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Frontiere della fantarcheologia sarda: le paretimologie ad usum Sardorum

L'ultima voga è quella della paretimologia, ovvero l'errata derivazione di una parola da un'altra...

Frontiere della fantarcheologia sarda: le paretimologie ad usum Sardorum
Frontiere della fantarcheologia sarda: le paretimologie ad usum Sardorum
Rubens D'Oriano

Pubblicato il 23 giugno 2022 alle 06:00

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Olbia. L'inesauribile e sempre più sfrenata immaginazione dei fantarcheologi sardi supera le più inarrivabili vette del ridicolo, soprattutto a danno dell'incolpevole civiltà nuragica, dall'identificazione con l'inesistente Atlantide all'altrettanto fantasiosa scrittura, dalle tombe di giganti terapeutiche agli Shardana dominatori-colonizzatori dell'intero mondo antico e oltre, dalle “energie vibrazionali” dei pozzi sacri alle donne guerriere e/o matriarche, dal latino che deriva dal logudorese all'alfabeto Ogham, da Roma colonia sarda ai Fenici che non sono mai esistiti, dalle tombe di giganti simbolo fallico ai pozzi sacri simbolo uterino, ecc.

Segue l'immancabile standing ovation dei laureati all'Università di Facebook - Facoltà di Pseudoscienze - Dipartimento di Fantarcheologia, regolarmente condita con le accuse di negazionismo, complicità con i poteri forti e odio verso la Sardegna scagliate contro chiunque osi contrapporsi a questa deriva, diffuse via a-social networks ma anche riprese da media tradizionali di pochi scrupoli, pur di incrementare le vendite anche in spregio della verità.

L'ultima voga è quella della paretimologia, ovvero l'errata derivazione di una parola da un'altra, una paretimologia ad usum Delphini o, meglio, ad usum Sardorum.

Ecco poche perle, tra le innumerevoli: i Sanniti, un antico popolo dell'Italia centro-meridionale, “discendevano dai Sanna sardi, che avevano preso il loro etnonimo dall'arma più tagliente dell'antichità, l'Ossidiana, tradotta in sardo Ossu de Sanna” (maiuscole dell'Autore); il nome di Napoli, in greco Nea-polis, cioè città nuova, starebbe invece per “nuova Pula”; il nome Atene deriva dal cognome Atzori/Atzeni; i nomi di sei sovrani Hyksos, che regnarono sull'Egitto tra 1650 e 1550 a.C. (nulla a che vedere con gli Shardana, posteriori di ben due secoli), corrispondono a cognomi sardi: Salitis corrisponde a Salis/Salidu, Seshi a Cixi, Jacobher a Giacobbe, Khayan a Chiano/Ghiani,  Apopi/Awserra a Puppa/Inserra/Serra/Serrau, Khamudi/Arkhles/Ashera ad Arca/Arche/Asara/Azara.

Non argomenterò qui la fallacia di tali enormità, sia perché – come è tipico con la pseudoscienza – per confutarle sarebbero necessarie lunghe e molto tecniche pagine di metodologia di una o più discipline, in questo caso linguistica, glottologia, storia, archeologia, ecc., e sia, soprattutto, perché non intendo offendere il buon senso dei lettori che, anche se digiuni di quelle conoscenze, annusano certo da soli la puzza di bruciato.

Saranno sufficienti allo scopo solo poche applicazioni del “metodo” dal quale scaturiscono queste derivazioni, basate sulla mera somiglianza di vocali e consonanti - anche aggiustandole a dovere, ad usum Sardorum, quando non tornano a pennello – con tanti saluti alle compatibilità cronologiche, geografiche, storiche e archeologiche, spesso inesistenti o quasi, tra i contesti territoriali e culturali nei quali sono diffuse le parole originarie rispetto a quelli ove compaiono i termini che da esse deriverebbero. Seguendo quel “metodo” deriveremo il paese di Saba della omonima regina dall'identico cognome sardo, e il monte Sinai dal paese di Sinnai, e si rintracciano facilmente un imperatore del Giappone di nome Richū, quindi un Ricciu, ed uno Uda, ed in questo caso la corrispondenza con un cognome e un monte della Sardegna è perfetta, oppure un Nana capo degli Apache centrali che sarebbe un Nanni sardo o la tribù Teton dei Sioux che si connette al paese di Teti. E qui mi fermo, per non tediare il benevolo lettore con questo troppo facile giochetto, col quale può divertirsi da solo: vale tutto, basta la totale noncuranza di spazio, tempo, storia ecc. e, quindi e soprattutto, del buon senso. Mi pare invece più utile svolgere qualche considerazione sui motivi del successo che regolarmente riscuote, presso una parte sempre crescente  dell'opinione pubblica isolana, qualsiasi proposta purché volta ad innalzare la civiltà nuragica nel sommo dei cieli...però dell'assurdo. In realtà le motivazioni sono molteplici ed ognuna meriterebbe un intervento a sé stante, quindi in questo spazio mi limiterò a riassumerne solo una: l'insensata individuazione della civiltà nuragica quale unica componente dell'identità culturale degli attuali abitanti della Sardegna - che induce molti ad una sorta di identificazione con quel popolo, fino al punto di usare la prima persona plurale quando parlano di esso: “noi”, “eravamo”, “costruivamo” ecc. - e da ciò il conseguente rifiuto di quanto avvenuto dopo nell'Isola come alieno, nemico e inquinante.

Prescindendo dai molti fondati dubbi che l'antropologia culturale e le neuroscienze nutrono verso le identità come comunemente intese, sia quella di un singolo (vedi per esempio D. Parfit, Reasons and Persons, Oxford University Press, 1984 e Why Anything? Why This?, London Review of Books, 1998; J. Holt, Perché il mondo esiste?, Utet, 2013, pp. 303-318) sia quella culturale di un intero popolo (vedi per esempio F. Jullien, L'identità culturale non esiste, Einaudi, 2018), ed anche ammettendo che essa esista, ecco l'incipit della poesia “Noi siamo sardi”: “Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi...”. Chi così scrive, in tono di evidente fierezza perché giustamente ritiene questo retaggio multiculturale un valore e non una vergogna, non è un bieco archeologo negazionista e complottardo nemico della Sardegna, bensì una delle voci più alte mai levatesi da essa: il premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda. Dopo un secolo esatto da quelle parole, cosa non è ancora chiaro a molti sardi del fatto che chiunque viva qui, come nel resto del mondo, non può che essere esito culturale e antropologico di tutte le fasi storico-culturali avvicendatesi sulla stessa terra e che ciò debba essere ragione di orgoglio e non di rifiuto? All'elenco della Deledda possiamo tranquillamente aggiungere popolazioni neolitiche, eneolitiche e nuragiche, ma appare piuttosto evidente, a chiunque abbia un minimo di buon senso, che se si potessero calcolare in percentuali le quantità di eredità culturale, sarebbero maggiori quelle originate dalle vicende umane cronologicamente più vicine a noi e sarebbero via via più irrisorie quelle derivanti da eventi più lontani man mano che si sprofonda in abissi di tempo di migliaia di anni (almeno 2700 ci separano dalla civiltà nuragica).  A chi s-ragiona in termini di “Noi ci identifichiamo nei Nuragici e rigettiamo tutto ciò che è accaduto dopo in quanto alieno da noi e nostro nemico” chiedo, in nome appunto della dea Ragione: voi, che leggete queste righe con un device digitale, siete sicuri di essere rimasti impermeabili a qualsiasi novità intervenuta da 2700 anni in qua? Questa vagheggiata incontaminata purezza primigenia, per giunta riferita ad una civiltà che si fantastica dominatrice di tutto e tutti, non sa un po' di superiorità della razza di tragica memoria? E in che cosa vi sentite eredi diretti dei Nuragici? Do per scontato che anche voi conveniate sul fatto che l'identità culturale, di un popolo come di un singolo, si debba comporre anzitutto di valori alti, ideali, visioni del mondo, princìpi sul piano dell'etica, della morale, dei rapporti sociali e interpersonali, ecc., perché se ci fosse invece chi ritiene che essa si possa ridurre ad alcuni strumenti musicali, canti a tenores, qualche pietanza e ballo tondo in costume tradizionale – pur manifestazioni culturali importanti - siamo messi peggio di quanto si possa pensare. E quindi quali sono i vostri valori e ideali nuragici? Non abbiamo né letteratura né iscrizioni nuragiche  (con buona pace di chi ne legge persino su oggetti altomedievali) e perciò non possiamo che ignorare di quel popolo le caratteristiche forti sopra brevemente elencate nelle quali rintracciare affinità con noi. Ignoriamo quasi tutto persino della religione, per le genti antiche un fattore fondante di quei valori e princìpi molto più decisivo di quanto lo sia per noi oggi; conosciamo certo luoghi di culto ed ex voto ma quasi null'altro, a cominciare dalle divinità (nei pozzi sacri non veniva adorata nessuna dea Acqua, come chiarito in un altro commento in questo giornale), continuando con la mitologia e, soprattutto, con le prescrizioni di vita e comportamento che i Nuragici credevano imposte da esse. Ma un'affinità esiste, a ben pensarci: loro erano inesausti costruttori e noi abbiamo devastato le coste col cemento.

 

In medicina è noto l'effetto placebo: seguire una terapia creduta efficace, anche se non lo è, a volte apporta benefici. Ebbene, se per alcuni sardi illudersi di essere gli eredi diretti dei conquistatori-colonizzatori del mondo antico e oltre (si favoleggia di nuraghi persino sull'Isola di Pasqua), inventori di qualsiasi cosa (scrittura, navigazione, metallurgia, ecc,), può essere consolatorio riguardo ai mali dai quali è afflitta ora la Sardegna, buon per loro. Ma se sognano che accampare questi ridicoli primati possa giovare all'Isola maggiore rispetto e considerazione nazionale e internazionale (e invece di ciò si sghignazza ovunque), evidentemente quanto accaduto alla Grecia nel 2015 non ha insegnato nulla. La Banca Centrale Europea di Mario Draghi, il Fondo Monetario Internazionale di Christine Lagarde e la Commissione Europea di Jean-Claude Juncker spietatamente massacrarono quel popolo (ci fu chi morì di malattie banali perché non poteva permettersi l'acquisto di altrettanto banali farmaci, un livello da Terzo Mondo nel cuore dell'Europa) perché indebitato con la finanza internazionale per 30 miliardi. Nessuno si è sognato di scontare loro un solo euro (anzi, il governo finlandese propose loro di dare in garanzia il Partenone, addirittura) per il solo fatto di abitare la stessa terra dell'antico popolo che, con buona pace dei sardi e dei Nuragici, ha gettato le fondamenta del pensiero occidentale: democrazia, logica, filosofia, storia, geografia, matematica, geometria, astronomia, metodo scientifico 2000 anni prima di Galileo. Se i sardi desiderano il progresso, invece di vaneggiare sull'antichità piuttosto vigilino che gli amministratori pubblici da loro eletti imparino sia a rintracciare e spendere finanziamenti (storicamente siamo una delle peggiori regioni per capacità di acquisizione e spendita di fondi europei) sia ad impiegarli al meglio, invece che sperperarli, per limitarci alla fantarcheologia, finanziando, per ignoranza o cinica ricerca di facile consenso, iniziative sgangherate e cialtrone, perché, ahinoi, accade anche questo.