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OLBIAchefu - Personaggi illustri

Dionigi Panedda storico di Olbia e topografo medievista

Nel 2002 si tenne ad Olbia un importante convegno sull’illustre studioso, organizzato dall’Istituto Tecnico che ne porta il nome. Pubblichiamo per Olbiachefu il testo inedito integrale della relazione che Marco Agostino Amucano tenne nella circostanza

PARTICOLARE DEL RITRATTO GIOVANILE DI DIONIGI PANEDDA ESEGUITO DAL PITTORE OLBIESE GIOVANNI SIRCANA
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Nel maggio 2002 fui invitato a partecipare ad un convegno dedicato a Dionigi Panedda, e voluto dall’Istituto Tecnico di Olbia intitolato all’illustre studioso, che vi insegnò per molti anni. L’incontro ebbe luogo presso una gremitissima Stazione marittima. Ebbi l’onore di avere seduti al mio fianco, come relatori, nell’ordine, il Prof. Massimo Pittau, il Prof. Giovanni Lilliu ed il Dott. Rubens D’Oriano, direttore della sede staccata della Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Sassari e Nuoro.  Il testo che ripropongo dopo quasi diciassette anni non è altro che la relazione da me letta nell’occasione. Ho voluto lasciarla così com’era, senza particolari interventi se non in qualche piccola svista di battitura. Ne faccio dono alla mia città attraverso la rubrica Olbiachefu. Sono certo che il Professore, lassù, gradirà.                                                                     M. A. A.   3 febbraio 2019

 

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Dionigi Panedda nell’ultimo suo ritratto eseguito dall’artista olbiese Lino Pes

 

Dionigi Panedda storico di Olbia e topografo medievista

(relazione letta al Convegno su Dionigi Panedda tenutosi in Olbia

presso la Stazione marittima  nel mese di maggio 2002)

Nel ringraziare il Preside Prof. Giovanni Pirredda, il Prof. Filippo Ledda e l’Istituto tecnico Panedda tutto per avermi invitato a parlare in questo convegno insieme ai Proff. Lilliu, Pittau e al Dott. D’Oriano che mi hanno appena preceduto, devo subito anticiparvi che il titolo  fornito qualche giorno fa per questa relazione non è più lo stesso, ma come vi è stato annunciato è il seguente: “Dionigi Panedda storico di Olbia e topografo medievista”.

Dieci anni orsono (1993 n. d. r.) ebbi modo di scrivere alcune pagine su Dionigi Panedda nella Rivista di Topografia Antica diretta dal Prof. Giovanni Uggeri, mio maestro, attualmente docente alla Sapienza di Roma, il quale, sapendomi di Olbia, mi esortò a scrivere qualcosa sull’illustre studioso. Proprio alla Sapienza di Roma, frequentando i corsi per la  specializzazione, mi sono ulteriormente reso conto di come Panedda sia sempre noto e stimato tra coloro che hanno ereditato la cattedra che fu di Giuseppe Lugli, di cui fu allievo degnissimo. Anche se col tempo lo studioso olbiese oggi commemorato perse i contatti con la cattedra di Topografia antica, diretta dal citato Lugli, per almeno un trentennio il segno lasciato dalle sue Carte Archeologiche di Olbia e del suo agro rimasero come uno squarcio privilegiato di luce, gettato sulla storia e sull’archeologia del nostro territorio, il più distante dai tradizionali epicentri amministrativi, accademici e culturali della Sardegna.

In quelle mie poche pagine (e credo che pochissimo altro sia stato scritto a ricordo dello studioso in riviste specializzate, lo dico con una punta di vanto) scrivevo che nell’affrontare indagini a carattere storico-topografico e toponomastico concernenti l’area nord-orientale della Sardegna nel Medioevo, non si può prescindere dalle opere monografiche del “Giudicato di Gallura” e dei “Nomi geografici dell’Agro olbiese”. Tuttavia ben più di quest’area, aggiungo ora, è interessata dai suoi studi, se consideriamo che il Giudicato di Gallura andava ad invadere buona parte delle regioni storiche dell’Anglona e delle Baronìe. Taccuino alla mano, il Panedda batté con insistita, metodica puntualità un’area che dall’arcipelago maddalenino giungeva fin oltre Dorgali ed Oliena, da Badesi si estendeva poi in senso est-ovest fino ad Olbia, la Civita-Terranova assai probabile capoluogo di quel piccolo “regno”.

Per quanto sia stato il più piccolo dei quattro giudicati sardi, il nostro era comunque sempre…enorme per uno studioso capacissimo, ma solitario come Dionigi Panedda. Ed anche per il fatto che non c’era nessun altro che sembrava di poterlo e doverlo studiare a fondo nella sua anatomia, ricostruendone prima i confini generali e particolari delle singole curatorie, quindi  individuandone le  sedi scomparse di villaggi e monasteri, partendo dagli antichi registri di rendita pisani e spagnoli ed attraverso la documentazione riportata nella monumentale opera del Tola, nel Codice Diplomatico dello Scano, nelle Rationes Decimarum del Sella e così via ad elencare le fonti che lui cita nella parte introduttiva del suo volume. Puntuale e metodicamente rigoroso, egli non si limitò a leggere le fonti documentarie così come le pubblicarono -anche integralmente- gli studiosi che lo precedettero, alcuni dei quali citati sopra. Egli ci dice che, cito testualmente: “Per gli intenti specifici del presente studio sul Giudicato di Gallura è stato necessario rileggere, ora nell’originale, ora nella fotocopia, la maggior parte delle fonti riguardanti la Gallura (e sono quelle che lui citerà nella bibliografia). Considerate infatti le distorsioni a cui tali nomi sono spesso andati incontro sotto la penna, per lo più non indigena, degli estensori e copisti dei documenti medioevali sardi, occorreva vedere come erano stati letti dagli studiosi che avevano curato l’edizione di tali fonti e così via.

Doppia rilettura fece dunque il Panedda sulle fonti edite, setacciandole con un lavoro incrociato al fine di carpirne ogni minima variante, ogni minima, ma preziosissima indicazione per la ricostruzione del paesaggio del Giudicato gallurese. A questa doppia rilettura Dionigi Panedda accompagnò la ricerca archivistica di fonti ancora inedite, per cogliervi nuove informazioni e, in particolare, notizie ed indizi di carattere ubicativo. Avrebbe voluto fare di più, trovare un maggior numero di documenti inediti non solo andando a scovarli nei lontani archivi di Pisa e Barcellona (a quali costi però?), ma anche nei nostri e più prossimi, quale l’archivio vescovile di Castelsardo. Qui qualcosa trovò e pubblicò, ma non tutto gli fu possibile trovare, da quanto mi si dice.

Metodologia impeccabile dunque in ogni fase la sua, fin dalla consultazione delle fonti originarie. Gli ostacoli, come si può già capire, non venivano solo dagli ingenti costi di una ricerca libera e solitaria, ma anche proprio da questo fatto: che la sua ricerca era libera. E che egli era un uomo libero. Libero da etichette e strumentalizzazioni politiche alla moda. Libero e troppo superiore ai condizionamenti di alcune forme grette e meschine dei tempi in cui visse, e non solo dei tempi, ma anche di alcuni ambienti farisaicamente abilissimi nell’isolare con un bisturi silenzioso quanto spietato proprio chi osa scegliere di essere libero interiormente.

Nella breve premessa al volume sul Giudicato il Panedda ringrazia signorilmente l’Assessorato al Lavoro e alla Pubblica Istruzione della Regione Autonoma della Sardegna, che gli concedette il formidabile contributo di…Lire 300.000 per le ricerche. Confesso che ho avuto più volte la tentazione di andare a ripescare il manoscritto originario per vedere se nelle bozze di stampa l’editore Dessì non avesse dimenticato qualche zero. Nel 1978, anno di pubblicazione del volume, questa cifra era già irrisoria, ne siamo tutti certi. E’ il prezzo che si paga ad essere liberi che voglio rimarcare sottolineandovi questo, nient’altro.

Veduta del centro storico di Olbia dal campanile della chiesa di San Paolo (foto dell’autore, gennaio 2002)

Dalle fonti scritte e bibliografiche al terreno vivo e pulsante, in continua trasformazione.  Il Prof. Nereo Alfieri, uno dei padri fondatori della disciplina della topografia antica che ho avuto l’onore di avere come mio correlatore di tesi, ebbe modo di insegnarmi nel suo studio di Bologna (correva l’anno 1988) che “i libri senza gli scarponi a nulla servono in questi studi: è sempre il terreno la fonte primaria e peculiare della nostra disciplina”. Perché la ricostruzione di geografia e topografia antica, di cui il Panedda fu pioniere per il nostro territorio, è composta di più fasi e strumenti d’indagine che si intersecano in un unicum difficilmente districabile, per cui alla fine, oltre allo studio delle fonti scritte, archeologiche e toponomastiche, il terreno in particolare è in realtà la fonte imprescindibile e fondamentale. Come individuare ed interpretare il fenomeno storico nel suo ambiente geografico, conferendo l’indispensabile concretezza alla nostra conoscenza del mondo antico, senza la capillare e compenetrata conoscenza del territorio fisico? E’ il paesaggio che costituisce l’ossatura portante di tanti fenomeni storici. E’ come un grande palinsesto nel quale tutta la storia si è sedimentata e nel quale possiamo riconoscere l’impatto e le interazioni con le vicende umane.

Ora, nel penetrare nella conoscenza del territorio, è fondamentale anche l’apporto di informatori del posto, di persone radicate nelle campagne e nella cultura del luogo. Eccoci passati dunque dalle pagine di carta al suolo, e dal suolo alle pagine viventi o meglio ai “libri viventi” come amava definire il Panedda i suoi informatori preziosissimi, con affettuosa riconoscenza. Informatori che, quando poteva, egli sempre citava correttamente. L’emerito Prof. Pittau  in particolare può sottolineare meglio di me come proprio nello studio dei nomi di luogo, la toponomastica, sia necessaria anzitutto un’agenda ricca di nomi di informatori sparsi per ogni dove, e radicati in quell’ogni dove. Ebbene, l’agenda del Panedda era ricchissima quanto gelosamente custodita.

Pastori, cacciatori, proprietari terrieri, anziani e vecchi trasferitisi dalle campagne di origine in città al seguito di figli e nipoti che aprivano bar e negozi, o si impiegavano nei vari uffici di un’Olbia in fase di esplosione economica e demografica, tutti questi erano i libri viventi di un settore scomparso ed irripetibile della “Biblioteca Vivente Panedda”, che tuttavia sopravvive nei suoi studi. Egli cercava i suoi informatori, poi i suoi informatori cercavano lui. Era un ricevere continuo, invidiabile, un accumularsi di dati enorme di cui il Panedda ebbe monopolio assoluto per decenni.

Anche per questo motivo, scrissi qualche anno fa su di lui nel citato articolo che “il nesso autoptico col territorio e con i singoli siti è in genere talmente capillare e compenetrato da parere quasi simbiotico, senza nondimeno compromettere la prontezza dei confronti e l’organicità della sintesi”. Oggi, a dieci anni da queste considerazioni, userei piuttosto l’immagine di un Panedda gemello siamese del territorio da lui amato quanto studiato. E da veri gemelli siamesi, inscindibilmente fusi fino alla morte.

E così in effetti è stato. Infatti con tempi e modi diversi scanditi dal convulso XX secolo,  il nostro territorio, in particolare, ha avuto già il suo parziale inevitabile “Requiem”. Una morte apparentemente sgargiante e dorata, suscitata dall’industria turistica e dai suoi miti volgari e frivoli, col conseguente inurbamento massiccio e la dissoluzione accelerata di antichissimi equilibri sociali, psicologici, spirituali. Col conseguente spopolamento repentino delle campagne. Con la conseguente rincorsa all’arricchimento ad ogni costo. Col disprezzo per ciò che non rende conti in banca, con la progressiva trasformazione di un paese con precisa identità in una esibizionistica “città vetrina”, come un arguto antropologo pisano ha definito la nostra città in un suo brillante studio di tesi neanche troppo recente. Con lo stravolgimento conseguente di un territorio e anche delle sue forme fisiche (vedi Portisco) quasi mai rispondenti agli equilibrati ed eleganti studi degli architetti della prima Costa Smeralda (e dico questo affinché nessuno insinui che sono contrario ad investimenti seriamente impostati e studiati).

Particolare della tavola fuori testo del volume “Il Giudicato di Gallura”, con indicati i confini delle curatorie e l’ubicazione delle ville secondo le indicazioni del Panedda. (D. PANEDDA, il Giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati, Sassari 1979)

Alla luce di queste considerazioni non fu un caso, forse, che Panedda decise di allargare il suo campo d’indagine al Medioevo ed al Giudicato di Gallura. Discutevamo di ciò col Dott. D’Oriano qualche giorno fa, trovando un punto d’incontro già  dalle nostre considerazioni di partenza. L’uomo non è mai scindibile dallo studioso, ecco perché non mi sento ora di rubare affatto gli argomenti a chi stamattina mi ha preceduto commemorando l’uomo. Dicevo, forse Panedda intraprese uno studio così approfondito, vasto, faticoso anche fisicamente sul Giudicato, per recuperare una dimensione di “studioso da territorio” che il nostro territorio non gli dava più dai tempi dei due volumi della Forma Italiae, o Carte archeologiche che dir si voglia. Forse passò ad allargare il suo orizzonte a territori ancora vergini scientificamente, anche perché egli voleva raccogliere gli ultimi respiri di un’area geografica dalle stratificazioni culturali, archeologiche, linguistiche millenarie che andava in disfacimento sotto i colpi di maglio dell’industria turistica. E questo è a mio avviso uno degli obbiettivi portanti, neanche tanto segreti, del suo studio sui Toponimi dell’Agro Olbiese, naturale conseguenza del suo studio approfondito sul territorio giudicale. Quanti nomi di luogo sono stati uccisi, anzi massacrati a seguito della costruzione di villaggi, insediamenti, anzi luccicanti ghetti turistici sorti sulle nostre aree litoranee e non solo? Mi chiedo quanti anni di vita avranno ancora toponimi prossimi alla costa come Suiles (porcilaie in logudorese arcaico), oppure Frades Puzzos, dietro Terrata. Verranno forse sostituiti nel futuro prossimo in “Le libellule” e da “I cisti profumati”?

L’eutanasia, la dolce morte pilotata di un territorio e delle sue radici più profonde, della sua connotazione unica ed esclusiva, passa anche attraverso questi aggiustamenti, queste revisioni che non eliminano tuttavia il mesto sapore di morte ai più attenti ed accorti osservatori. Il tutto perpetrato con la scusa di rendere turisticamente più appetibili, e vendibili, località contrassegnate da secoli da denominazioni ora forse considerate dal sound cacofonico, eppure già in sé portatrici di informazioni storiche altrimenti non documentabili. La salvaguardia non è nemica dell’uomo e dello sviluppo, ma come una vera amica ammonisce anche sui pericoli degli eccessi di quelli. Gli studi del Panedda sono strumenti fondamentali, oggi, per la salvaguardia del nostro territorio.

Dionigi Panedda in una foto scattata nell’estate del 1984 dal nipote Nigi Pala

Panedda salvò, avvalendosi di un rigoroso metodo e di un’alacrità non comune, questo enorme patrimonio storico e toponomastico. Era perfettamente consapevole della sua particolare missione di studioso. Ho sempre avuto la netta sensazione che negli ultimi anni della sua vita egli fosse non tanto preoccupato se qualcuno avrebbe raccolto dopo di lui il testimone delle sue imprese scientifiche, anche se lo auspicava sinceramente; quanto piuttosto che la possibilità di leggere la storia sul terreno morisse prima di lui, e prima che questa immensa mole di dati non confluisse nei forzieri dei suoi volumi sul Giudicato e sui Nomi di Luogo. Una corsa contro il tempo, in cui brevità della vita umana ed accelerarsi dei fenomeni distruttivi del territorio inteso come contenitore di dati dell’antichità erano fusi in un unico, inscindibile gioco del destino. Come due gemelli siamesi, appunto.Non fu certo il Panedda il primo a scoprire l’importanza della toponomastica come fonte indispensabile della ricerca topografica. Già nell’Umanesimo autori come Ciriaco d’Ancona e Biondo Flavio si avvalsero dei nomi di luogo per risuscitare –come amavano dire- le città e gli altri luoghi del mondo classico. Ma il Panedda fu il primo a svolgere questo compito d’indagine sistematica e con moderne metodologie nella nostra area geografica, applicando i progressi conseguiti dagli studi di glottologia e di linguistica storica ai fini delle ricerche di topografia e geografia storica del Medioevo gallurese. Nell’identificare le antiche sedi umane scomparse, quasi mai egli si limita alla loro segnalazione punto e basta. Di varie chiese ridotte a pochi frustuli di pietrame egli riporta le misure di pianta, ci descrive l’estensione dei circostanti ruderi, aggiunge considerazioni ed intuizioni illuminanti talvolta, ci rende partecipi di qualcosa di più della semplice identificazione. Anche in un opera di così larga ed ambiziosa ricostruzione di un territorio, egli non perderà mai il pregevole e preziosissimo vizio dell’autopsia dei ruderi, di riportare tradizioni scomparse quali le cosiddette “danze del 25 marzo” sul castello bizantino di Sa Paulazza o Monte a Telti, danze che clandestinamente i pastori del luogo usavano fare in quella data fino agli inizi del Novecento, e che adesso riteniamo essere collegate al festeggiamento dell’Annunciazione pisana che faceva iniziare l’anno proprio in quella data.

         Egli si batté, anche se sempre garbatamente coi suoi scritti e con atteggiamento discreto nella vita di ogni giorno, perché la nostra città avesse un futuro fondato anche sulla sua importante storia, e non solo sullo sfruttamento delle risorse turistiche. Perché senza coscienza storica, senza l’orgoglio civico che solo la storia sa dare in profondità e con sicurezza, senza i valori che ne derivano, questa città avrà più illusioni che futuro. E questa è una mia personale, se volete chiamatela stravagante opinione.

L’anonima via di periferia intitolata a Nino Visconti, l’ultimo giudice di Gallura, in una nostra foto del gennaio 2002

 Chiedo provocatoriamente: quanti olbiesi, giovani e meno giovani, conoscono quest’opera del Panedda sul Giudicato, pur con le attenuanti notevoli dovute all’irreperibilità del libro, di cui urge al più presto una ristampa? Ohimè, pochissimi in percentuale. Olbia, già capitale del regno giudicale col nome di Civita e poi di Terranova, dedica ancora ai suoi giudici-re, che la scelsero per dimora, strade come queste, che segnano una periferia sorta troppo in fretta ad ovest dell’abitato tradizionale. E lo fa con un automatismo sonnacchioso e distratto, lasciando invece al fisico e fisiologo bolognese Luigi Galvani vissuto nel XVIII secolo,  o al vulcano siciliano Etna, o alla pur illustre, ma lontanissima capitale della Catalogna, Barcellona, maggiori glorie nelle intitolazioni di importanti vie di transito o addirittura di piazze. Olbia che ambisce a diventare capoluogo di provincia ricorda solo a dodici anni dalla sua morte colui che più di ogni altro ha dato a questa città gli strumenti di lotta per difenderci da coloro che ci accusano di essere città senza passato e senza storia, per privarci di un recuperato diritto che proprio nella storia medievale è scritto a caratteri cubitali. Ancora grazie dunque a coloro che hanno organizzato questo convegno: è un segno che il seme gettato da Panedda non è caduto sulla roccia, per citare la parabola evangelica. Anche se questo seme ha impiegato molto tempo a germogliare.

Una curiosa immagine di Dionigi Panedda nel suo “studio” esterno sotto i salici della sua casa di Via Fausto Noce, scattata a sua insaputa dal nipote Nigi Pala nell’estate del 1984

         Ricordo ancora come fosse ieri l’ultima chiacchierata che ebbi col Professore, così lo chiamavo rispettosamente, all’angolo tra Corso Umberto I e Via Giacomo Pala. Solitamente di fretta, quel giorno il Professore si intrattenne con me più del solito. Davanti alle mie ansie per il futuro sempre difficile per un aspirante archeologo –ero allora un pivellino neolaureato- egli mi incoraggiò, e davanti alla possibilità da me prospettata di andare via da Olbia replicò prontamente: “Chi ha studiato la storia come te, ricordalo, deve avere anche un ruolo politico nella sua realtà”. Rimasi lì per lì interdetto da questa sua ultima –per me- frase, perché sapevo che il Panedda rifuggì sempre dalle etichettature politiche, ne mai si occupò di politica, né mai permise di essere strumentalizzato da quei politici strumentalizzatori di cultura altrui (non sono tutti così, per fortuna!). Ma la politica del Panedda era la politica dei classici greci, intesa come servizio per la comunità, funzionale alla crescita ed all’evoluzione qualitativa della comunità, e più che mai della comunità di appartenenza. Soltanto col tempo capii ciò che il Professore voleva dirmi.

Questa politicità era da lui intesa nel senso di servizio ai valori più autentici dell’uomo, della cultura e della storia,  e quindi di servizio ai fini della valorizzazione delle proprie radici storiche. Senza di queste, l’ho detto sopra e lo specifico meglio in conclusione, questa città non avrà futuro se non nelle piatte dimensioni della larghezza e dell’altezza, mai della profondità. Non sarà mai un solido completo, insomma, ma solo la piatta base, per rubare un esempio alla geometria, visto che siamo anche tra studenti di un Istituto Tecnico.

E al di là del valore delle sue ricerche, questa “politicità della missione conoscitiva” è senza dubbio l’insegnamento più urgente e più importante che l’uomo e lo studioso Panedda ha lasciato coi suoi studi e col suo esempio alla nostra città. E credo non solo per me, ma in un modo o nell’altro, anche per noi tutti qui riuniti,  qualsiasi sia la professione svolta.

©Marco Agostino Amucano

NOTA. Le parti evidenziate in grassetto rispettano il testo originale. Ringrazio Dioni Pala, noto Nigi, collaboratore di Olbiachefu, per le foto inedite dello zio, gentilmente concessemi per la pubblicazione.

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