatenati che mi hanno portato ad oggi. Penso che George sia sempre lui, è sempre lì che ( mi piace pensare) mi aspetta. Ma adesso posso guardare quella croce e quel nome sapendo che in qualche parte dell’universo ha visto veramente l’alba del 13 giugno del 1900. Se ci pensiamo quanti George ci sono ora nel mondo. Un mondo in guerra, qualcuna la seguiamo altre non sappiamo neppure che esistano. Ma le guerre sono tutte accomunate da una cosa. Vite potenziali mai vissute, sogni mai realizzati, amori mai goduti. Mi piace pensare che se posso scrivere o ricordare qualcuno lei o lui vivono realmente, magari invisibili ai nostri occhi, ma magnificamente e definitivamente vivi. C’è una frase alla quale tengo molto nel mio romanzo e che forse racchiude tutto il mio pensiero: “perché il crepuscolo di un Uomo è solo l’inizio della sua storia”.
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