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Un episodio di fuga dallo schiavismo saraceno nella Terranova del Settecento

Un interessante documento del 1768

Un episodio di fuga dallo schiavismo saraceno nella Terranova del Settecento
Un episodio di fuga dallo schiavismo saraceno nella Terranova del Settecento
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 03 luglio 2022 alle 17:00

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Olbia. Se si pensa allo schiavismo generalmente si risale all’antichità o agli anni bui del Medio Evo. Eppure sono passati solo un paio di secoli da quando tale piaga ha finito di affliggere le coste del mar Mediterraneo, Sardegna e Gallura compresa. Sino ai primi decenni dell’Ottocento, infatti, lo schiavismo era praticato dai pirati barbareschi o saraceni. Erano corsari musulmani di etnia araba o molto più probabilmente berbera, provenienti dall’Africa settentrionale. Dalle loro basi di Algeri, Tunisi e Tripoli, allora sotto il dominio turco-ottomano, saccheggiavano le coste degli Stati cristiani e prendevano prigionieri per ridurli in schiavitù. Molto spesso i maschi più robusti venivano impiegati come “galeotti” sulle loro navi da corsa per altri saccheggi.

A partire dal 1572, nella Sardegna sottoposta alla dominazione spagnola, l’imperatore Carlo V iniziò a costruire torri di avvistamento per prevenire lo sbarco delle navi corsare e avvertire la popolazione per la predisposizione di difese adeguate. Alla fine del Cinquecento si contavano già un’ottantina di torri di difesa dette “saracene”. A tutt’oggi ne rimangono circa un centinaio, tra le quali quella di Santa Teresa, forse la più maestosa della Gallura. Ma ciò non comportò la fine dello schiavismo dei nostri mari, prima dell’avvento del Congresso di Vienna, nel 1815.

La tratta, naturalmente, non era compiuta soltanto a spese dei villaggi sardi o galluresi. Spesso venivano resi schiavi i marinai presi prigionieri in battaglia o negli arrembaggi corsari. A volte, poi, gli schiavi riuscivano a scappare e a rientrare nei paesi della cristianità. Leonardo Picciaredda – che ringraziamo – ci ha segnalato un evento di questo genere accaduto nei dintorni di Terranova il 24 dicembre 1768. Lo si evince da un documento da lui rinvenuto all’Archivio di Stato di Torino.

Trattasi di una lettera del Podestà di Terranova, Pietro Spano Satta, indirizzata al Viceré di Sardegna e redatta in spagnolo dal notaio Tomaso Bardanzellu. La nota contiene inoltre le dichiarazioni dei due fuggitivi e del maggiore Loi, della milizia cittadina. La lettera dimostra che lo spagnolo era ancora usato per la redazione di molti documenti, pur essendo stato sostituito dall’italiano, come lingua ufficiale, sin dal 1760 (Decreto di Carlo Emanuele III del 25 luglio 1760). Negli atti parrocchiali di Luras abbiamo rinvenuto l’ultimo atto di battesimo redatto in spagnolo ancora nel 1794.

Tornando al nostro rapporto, in esso si narra puntualmente l’incontro del Maggiore Loi con i due ex-schiavi (traduzione dallo spagnolo di Leonardo Picciaredda): «Avendo l’infrascritto Maggiore Loi visto venire due uomini vestiti alla moda barbaresca fuori dell’abitato ma a mezzo miglio, comanda con pena della vita, che si rifugiassero nella chiesa di San Simplicio sita extra mura, e con la stessa pena, stando nella medesima chiesa, e mediante giuramento, con la croce posta in terra e con tutte le cautele necessarie, dicessero chi erano, da dove venivano e perché, dando la giusta relazione di tutto».

I due uomini erano Francesco Imperatore di Milano e Marco Caligari di Bergamo, entrambi già al servizio della Repubblica di Venezia. Erano stati catturati dai pirati barbareschi quattordici anni prima. Ecco le testuali dichiarazioni del primo: «Mi chiamo Francesco Imperatore figlio di Antonio Imperatore e di Maria Marcelli. Fui battezzato in San Lorenzo di porta Ticinese a Milano, e trovandomi marinaio del Capitan Paolo – ignoro il suo cognome – nella sua tartana con bandiera veneziana, fummo catturati da uno sciabecco tripolino. Mi lasciarono solamente due mesi in Tripoli, e dopo stetti tredici anni schiavo in Tunisi, compresi i tre anni che mi feci turco». Con questa espressione l’ex schiavo intendeva che era stato costretto a convertirsi all’Islam tre anni prima.

Le dichiarazioni del suo compagno si diffondono anche sulla modalità della fuga intrapresa: «Mi chiamo Marco Caligari figlio di Domenico Caligari e di Maria Domenica. Fui battezzato in Santa Maria Maggiore di Gandino di Bergamo della Repubblica di Venezia, e trovandomi marinaio del capitano Antonio Russoni, napoletano, fummo catturati in Albania. Mi portarono a Tripoli e successivamente a Tunisi dove stetti quattordici anni, compresi i cinque anni che mi feci turco. Avendo armato due galee, trascorsi quarantacinque giorni, fummo entrambi scelti per andare con una governata dal Rais Salimen, e l’altra dal Rais Amedres».

Con l’espressione in arabo “rais” si intende il “comandante”, in questo caso della nave. La stessa stampa recente prepone spesso il termine “rais” al cognome dei Presidenti egiziani, come ad esempio per i “Rais” Mubarak o Sadat o Nasser. Anche nelle tonnare colui che impartiva gli ordini era detto “rais”. Ciò è indizio di come gli arabi abbiano avuto la loro importanza nel trasmettere ai siciliani e ai sardi la tecnica della pesca.

Prosegue Caligari: «Giunti in questi mari di Sardegna dove per una gran burrasca non sappiamo dove si diresse, o se si perdette la galea del detto Rais Amedres, che era dello stesso tipo della nostra, sebbene non sappiamo se avesse uomini o armi più o meno della nostra. Il medesimo temporale o burrasca portò noialtri a Biserta e da lì ritornammo un’altra volta in questi mari, rimanendo in Tavolara e in Figari, senza lasciarci discendere a terra, in particolare noialtri due. L’equipaggio della galea era composto da ventidue uomini, compresi noialtri due. Era armata con un cannone di bronzo, quattro catapulte, undici fucili, nove sciabole e due pistole. Stando da alcuni giorni con poche provvigioni e quasi nient’altro in Figari, vedevamo che lasciavano scendere gli altri turchi, e noi no. Supplicammo il rais - con l’intento di fuggire in luogo di cristiani - di lasciar scendere anche noi per cercare quel frutto rosso che si chiama “alidone”, come stavano mangiando i turchi».

Il frutto in questione non era altro che il corbezzolo di cui ancor oggi sono pieni i cespugli delle coste sarde. Non conoscendo il suo nome in lingua spagnola, il notaio Bardanzellu lo scrisse direttamente in sardo, e cioè: “alidone”.

Prosegue ancora il Caligari: «Il rais non volle permetterci di scendere, perché potevamo scappare. Riuscimmo a far intercedere uno dei turchi, che avendo offerto la garanzia di riconsegnarci, detto rais acconsentì a farci scendere. Penetrati nei boschi del monte Figari, noialtri e il turco che era garante, mangiammo frutta. Dopodiché il turco si perse in un grande bosco e nel pomeriggio noi decidemmo di scapparcene. Circa due ore dopo mezzogiorno prendemmo sempre un percorso largo, senza aver comunicato con nessuna persona. Vedemmo da lontano solamente due marinai che volevano ucciderci e avendogli detto che eravamo cristiani, facendo segni di croce, si calmarono lasciandoci passare tranquillamente da lontano. Sopraggiunta la notte, la passammo dentro dei cespugli. Alla luce del giorno partimmo raggiungendo questa chiesa di San Simplicio dove siamo stati accolti».

Il documento si conclude con la premura del Podestà Spano Satta, nelle sue funzioni di deputato di sanità di Terranova di far sapere al Viceré di aver preso precauzioni prese per la conservazione della pubblica sanità. Molto probabilmente doveva trattarsi dell’imposizione della quarantena ai due fuggitivi, da scontarsi nella foranea chiesa di San Simplicio. Di ciò si avvisano anche i colleghi magistrati di sanità di Livorno e Venezia.

©Federico Bardanzellu