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Daria Chuvaeva: da Olbia a New York in uno scatto

La fotografa si racconta tra resilienza passione e rinascita

Daria Chuvaeva: da Olbia a New York in uno scatto
Daria Chuvaeva: da Olbia a New York in uno scatto
Laura Scarpellini

Pubblicato il 27 March 2026 alle 07:00

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Olbia. In un’epoca dominata dal rumore visivo, l’arte di Daria Chuvaeva artista visiva nata nella capitale russa e ormai olbiese d'adozione, si impone come un’oasi di sospensione e riflessione. La fotografa fine art, ormai colonna portante della scena culturale gallurese, continua a far parlare di sé per la capacità di tradurre il trauma in estetica e la fragilità in una forma superiore di resistenza.

L'abbiamo apprezzata tra le protagoniste della mostra collettiva "Sguardi in (Ri)scatto", svoltasi a Olbia lo scorso novembre, in concomitanta della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. In tale occasione la Chuvaeva ha offerto al pubblico una visione che va oltre la cronaca, toccando le corde più intime della guarigione interiore. Le sue opere, oggi celebrate nelle gallerie di New York e Londra, conservano quel nucleo di verità nato proprio tra le strade e le luci della nostra città.

L'incontro con l'artista ci ha dato modo di poter approfondire la genesi della sua poetica e il valore civile del suo sguardo, così fuori dagli schemi.

foto "The Shape of her"

Daria, il suo percorso artistico appare come un'evoluzione continua. Esiste un momento determinante o un aneddoto particolare che ha orientato la sua cifra stilistica verso l'introspezione esposta in questa rassegna?

"Il punto di svolta nel mio cammino fotografico è coinciso con una fase di profonda trasformazione personale. Mi sono ritrovata ad affrontare una crisi che mi ha imposto un confronto diretto con le mie paure e le mie fragilità più recondite. In quel frangente, l'atto dello scatto fotografico è divenuto uno strumento per cristallizzare il tempo e pormi in ascolto delle emozioni più autentiche. Da quel momento, ogni mia immagine si è mutata in un diario emotivo: un ponte ideale tra il mio sentire interiore e il desiderio di condivisione con l'osservatore. È stata proprio questa necessità comunicativa a guidare le scelte artistiche per la presente esposizione".

Al termine della mostra "Sguardi in (Ri)scatto", un evento dal forte impatto emotivo, quale messaggio auspica di aver consegnato alla comunità olbiese in merito al tema della resilienza e della consapevolezza?

"Attraverso le mie fotografie, e in particolare con l’opera intitolata “Equilibrio”, desidero trasmettere la possibilità concreta di ritrovare l'armonia dopo esperienze traumatiche. Ritengo che, in seguito a una ferita, la sfida più complessa risieda proprio nel riconquistare la pace interiore. Con questa immagine ho voluto offrire uno spazio di quiete: il mio auspicio è che chi ha vissuto momenti di sofferenza possa percepire, anche solo per un istante, quel senso di sospensione che spesso appare irraggiungibile. In quest'ottica, la mia serie contribuisce al tema della resistenza dimostrando come il silenzio e l'introspezione siano forme altissime di resilienza. Resistere non significa solo mostrare forza esteriore, ma avere il coraggio di accogliere le proprie emozioni e ritrovare un baricentro anche dopo essere stati spezzati".

In chiusura, considerando l'eco profonda che il suo lavoro ha suscitato nei visitatori, cosa spera rimanga nel cuore di chi ha osservato le sue opere?

"Spero sinceramente che la mia fotografia possa fungere da luce e ispirazione per chiunque senta la necessità di intraprendere un percorso di guarigione. È un viaggio delicato che esige tempo, coraggio e, soprattutto, la dolcezza di accogliere sé stessi per tornare a sentirsi completi. Vorrei lasciare un messaggio semplice ma essenziale a chi osserva: ricordate sempre che siete la persona più importante della vostra vita. Abbiate cura di voi".