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Olbia: una misteriosa foto scattata a Cabu Abbas nel 1998

“Nel negativo la sfera sfumava dal verde al nero. C’era poco da dire. Nessuna falsificazione. Il negativo parlava chiaro.”

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Olbia, 17 maggio 2020 – Pronto, ciao sono F. Sei libero stasera? Devo farti vedere una cosa…

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– Ho un impegno per cena, ma…di che si tratta?

– È una foto della “croce d’amore” che ho scattato io pochi giorni fa. Ho bisogno di consigliarmi con te, perché non è che io ne capisca molto di fotografia.

– Passerò dopo le diciannove. Non potrò però trattenermi troppo, devo passare anche al market prima della chiusura.

– Non preoccuparti. Ci basteranno cinque minuti. A stasera.

Non ricordo esattamente la data, se non che erano i primi giorni di novembre del 1998. Nella sua enorme cucina, davanti a uno dei primi caminetti accesi dell’autunno, F. B. estrasse dalla sua borsetta una busta con il marchio di un noto photo service di Nuoro, contenente delle stampe fotografiche in formato 10 x 15 ed un negativo a colori da trentasei pose, tagliato in pezzi da quattro fotogrammi e archiviato nelle confezioni pieghevoli “a fisarmonica”, quelle che chi non è più giovanissimo ricorderà bene.

Estrassi le stampe dalla busta. La prima era una foto notturna della nota croce di Cabu Abbas, posta nei pressi della chiesa campestre, croce al tempo era illuminata di notte. In primo piano si intravedeva appena il muso di una Fiat Uno bianca, e sullo sfondo, vicino alla croce, le vaghe sagome di alcune persone in posa, o così pareva. Tecnicamente lo scatto era la negazione di ogni principio base dell’arte fotografica. Già la pellicola non aveva la sensibilità adatta per uno scatto notturno (pellicola Fuji G-100), inoltre la macchinetta fotografica (non ricordo più il tipo e la marca) era dotata di un minuscolo flash a stento sufficiente per illuminare oltre i tre metri. Un disastro. Spiccavano solo i neon della croce illuminata sullo sfondo anonimo, nero come la pece.

– Bella la croce illuminata – dissi con voce sommessa.

F. non capì la mia ironia. Non per incapacità, ma solo perché non era interessata a farlo in quel preciso momento.

– Guarda anche le altre- mi esortò.

Una, due, tre foto. Tutte uguali.

– Ma c’è gente in queste foto? Perchè sembrerebbe, ma non riesco a distinguere…

– Sì, sono (mi elencò i nomi, uno dei quali da me conosciuto personalmente). Sono venuti a trovarmi il giorno di Ognissanti per vedere la croce. Continua, però. Vai avanti. Ajò Agosti’, ma non avevi fretta? Vai avanti, su!

Presso la chiesa campestre di N. S. di Cabu Abbas (Olbia) 1/11/1998

Mi apparve la quarta foto e spalancai la bocca per lo stupore.

-E questo cos’è? – chiesi avvicinandomi la foto al naso.

N’isco meda itt’este! (trad. Ne so molto cos’è!). Se l’avessi saputo non ti avrei chiamato per chiederti un parere. Dimmi piuttosto, non sarà il mio dito quello?

– Il dito messo davanti all’obiettivo, intendi? Impossibile. Avresti nascosto la parte superiore della croce, che invece è ben visibile. Mai vista una cosa del genere…Che roba potrà mai essere? Ma non vi siete accorti di nulla voi che eravate là? Avete visto qualche lampo in cielo, oppure, che so, un UFO?

 F., donna di spirito, accennò ad uno schiaffone per celia.

– Ma cosa dici Agosti’? Era una notte calma, stupenda: una vera notte di Ognissanti. Sembrava ci fossero gli angeli in giro, altro che gli extraterrestri. Una pace che non si può raccontare…

La foto che tenevo tra le dita aveva esattamente la stessa inquadratura delle precedenti, diversamente dalle altre, però, dietro alla croce appariva adesso l’immensa ed inquietante porzione di un globo rosso e bianco, in netto contrasto con il fondo nerissimo. Una sfera luminosa, una sorta di pianeta inabitabile venuto da una sconosciuta galassia. O piuttosto un secondo sole per metà color sangue avvicinatosi minaccioso alla Terra, prospetticamente poggiante sui bracci orizzontali della croce.

Pensai come prima cosa prima cosa ad una foto ritoccata, sebbene il dubbio non avesse senso, conoscendo la semplicità e l’onestà di F. Potevo semmai osare di pensare ad uno scherzo fattole da qualcuno, che so, uno dei figli, o nipoti.

-Voglio vedere il negativo- domandai con tono forse un po’ troppo perentorio.

– Eccoti il negativo. Non ci sono trucchi.

 

Nel negativo (che per la prima volta si vuole mostrare a scanso di accuse gratuite) la sfera sfumava dal verde al nero. C’era poco da dire. Nessuna falsificazione. Il negativo parlava chiaro.

 – Cosa sarà? Sembra un pianeta…

– Non saprei risponderti, mia cara F. Ho bisogno di consultarmi con un fotografo professionista. Puoi prestarmi queste due porzioni di negativo?

– Prendile, sono tue. Studia la foto, fanne quello che vuoi. Sei uno studioso, no?

– Ma io studio altre cose, mica le foto strane?

– Prendi i negativi e tienili tu. Io mi terrò le stampe per ricordo- Dopo un po’ aggiunse: – Solo tu puoi capire cos’è questa cosa rossa; prima o poi ci arriverai e me lo dirai.

Avevo aiutato F. a dipingere in celeste e bianco la “Croce d’Amore di Cabu Abbas”, così la chiamava e la chiama ancora, lei che totalmente a sue spese l’aveva fatta costruire ed installare durante l’estate di quell’anno. Inizialmente volle sobbarcarsi anche le spese di illuminazione, ma gli esorbitanti costi delle bollette la fecero recedere dopo circa un anno. La storia di queste croci, alte esattamente m 7,38 (un centesimo dell’altezza sul livello del mare del Golgotha di Gerusalemme), è troppo lunga da spiegare in questa sede. Olbia ne conta ben tre: questa di Cabu Abbas, quella di Suiles e l’ultima, costruita presso la chiesa parrocchiale di S. Ignazio da Laconi, è anche l’unica che viene accesa durante la notte, come dovrebbe essere per regola. Numerose ne sono state innalzate in Sardegna a partire da quegli anni, per lo più per iniziativa di privati (ne vediamo ad Arzachena, Cagliari, Ozieri, Bitti, La Maddalena, Orosei ecc.). Ora se ne contano migliaia in tutto il mondo.

La Croce d’Amore di Cabu Abbas – benedetta ed inaugurata il 14 settembre 1998 – in una foto scattata pochi mesi dopo questa data.

Aspettai non poco tempo prima di portare i negativi alla stampa da Igor Firinaiu, che è un apprezzato perito oltre ad essere il fotografo figlio d’arte che tutti conoscono.

-Non ci sono spiegazioni tecniche per questo che vedo – mi confermò. – Oltretutto lo scatto è il numero 10, nel bel mezzo del rullino, ed è preceduto e seguito da scatti normali con stesso soggetto e inquadratura. Se anche dovessimo pensare ad effetti dannosi e strani dell’acido di sviluppo, va considerato che nel caso eventuale questi sono sempre all’inizio e/o alla fine del rullino.

La stessa spiegazione, poche settimane fa, ci è stata data un altro noto fotografo di esperienza pluridecennale: Antonio Satta, fotografo dell’Unione Sarda. Voglio ringraziare entrambi i professionisti per la loro disponibilità e pazienza. Confesso di avere tenuto nascosti stampa e negativo (a pochissimi ho voluto mostrarli) per una sorta di gelosia che sconfina nel timore di  trovare di fronte a me stupidità e pregiudizio, a prescindere ovviamente dalle premesse di oggettività con cui ho voluto impostare trattare il delicato reperto, e rendere pubblica questa foto dopo quasi ventidue anni. Non sarà questa la sede di interpretazioni su cosa possa essere questa “sfera”, o di come possa essere stato impresso il negativo. Nel secondo caso, a quanto ho potuto constatare avvalendomi dei professionisti succitati, non esiste – ribadisco e fino prova contraria – una spiegazione scientifica ordinaria. Inoltre, ci sono testimoni che erano là presenti al momento dello scatto, ancora viventi, che possono testimoniare che il quel momento non sono apparse strane luci in cielo, né proiezioni strane, né atterraggi di navi spaziali extraterrestri.

Particolare del negativo della foto scattata il 1 novembre 1998


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