Wednesday, 28 January 2026
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Pubblicato il 28 January 2026 alle 11:00
Olbia. A distanza di oltre cinquant’anni, il problema della casa a Olbia resta drammaticamente attuale. Cambiano i contesti economici, mutano i modelli di sviluppo, ma il nodo degli affitti inaccessibili e della mancanza di alloggi per chi vive e lavora in città sembra attraversare le generazioni senza trovare una soluzione strutturale.
Era il 1975 e già allora il Consiglio comunale discuteva di case popolari e giustizia sociale. Cinquant’anni dopo, l’emergenza affitti resta una ferita aperta.
In quegli anni Olbia era una città già in crescita e attraversata da un problema destinato a segnare i decenni successivi: la casa. A testimoniarlo è un articolo pubblicato su L’Unione Sarda il 19 gennaio 1975, dal titolo "Gli abitanti di Olbia con i redditi più alti lasceranno la casa ottenuta dal Comune" che dà conto di una seduta del Consiglio comunale interamente incentrata sulla gestione degli alloggi popolari e sull’equità nell’assegnazione delle case costruite con risorse pubbliche.
All’epoca il sindaco era Giuseppe “Peppino” Carzedda, esponente della Democrazia Cristiana, e il 18 gennaio di quell'anno il Consiglio comunale di Olbia approvò all’unanimità un ordine del giorno che fotografa con straordinaria chiarezza la gravità della situazione abitativa già negli anni Settanta.
Nell'ordine del giorno, riportato integralmente dal quotidiano, il Consiglio comunale affermava: "Il Consiglio comunale, preoccupato per la sempre più grave situazione esistente in città nel settore della disponibilità di alloggi popolari, situazione che colpisce le classi meno abbienti, e convinto che una adeguata disponibilità di alloggi oltre a sanare gravissime situazioni venute recentemente alla ribalta della cronaca possa svolgere una funzione calmieratrice nel settore degli affitti diventati ormai proibitivi anche per i cittadini di reddito medio; riaffermato il principio che le case costruite col determinante contributo dello Stato o della Regione devono essere riservate a chi ne ha effettivo bisogno...". Dopo aver richiamato la gravità della situazione abitativa, l’ordine del giorno faceva riferimento alla normativa nazionale allora vigente, chiedendo l’applicazione dei criteri di revoca degli alloggi popolari nei casi in cui il reddito familiare superasse la soglia di 4 milioni e 800mila lire. Un provvedimento definito non risolutivo, ma fondato su un principio di elementare giustizia sociale, volto a impedire che le case popolari diventassero seconde abitazioni o strumenti di speculazione. Il Consiglio comunale impegnava inoltre l’Istituto autonomo case popolari di Sassari ad avviare le verifiche previste e sollecitava la Regione a rivedere periodicamente i limiti di reddito in base all’aumento del costo della vita.
Parole che, lette oggi, colpiscono per la loro attualità disarmante: alloggi insufficienti, affitti proibitivi, rischio di speculazione, necessità di un intervento pubblico forte e coordinato. Cinquant’anni dopo, la stessa emergenza: siamo a gennaio 2026 e, nonostante la città sia profondamente trasformata, il problema della casa a Olbia resta centrale. Negli anni la nostra testata giornalistica Olbia.it ha raccontato una realtà fatta di: affitti annuali sempre più rari; contratti solo transitori; canoni fuori portata per famiglie, lavoratori e studenti; precarietà abitativa diffusa.
Se nel 1975 la crisi era legata allo sviluppo urbano e al bisogno di alloggi popolari, oggi il nodo è rappresentato anche dalla pressione del mercato turistico e degli affitti brevi, che ha ridotto drasticamente l’offerta per i residenti.
Oggi Olbia è amministrata dal sindaco Settimo Nizzi, che ha riconosciuto pubblicamente l’esistenza di una grave emergenza abitativa. Sul fronte dell’edilizia popolare e sociale, l’amministrazione ha avviato i i progetti di social housing ed edilizia convenzionata; bandi e graduatorie per l’accesso agli alloggi a canone calmierato (qui un articolo); interventi per garantire gli alloggi agli studenti universitari (qui un articolo); interventi legati ai fondi PNRR (leggi qui articolo sul decreto di esproprio n. 21 del 22 dicembre 2025).
Tuttavia, a fronte di una domanda crescente e di una città in forte crescita le risposte appaiono ancora insufficienti, mentre il mercato degli affitti continua a espellere fasce sempre più ampie di popolazione.
Il confronto tra il 1975 e il 2026 pone una domanda inevitabile: com’è possibile che dopo mezzo secolo la casa resti ancora un’emergenza?
Se allora il Consiglio comunale discuteva di revoche e criteri di assegnazione, oggi il tema è ancora più ampio e complesso, ma il cuore del problema resta lo stesso: garantire il diritto all’abitare in una città che cresce.
Rileggere quelle pagine de L’Unione Sarda non è un esercizio nostalgico, ma un atto di memoria civile. Perché senza una politica abitativa strutturale, capace di guardare oltre l’emergenza, Olbia rischia di continuare a crescere senza riuscire a prendersi cura di chi la vive ogni giorno.
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