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Palau: "Isole che parlano" compie 30 anni e il mondo torna ad ascoltare

Dal 5 al 13 settembre, il festival internazionale tra tradizione e contemporaneità

Palau:
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Laura Scarpellini

Pubblicato il 12 March 2026 alle 07:00

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Palau. Trent'anni sono un traguardo che pochi festival riescono a tagliare senza perdere la propria anima lungo la strada. "Isole che parlano" ci è arrivato con la stessa bussola di sempre: cercare musicisti che partono dalle proprie radici per arrivare altrove, che trasformano la tradizione in linguaggio contemporaneo senza tradirla. Un filo conduttore che dal 1996 tiene insieme Palau e il mondo, la Sardegna e culture lontanissime, il locale e l'universale.

A tenere il filo è Nanni Angeli, che insieme al fratello Paolo ha costruito nel tempo qualcosa di più di un festival musicale. Ha costruito un appuntamento, nel senso più preciso del termine: una data che musicisti e appassionati da ogni parte del mondo segnano sul calendario con mesi di anticipo, sapendo che a Palau succede qualcosa di unico. Questa profonda sensibilità culturale affonda le radici in una preziosa eredità familiare; ho avuto infatti il piacere di incontrare recentemente il padre di Nanni e Paolo, Gigi Angeli, stimato scrittore e poeta. Da sempre dedito alla parola, Gigi compone versi in italiano e nelle varianti sardo-logudorese e gallurese, lingue che negli ultimi vent’anni sono diventate il fulcro della sua produzione. La sua è una firma autorevole nel panorama letterario, forgiata da una partecipazione sistematica ai più prestigiosi concorsi regionali, nazionali e internazionali, che testimonia quel legame indissolubile tra identità e arte che i figli continuano oggi a celebrare sul palco di Palau.

L'edizione del trentennale si preannuncia come un traguardo artistico di assoluto rilievo, coerente con il prestigio dell'anniversario raggiunto. Il programma prevede l'allestimento di una mostra di ampio respiro e il ritorno di figure storiche del festival, senza tuttavia rinunciare alla presentazione di proposte inedite. Il criterio di selezione artistica mantiene la linea editoriale consolidata nei decenni: la ricerca di musicisti capaci di rielaborare le proprie radici culturali in linguaggi contemporanei. In questa visione, il dialogo costante tra tradizione e innovazione permane il nucleo centrale  focus dell'intera manifestazione.

Un criterio che nel tempo ha portato sul palco di Palau sonorità provenienti da ogni angolo del pianeta, musiche che affondano le radici nei territori di origine degli artisti e le proiettano in una direzione inaspettata, spesso sorprendente. È questo il motivo per cui "Isole che parlano" continua ad attrarre un pubblico internazionale esigente: non offre folklore, offre ricerca. Non celebra la tradizione, la interroga.

Le date del festival sono dal 5 al 13 settembre, con i giorni 5 e 6 dedicati alle anteprime. Palau resta il centro nevralgico della manifestazione, ma il festival si estende ormai da anni su un territorio più ampio: Arzachena, Luogosanto e La Maddalena ospiteranno eventi collaterali che ampliano la geografia dell'iniziativa e portano la musica in contesti ogni volta diversi.

Tra questi, uno ha acquisito nel tempo il carattere di un rito irrinunciabile: il concerto sulla spiaggia dell'isola di Spargi. Il primo lo fece Paolo Nanni nel 2012 che si rivelò essere proprio una cameo  all'interno dell'evento. Un concerto con il mare come scenografia e il silenzio dell'isola come acustica naturale ,il tipo di esperienza che non si dimentica facilmente e che da sola varrebbe il viaggio.

 Quest'anno una mostra di rilievo sarà allestita a Palau per la durata di un mese, con un'attenzione particolare alle scolaresche, coinvolte ormai da anni in un percorso che porta i più giovani a contatto con linguaggi artistici e musicali che raramente incontrano nel circuito scolastico ordinario. Un investimento sul pubblico del futuro che dice molto sulla visione di lungo periodo di chi questo festival lo ha costruito e lo porta avanti da tre decenni.

Trent'anni di "Isole che parlano" sono trent'anni di scommesse vinte, di artisti scoperti prima che diventassero noti, di pubblico educato alla complessità e alla bellezza di ciò che viene da lontano. In un'epoca in cui i festival tendono all'omologazione e alla logica del nome già famoso, questo piccolo grande appuntamento gallurese continua a fare il contrario: cercare, rischiare, sorprendere.

E il mondo, puntualmente, torna ad ascoltare.