Friday, 16 January 2026
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Pubblicato il 16 January 2026 alle 07:00
Olbia. L'estate sarda non è più solo una questione di ombrelloni e tintarella, ma un caso studio economico che vede Olbia nel ruolo di protagonista assoluta. I dati più recenti parlano chiaro: la "porta della Gallura" ha consolidato il suo status di destinazione autonoma, superando la soglia psicologica del milione di presenze e trascinando l'intera provincia verso un record storico che sfiora i 19 milioni di pernottamenti totali nell'Isola. Eppure, dietro la patina dorata dei resort e degli yacht, il "modello Sardegna" mostra crepe strutturali che rischiano di frenarne la corsa.
Se da un lato l'indice di spesa dei turisti stranieri è balzato a oltre 2 miliardi di euro (dati Bankitalia 2025), dall'altro gli operatori devono fare i conti con criticità croniche. La prima è la carenza di personale specializzato: trovare chef, receptionist e personale di sala preparato è diventata un'impresa titanica che limita la qualità dei servizi. A questo si aggiunge una digitalizzazione ancora a macchia di leopardo, dove non tutte le strutture rIcettive garantiscono una presenza esaustiva e competitiva sul web.
Ma il vero "tallone d'Achille" rimane il sistema dei trasporti. Mentre le compagnie aeree annunciano il prolungamento delle tratte verso i mesi di spalla, i residenti e i turisti continuano a subire prezzi da capogiro durante il picco stagionale. È un paradosso tutto sardo: la stagione aeronautica "Summer" si allunga, ma molti operatori locali, stremati dai costi di gestione e dalle incertezze, preferiscono "tirare i remi in barca" non appena finisce agosto, creando un vuoto di offerta proprio quando i flussi internazionali sarebbero ancora pronti a spendere.
Per approfondire queste dinamiche abbiamo incontrato Angela Bacciu che potremo definire la testimonial del mangiare e bere, della Gallura e non solo. Olbiese d’adozione ma "Isolana doc", classe '79, Angela incarna perfettamente la poliedricità del settore: guida turistica, giornalista freelance, collaboratrice dell'ICIMAR (Istituto delle Civiltà del Mare) a San Teodoro. Insomma da tempo Angela Bacciu è divenuta un punto di riferimento per chi cerca una narrazione autentica e sempre attuale della sua della Sardegna.
Come è stato il suo approccio alla comunicazione rivolta al mondo della ristorazione?
"Il mio approccio alla comunicazione nel mondo della ristorazione nasce in modo molto naturale, da un lavoro sul campo prima ancora che dalla scrittura. Ho iniziato a raccontare l’enogastronomia sarda oltre otto anni fa, entrando nelle cucine, parlando con produttori, cuochi, pizzaioli, allevatori e vignaioli. Prima di comunicare, ho voluto comprendere. Questo mi ha portato a sviluppare un metodo che unisce giornalismo, storytelling e strategia digitale. Non mi interessa “vendere” un ristorante o un prodotto: mi interessa far emergere l’identità che c’è dietro. Ogni piatto, ogni ingrediente, ogni scelta imprenditoriale racconta un pezzo di Sardegna. Il mio lavoro è tradurre questo patrimonio in contenuti comprensibili, emozionali e coerenti, capaci di parlare sia al pubblico locale sia a quello internazionale. Nel tempo ho costruito una rete molto solida di relazioni con ristoratori, cantine, produttori e strutture ricettive, in particolare in Gallura, che oggi mi permette di avere una visione reale e non filtrata di ciò che funziona e di ciò che va migliorato".
Qual è l'elemento che trasforma un semplice ristorante o un prodotto tipico in un'esperienza capace di raccontare l'anima della Sardegna, e quanto è difficile oggi scovare realtà che mantengano un'identità forte pur avendo una visione proiettata al futuro?
"La differenza la fa l’autenticità. Un ristorante o un prodotto diventano un’esperienza quando smettono di essere “copie” di modelli esterni e iniziano a raccontare il loro territorio in modo onesto. La Sardegna ha una forza narrativa enorme: paesaggi, tradizioni, varietà agricole, culture locali. Ma tutto questo va interpretato con rispetto e con intelligenza contemporanea. Oggi la vera sfida è non cadere nella folklorizzazione o, all’opposto, nella standardizzazione globale. I progetti che funzionano sono quelli che sanno tenere insieme memoria e innovazione: cucine che utilizzano ingredienti locali ma con tecniche moderne, cantine che valorizzano vitigni autoctoni ma parlano ai mercati internazionali, artigiani che lavorano come una volta ma comunicano con strumenti digitali. Non è facile trovare questo equilibrio, ma quando accade il risultato è potentissimo, perché crea valore economico e culturale allo stesso tempo".
Come esperta di ospitalità sarda e profonda conoscitrice della Gallura (che guida il settore con numeri record di presenze), quali sono i nuovi modelli di business emergenti, come gli Home Restaurant o le esperienze esperienziali, che stanno realmente facendo la differenza nel mercato attuale?
"In Gallura stiamo assistendo a una trasformazione molto interessante. Accanto agli hotel e ai ristoranti tradizionali stanno emergendo modelli più flessibili e più esperienziali: gli home restaurant, le cene private, i laboratori di cucina, le degustazioni in vigna, le esperienze legate alla raccolta delle olive, del grano o delle erbe spontanee. Quello che il viaggiatore del 2026 cerca non è più solo un buon piatto, ma una storia da vivere. Vuole sentirsi ospite, non cliente. Vuole sapere chi ha cucinato per lui, da dove arriva il vino che beve, perché un formaggio ha quel sapore. Questo sta creando nuove opportunità per piccoli imprenditori, chef indipendenti, famiglie agricole e micro realtà territoriali. È un modello più sostenibile, meno dipendente dai grandi numeri e più legato alla qualità della relazione".
Tra crescita dei fatturati grazie agli stranieri e difficoltà nel reperire personale qualificato: quali sono le sfide prioritarie per il 2026?
"La Sardegna sta vivendo un momento di forte attrattività internazionale, ma questo non basta se non viene accompagnato da una crescita strutturale delle imprese. Le sfide principali sono tre: formazione del personale. Mancano figure preparate, non solo in cucina ma anche in sala, nella gestione, nella comunicazione. Serve investire in competenze e in qualità del lavoro. Identità e posizionamento: troppe aziende non hanno ancora chiaro chi sono e a quale pubblico si rivolgono. Nel 2026 non basta essere “buoni”: bisogna essere riconoscibili. Presenza digitale e reputazione: oggi una struttura senza una narrazione coerente online semplicemente non esiste. Dati strutturati, storytelling, immagini professionali e contenuti editoriali fanno ormai parte del valore dell’impresa. Chi saprà integrare questi elementi sarà competitivo anche in un mercato sempre più selettivo.
Dopo oltre otto anni di lavoro nel racconto dell’enogastronomia sarda, vedo chiaramente una cosa: la Sardegna non ha bisogno di diventare qualcosa di diverso. Ha bisogno di imparare a raccontarsi meglio. Il mio lavoro, tra giornalismo, comunicazione e consulenza per imprese del gusto, nasce proprio da questo: costruire ponti tra chi produce eccellenza e chi la cerca. E nel 2026, con un turismo sempre più orientato all’esperienza, questo ponte è più importante che mai. Mi piacerebbe che sempre più giovani si innamorassero della propria Isola. La Sardegna non è solo un luogo in cui nascere, ma un patrimonio vivo da custodire, far crescere e innovare. Chi sceglie di restare o di tornare a vivere qui dovrebbe poter contare su un sostegno reale da parte delle istituzioni e, soprattutto, della comunità locale. Perché l’unione fa davvero la forza. Anche quando i prodotti e le imprese locali hanno costi più alti, sostenerli è una scelta di responsabilità verso la nostra terra e verso il futuro. Viviamo tutti della stessa terra, e solo mantenendo una forte identità locale, condivisa e difesa, possiamo affrontare le sfide del mercato globale, generando valore non solo per il turismo e l’enogastronomia, ma per l’intero sistema economico e culturale della Sardegna".
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