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Roberto Chessa: "A Olbia racconto un futuro tecnologico senza l'uomo"

Cinquanta opere in mostra fino al 5 giugno 2026

Roberto Chessa:
Roberto Chessa:
Laura Scarpellini

Pubblicato il 29 May 2026 alle 07:00

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Olbia. Cinquanta opere per mappare i paradossi della contemporaneità attraverso il rigore della pittura geometrica e la destrutturazione dello spazio. Sabato 23 maggio 2026 lo Spazio Holo di Olbia (via Seychelles 18A) ha aperto le sue porte a "Cose dell’altro mondo", la mostra personale di Roberto Chessa. L'esposizione, curata da Daniele Pipitone, nasce dalla collaborazione tra il collettivo della galleria multidisciplinare recentemente aperta nella zona industriale e l’Associazione Culturale Per Arte Vie, segnando l'avvio di un progetto mirato a presentare in Gallura le ricerche dei più interessanti artisti attivi nell'isola.

Roberto Chessa, nato a Nuoro nel 1978 e residente a Sassari, vanta un percorso poliedrico che unisce la formazione accademica all'Accademia di Belle Arti di Sassari con una lunga attività internazionale nella cultura Hip Hop e nella breakdance (fondatore della crew Sirbones, ha vissuto e lavorato a Londra dal 2011 al 2015). Successivamente, l'incontro a Cagliari con la scuola di Giovanni Manunta "Pastorello" ha ridefinito radicalmente il suo approccio alla tela, canalizzandone la produzione verso una personalissima ricerca geometrica.

La selezione di opere proposta a Olbia si articola attorno a visioni di architetture complesse e sculture monumentali cariche di valenza politica e sociale. Attraverso una severa griglia geometrica, Chessa sviluppa una critica analitica verso l'iper-tecnologizzazione del mondo contemporaneo e la de-umanizzazione degli spazi vitali.

Nelle opere in mostra, l’orizzonte scompare per lasciare spazio a primi piani architettonici totalizzanti. La figura umana è sistematicamente assente, esclusa da scenari futuristiche in cui l'uomo rischia di apparire come vittima delle sue stesse macro-costruzioni tecnologiche. L'uso strategico di tinte pastello agisce come un dispositivo di contrasto visivo: a un primo sguardo apparentemente gradevole o fiabesco, subentra l'evidenza di strutture aspre, ricche di spigoli, aculei e tensioni formali.

Accanto alla produzione pittorica principale, l'esposizione presenta la recente serie delle “riesumazioni”. Si tratta di interventi pittorici diretti su vecchie stampe recuperate, attraverso cui l'artista opera una stratificazione concettuale. Il contrasto tra il supporto storico e l'inserto geometrico contemporaneo invita a una riflessione stringente sull'impatto dei media e delle tecnologie digitali nei mutamenti psicologici e relazionali della società attuale.

L'esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 5 giugno 2026. I locali dello Spazio Holo saranno accessibili dal lunedì al venerdì dalle ore 18:00 alle 20:00, e il sabato e la domenica dalle ore 18:00 alle 21:00. Abbiamo raggiunto Chessa tra un'incontro  e l'altro nel corso dell'allestimento della sua esposizione olbiese.

Roberto, il titolo della sua mostra, “Cose dell'altro mondo”, evoca scenari quasi fantascientifici, ma le sue opere nascono da una critica ferrea alla realtà attuale. In che modo le sue architetture complesse e le mastodontiche strutture geometriche riflettono il rischio che le costruzioni tecnologiche dell'uomo finiscano per sovrastare e annullare l’umanità stessa?

"Le mie opere sono un luogo in cui lo sguardo aspetta di scoprire qualcosa. Una sorta di porta aperta alla memoria e all’immaginazione di chi osserva. Le forme che costruisco possono richiamare archetipi lontani oppure ricordi molto intimi ma non c’è mai la volontà di imporre un significato preciso o di condurre lo spettatore verso un’unica immagine. Quello che emerge resta libero di essere interpretato e spesso cambia di volta in volta, anche per la stessa persona. È stato interessante vedere come ognuno proiettasse nelle opere aspetti differenti, rivelando suggestioni che a volte io stesso non avevo considerato. Quasi come un gioco di rimandi che finisce sempre per aprire nuove direzioni e nuovi spunti di ricerca. Le strutture geometriche che costruisco nascono proprio da questa tensione. Sembrano organismi autonomi, presenze monumentali che riflettono una società sempre più dominata da sistemi artificiali e meccanismi fuori scala rispetto all’essere umano.Più che rappresentare un mondo fantascientifico, le mie architetture parlano di una condizione umana contemporanea sospesa in un equilibrio fragile. Credo che la pittura abbia la capacità di creare un momento di sospensione, in cui siamo costretti a confrontarci con la realtà contemporanea senza filtri. Oggi questa sensazione è più palpabile che mai. Viviamo dentro sistemi sempre più instabili, dove tutto sembra sul punto di cedere improvvisamente. In questo senso le forme che realizzo evocano un mondo che sembra aver perso la propria vitalità, immerso in un silenzio quasi dispotico, come se qualcosa si fosse incrinato irreversibilmente. È proprio in quella tensione tra attrazione, inquietudine e memoria che prende forma il mio lavoro".

Una delle novità più intriganti che porta a Olbia sono le sue “riesumazioni”, in cui interviene pittoricamente su vecchie stampe. Cosa l'ha spinta a cercare questo cortocircuito visivo tra passato e presente, e quale riflessione spera di innescare nel pubblico riguardo all'impatto psicologico e relazionale che la tecnologia ha sulla società contemporanea?

"Le “riesumazioni” sono nate in maniera del tutto casuale. Sono un assiduo frequentatore di mercatini dell’usato, luoghi in cui spesso acquisto oggetti di vario genere. Un giorno, mentre osservavo la merce esposta, notai in una vetrina una piccola stampa rovinata dal tempo. Molto probabilmente il sole aveva bruciato parte dell’immagine, sbiadendo proprio la zona centrale in cui si trovava il soggetto principale. Si trattava del San Girolamo penitente di Leonardo. In quel momento, quasi come un’intuizione improvvisa, quella macchia iniziò a suggerirmi una forma geometrica. Decisi di acquistare la stampa e, una volta rientrato in studio, intervenni pittoricamente sull’immagine senza particolari aspettative, semplicemente per seguire quella sensazione iniziale e capire dove potesse portarmi. Mi resi subito conto della forza che poteva nascere dall’incontro tra un’immagine del passato e un intervento contemporaneo. Da lì è nata l’idea di sviluppare una serie di lavori. È un processo che continua ancora oggi in maniera molto istintiva e accade solo quando un’immagine riesce davvero ad attirare la mia attenzione e ad aprire uno spazio di possibilità.Il termine “riesumazioni” l’ho inventato proprio perché questo recupero rappresenta, in qualche modo, il tentativo di riportare alla luce opere che hanno avuto una vita precedente e che col tempo sono state abbandonate o dimenticate. Attraverso il mio intervento cerco di restituirle al presente ma con una sensibilità e un’interpretazione contemporanea.Non cerco necessariamente di innescare una reazione precisa nello spettatore. Quello che mi interessa davvero è fissare un’intuizione, dare forma a un’immagine mentale nata in un istante. Poi quell’intuizione, inevitabilmente, viene attraversata anche dallo sguardo di un altro, che la trasforma secondo la propria sensibilità e il proprio immaginario".

La sua storia personale è un affascinante mosaico in cui la pittura accademica dialoga costantemente con la cultura Hip Hop e la breakdance, che insegna e pratica fin dagli anni ’90. Quanto il senso dello spazio, il ritmo e la dinamica acrobatica della danza influenzano la rigorosa e d’impatto ricerca geometrica che vediamo oggi sulle tue tele?

"La cultura Hip Hop è stata fondamentale per la mia crescita artistica. Tutto quello che realizzo oggi porta ancora dentro la stessa determinazione e la stessa attitudine che questa cultura mi ha insegnato. La musica, con i suoi testi, i graffiti attraverso il disegno e il breaking attraverso il movimento, mi hanno spinto fin da giovanissimo a superare limiti fisici, mentali e creativi che sembravano irraggiungibili. Ho dedicato gran parte della mia vita a questa cultura e oggi ne riconosco chiaramente le forme, gli equilibri e l’energia all’interno della mia pittura. Il breaking, per esempio, mi ha insegnato a percepire lo spazio come un volume da attraversare e costruire. Le torsioni del corpo, i salti, le spinte, le sospensioni e le rotazioni diventano quasi strutture visive che ritrovo nelle mie composizioni. Tutto nasce da una tensione continua tra equilibrio ed esplosione, proprio come accade nella danza.Anche la tridimensionalità delle mie forme e la durezza di certe strutture derivano dall’immaginario dei graffiti, da quella presenza forte e materica che richiama il cemento, il muro urbano e la superficie vissuta della città. Ci sono molti elementi della cultura Hip Hop che continuano a vivere nel mio lavoro, anche quando non sono immediatamente riconoscibili. È come se fossero rimasti impressi nella mia pittura come una firma identitaria, qualcosa che continua ad accompagnare il mio modo di vedere e costruire le immagini".

Questa mostra inaugura anche un'importante sinergia tra l'Associazione Culturale Per Arte Vie e il neonato Spazio Holo nella zona industriale di Olbia. Che valore ha per lei, come artista attivo a Sassari, tenere a battesimo questa collaborazione nata per far circolare l'arte contemporanea nell'isola, e cosa significa esporre in un contesto multidisciplinare così fresco e orientato al futuro?

"Credo che la sinergia nata tra Per Arte Vie e lo Spazio Holo sia davvero molto importante. Oggi gli spazi e le occasioni dedicate agli artisti contemporanei sono sempre più rari e, per questo, penso sia fondamentale collaborare con realtà che abbiano una reale attenzione verso gli artisti e verso la creazione di contenuti capaci di generare cultura. In questo senso credo sia necessario avere anche il coraggio di rischiare, di sperimentare e di creare movimento, affinché possano nascere nuove connessioni tra artisti, curatori, collezionisti e spazi espositivi. Solo così si può costruire una rete culturale viva, capace di crescere nel tempo e di avere un valore reale non solo per chi lavora nell’arte, ma per tutta la collettività e per le generazioni future. Sono sempre stato molto interessato alla sperimentazione, purché sia portata avanti in maniera seria, autentica e costruttiva. Mi interessa la sperimentazione quando nasce da un’esigenza reale e da una visione concreta, non quando diventa soltanto un esercizio estetico. Per questo motivo trovo stimolante esporre in un contesto multidisciplinare come Holo, che cerca di aprire nuove possibilità di dialogo e di confronto attorno all’arte contemporanea".