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Santa Mariedda, la nostra!

Santa Mariedda, la nostra!
Santa Mariedda, la nostra!
Marco Agostino Amucano

Pubblicato il 17 settembre 2016 alle 07:38

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Olbia, 17 settembre 2016 - Santa Maria ‘e Larentános, così la chiamavano i vecchi olbiesi fino agli anni Trenta. Una chiesa campestre come tante altre nei dintorni di Olbia, che a vederle da fuori sembrano un po’ tutte uguali nella loro sconcertante e bianca semplicità. Mia madre, fiera donna di Gallura, mi insegnava che prima di entrare in uno qualsiasi di questi piccoli quanto amati luoghi di culto, spesso isolati, e che costellano qua e là le campagne sarde, bisogna bussare per tre volte, con calma solenne. Così facendo si mostra rispetto al luogo sacro, ma soprattutto si dà il tempo alle eventuali anime purganti vaganti al suo internodi scomparire,giusto il tempo della visita e delle preghiere. Il visitatore devoto devepoi lasciare al suo interno tutto come lo ha trovato e andando viadeve sempre richiudere accuratamente la porticina.Un’usanza antica dei nostri padri che, ci si creda o meno, manterrò e difenderò finché campo.agosto-2016_1

Oggi la chiesetta, posta a pochi chilometri ad ovest di Olbia, ha cambiato in parte la sua denominazione, banalizzandola un po’: Santa Mariedda, che è anche diventato il nome della località. Lasciamo perdere la terza denominazione di “Santa Maria di Terranova”, che abbiamo letto perplessi e sorpresi nel cartello indicatore, la cui foto riportiamo a lato. Non sappiamo chi ne sia stato l’inventore, ma da nessuna parte ci risulta questo appellativo e saremmo curiosi di sapere dove si trova documentato.

Secondo lo studioso Dionigi Panedda -sempre da citare quando parliamo e scriviamo del Giudicato di Gallura- il nome diSanta Mariedda potrebbe essere dipesonon tanto dalle modeste dimensioni dell’edificio -più o meno corrispondenti agli standard delle chiese campestri costruite tra il Settecento el’Ottocento nel territorio- quanto piuttosto dalle ridotte dimensioni del bel simulacro della Vergine venerato all’interno. Se un agiotoponimo (ossia un toponimo relativo ad un nome di santo/a) in lingua gallurese quale sembraSanta Mariedda ha preso il postodel più antico e affascinanteusato dagli antichi autoctoni di parlata logudorese una spiegazione c’è, ed è senz'altro legata all’immigrazione dei pastori di parlata gallurese, i qualihanno ripopolato la parte occidentale della conca olbiana a partire dalla fine del Settecento. Sono loro, li gaddhuresi, ad avere forse ricostruito la chiesa campestre come la vediamo ora e ad averla ribattezzata. Ed èprobabilmentequesta la causaper cui, fino a non molto tempo fa, li si sentiva affermare orgogliosamente:“Santa Mariedda, la nostra!”.

[caption id="attachment_66999" align="aligncenter" width="459"]santa-mariedda-2000_003 La statua della Madonna di Larentanos o S. Mariedda in una nostra foto del marzo 2000[/caption]

L’agiotoponimo nella sua originale accezioneè oggi scomparso, ma chi scrive ritiene che debba essere recuperato e rilanciato, fosse non altro perché costituisce anchela più antica attestazione di un luogo di culto cristiano extraurbano, ricavabiledai rarissimidocumenti di età giudicalea noi pervenuti, e delle cui notizie proveremo adesso a dareuna semplice e preliminare sintesi.

Il 14 marzo 1113 Padulesa de Gunale, figlia del giudice di Gallura Comita e vedova di Torchitorio de Zori, donava all’Opera di Santa Maria di Pisa una parte della corte definita diLarathano, situata nel giudicato di Gallura e nella curatoria di Civita, l’attuale Olbia. Al momento della donazione la corte, ovveroun’azienda agricola a gestione diretta, apparteneva ai monaci benedettini del monastero di San Vittore di Marsiglia. L’atto di donazione originale in pergamena si conserva da semprepresso l’archivio della Primaziale, a Pisa.

Pochi anni dopo, nel 1117, alla morte di Padulesa, un giudice dall’impronunciabile nome, Itthocor, confermò i beni oggetto della donazione, aggiungendovi altresì le parti non incluse nel primo atto. L’opera di Santa Maria di Pisa divenne così proprietaria dell’intera corte, e continuerà ad esserloper oltre due secoli, cioè fino al pieno XIV secolo.

Sappiamo poco della consistenza demografica, patrimoniale e immobiliare della corte di S. Maria di Larathanos al momento della sua donazione. Le poche notizie in nostro possesso sono cronologicamentemolto posteriorie ricavabili sempre da documenti custoditi nell’Archivio della Primaziale di Pisa. Questi ci informanoche per l’anno 1320 alla corte di Larathanospertinevano due “salti” non meglio specificati; due case plane; una chiesa (chenon può che essere la nostra, o meglio la sua versione primitiva, quasi certamente in stile romanico, poi abbandonata e ridottasi come vedremo a rudere,per lasciare il posto alla ricostruzione moderna attuale); due servi e due serve integri; un patrimonio zootecnico costituito da: 50 vacche matricine e 20 manze, 20 buoi, 18 vitelli ed infine bestie selvatiche varie non precisate per numero e tipo.

[caption id="attachment_67001" align="aligncenter" width="1920"]14339240_1078521088850590_718945615_o L'olivastro millenario posto davanti alla chiesetta di S. Mariedda[/caption]

Per quanto concerne invece l’appellativo Larentanos, che appariva usato dai nostri nonni, bisnonni per i più giovani, questo non può che considerarsi come la successiva evoluzione-corruzione dell’originaria accezione Larathanos, relativo ad un minuscolo centro abitato di non più di cinquanta anime. Una villa della curatoria di Civita, la cui localizzazione è ancora incerta e non sembra corrispondere, secondo la maggior parte degli studiosi, alla corte, la quale doveva ovviamente rientrare nel suo ambito di pertinenza territoriale ed amministrativo, e che quindi dalla villa aveva tratto denominazione. Secondo Panedda la scomparsa villa di Larathanos potrebbe essere localizzata in località Muddizza Piana, presso il podere chiamato Arasàna. Ma è solo un’ipotesi, una timida ipotesi, ancora tutta da accertare.

Tornando alla nostra chiesa di Santa Maria di Larentanos, un'affidabile testimonianza giurata del Seicento ci racconta che al tempo essa era ridotta a rudere, così come anche le altre case che la circondavano. Nei pressi vi era ancheil cimitero, di cui non resta più traccia visibile sul terreno.

Molto altro ci sarebbe da dire ed ipotizzare, ma queste poche righe prendetele come del tutto preliminari ed introduttive alla conoscenza divulgativa di uno dei siti medioevali meglio documentati dalle fonti scrittedel nostro territorio, anche se poco vediamoin superficie, oltre alla deliziosa chiesetta. Sarebbe molto interessante farci uno scavo archeologico, anche nelle immediate vicinanze della chiesa, per apportare nuovi dati di prima mano utili alla conoscenza del luogo.

Da ultimo, molti mi hanno chiesto e mi chiedono quale sia il significatodel nome dell'Associazione culturale "Larathanos"di cui sono presidente da sei anni. Bene, con questo piccolo contributo spero di averli pienamente soddisfatti.

©Marco Agostino Amucano

Olbia, 17 settembre 2016