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Piero Livi, un regista olbiese e universale al tempo stesso

Piero Livi, un regista olbiese e universale al tempo stesso
Piero Livi, un regista olbiese e universale al tempo stesso
Federico Bardanzellu

Pubblicato il 21 marzo 2021 alle 19:00

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Olbia. Sono passati ormai più di cinque anni dalla scomparsa del regista olbiese Piero Livi (Olbia, 1 aprile  1925 - Roma, 2 settembre 2015), una ferita che, per il cinema indipendente e d’autore, è ancora lungi dall’essere ricomposta. Per la sua instancabile ricerca di temi nell’anima dell’isola natia, Livi è stato definito “Un regista lontano dal continente”. È però una definizione alquanto riduttiva. Anche mostri sacri come Andrea Camilleri e Luigi Pirandello hanno preso spunto da situazioni e motivi della propria isola – in tal caso la Sicilia – ma nessuno si è mai sognato di confinarli in un ambito regionale. Per non parlare del poeta in romanesco Giuseppe Gioachino Belli. Si è detto anzi che tali autori hanno dato un respiro internazionale alla propria opera pur essendo sorta e cresciuta nel loro ambiente di nascita. La stessa considerazione va fatta per Piero Livi. Il suo cinema nasce dalla sua terra ma non si è mai chiuso ad ulteriori motivi di conoscenza e di confronto. Non per nulla ha affiancato all’attività di regista quella di organizzatore culturale. Dal 1957 al 1966, è stato promotore della “Mostra Internazionale del Cinema d’Amatore” di Olbia e, dal 1967 al 1974, della “Mostra Internazionale del Cinema Indipendente” ogni volta legata a singole cinematografie (tedesca, spagnola, slava ecc.) o a tematiche sociali (emigrazione, lotte sociali). Livi è stato anche consigliere nazionale, segretario nazionale e vice presidente della FEDIC (Federazione internazionale dei Cineclub). Ciò gli procurò, con il passare del tempo, una evidente maturazione professionale, anche dietro la macchina da presa. Tutto ciò non può essere trascurato e va tenuto in conto. Il regista olbiese ha esordito nel 1957 con il cortometraggio “Marco del mare”, dove il fantasma del protagonista esce dall’acqua, si rende conto della sua morte e rivede le persone care lasciando le impronte bagnate dei piedi e delle mani. L’anno dopo ha girato il cortometraggio, “Visitazione” nel quale ha espresso la sua evidente disapprovazione della falsità degli abitanti di un piccolo paese.  Del 1961 è il terzo cortometraggio: “Il faro”. Nel 1962, Livi ha poi diretto il mediometraggio “Una storia sarda”. È questa sì una rievocazione quasi etnografica della spiritualità del popolo sardo, ma dimostrando di saper girare delle lunghe sequenze ricche di valori figurativi. Dopo altri due cortometraggi (“I 60 di Berchiddeddu” e “Il cerchio del silenzio”), nel 1969, Livi ha esordito con il suo primo lungometraggio, “Pelle di bandito”. Secondo molti si tratta del miglior film realizzato negli anni Sessanta sulle ragioni sociali e psicologiche del banditismo in Sardegna. Oggi fenomeno del banditismo sardo sembra relegato nei confini geo-storici dell’isola. Ma, nel 1968, con in atto il fenomeno della contestazione giovanile, era considerato un aspetto della protesta in atto verso un sistema politico e sociale mondiale ormai obsoleto. Il film venne presentato alla XXX Mostra di Venezia, nella sezione “Nuove tendenze del Cinema italiano”. Del 1976 è “Dove volano i corvi d’argento”, continuazione ideale di “Pelle di bandito”, con Corrado Pani, Jenny Tamburi, Flavio Bucci, Renzo Montagnani, Regina Bianchi e Giampiero Albertini. È la storia di un pastore, ormai inserito nella realtà continentale, costretto a ritornare in Sardegna per vendicare la morte del fratello che aveva assistito involontariamente a un sequestro di persona e per questo era stato ucciso. Nasce un dissidio tra il giovane e il padre, assetato di vendetta, in quanto il primo, contrariamente alla mentalità tradizionale, è convinto di dover consegnare i colpevoli alla giustizia e di non doverli uccidere personalmente. Anche qui è evidente il superamento di una mentalità obsoleta da parte delle nuove generazioni ma sarebbe riduttivo non tener conto del respiro più ampio di tale fenomeno, rispetto al singolo caso descritto. Dopo una sosta di quasi un quarto di secolo, nel 1999 Livi tornò dietro alla cinepresa con “Sos laribiancos – I dimenticati”, dal romanzo di Francesco Masala “Quelli dalle labbra bianche”. Ambientato nel 1942, gli uomini di un piccolo paesino della Sardegna vengono chiamati alle armi per raggiungere il fronte russo. Nelle lunghe giornate, in attesa dei combattimenti, emergono i caratteri dei personaggi, i ricordi dei cari lasciati nella propria terra e la vita spensierata che, forse, solo ora iniziano ad apprezzare. Soltanto pochi di loro riescono a fare ritorno, dopo alcuni episodi – addirittura – di cannibalismo causato dalla fame e dagli stenti. L’ultimo film girato da Livi fu “Maria sì” (2005) una storia d’amore tra adolescenti, con Anna Galiena e Jacques Perrin. Su di lui è stato scritto anche un interessante volume, intitolato: “Un regista indipendente, Pietro Livi, i suoi film, la rassegna di Olbia”, a cura di Marco Navone e di Piero Mura. Il regista olbiese Piero Livi in una foto sperimentale del fotografo Piero Pes (tratto dal volume Piero Pes, Ritratti, Sassari 2011).